Se ogni albero ha la sua stagione per fiorire, fruttificare e disseminare, l'autunno offre un ricco ventaglio di specie vegetali che in questa stagione danno il meglio di sé, a partire indubbiamente dalla vite, a seguire il melo, il kaki, il fico, il kiwi, il melograno, le nespole, i vari agrumi… per arrivare al castagno.

 

Il castagno, una lunga storia

Non si conoscono le esatte origini del castagno. Ritrovamenti di reperti fossili attestano che l'albero dovrebbe derivare da un ceppo originatosi nel Terziario, circa 10 milioni di anni fa e che in un clima caldo si sia diffuso in Asia, in Europa e nelle Americhe, differenziandosi in varie specie, con caratteristiche morfologiche diverse, pur riconducibili allo stesso genere botanico, le più importanti delle quali sono le seguenti:

  • Castanea sativa (castagno europeo);
  • Castanea mollissima (castagno cinese);
  • Castanea crenata (castagno giapponese);
  • Castanea dentata (castagno americano).


Per quanto riguarda il castagno "nostrano", dall'analisi di pollini fossili trovati nelle Alpi Apuane, risulta che fosse presente in Italia già circa 10mila anni fa resistendo ad ondate di freddo glaciale che si sono susseguite nel tempo.
Molteplici scritti attestano che il frutto della castagna era noto nell'antica Grecia. Già Ippocrate (quarto secolo a.C.) parla di "noci piatte" di cui esalta, una volta giunte a maturazione, il valore nutritivo, lassativo e, nel caso vengano utilizzate le bucce, anche astringente. Teofrasto (quarto secolo a.C.) nella sua "Storia delle piante" parla di "ghianda di Giove" riferendosi alla castagna e segnala la presenza di questo albero nell'isola di Creta.

 

Le castagne erano conosciute anche nell'antica Roma. Catone il Censore (secondo secolo a.C.) nel suo trattato "De Agricoltura" parla di "noci nude". Marco Terenzio Varrone (primo secolo a.C.) nel suo manuale "De re rustica" menziona un frutto, "castanea", venduto nei mercati frutticoli della Via Sacra a Roma e che, come l'uva, veniva offerto in dono dai giovani innamorati alle donne amate. Virgilio afferma nelle "Bucoliche" che il castagno era presente intorno al 38 a.C. e descrive la pianta come albero da frutto comune e ben coltivato; con le foglie si imbottivano i materassi e il frutto era pregiato.


Seguendo l'inesorabile scorrere del tempo, arriviamo a dodicesimo secolo che ha visto un forte incremento demografico in Europa. La domanda di nuovi spazi verdi da mettere a coltura aumentò vertiginosamente, compresa la coltivazione del castagno. Molte comunità, di conseguenza, cominciarono a preoccuparsi nel regolamentare, attraverso leggi e statuti, la gestione dei boschi e dei castagneti, prevedendo pene anche severe per i trasgressori che commettessero atti criminali, provocando abbattimenti e tagli impropri o, peggio ancora, incendi (e oggi, purtroppo la storia si ripete e troppi boschi ne fanno le spese…).

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In Lombardia, nella seconda metà del Quattrocento, il medico sabaudo Pantaleone da Confienza, elogia la dieta montanara costituita prevalentemente da castagne, latte e latticini, affermando che essa è in grado di offrire una nutrizione completa. Le castagne non solo si ritrovavano come frutta di stagione o trasformate sui mercati delle città e anche sulle tavole dei ricchi, ma erano ormai diventate merce di scambio e di pagamento, come il grano, nonostante il frutto spuntasse prezzi sempre più bassi rispetto ad avena, segale e noci.


Arriviamo ai nostri tempi, il progressivo spopolamento della montagna, e l'abbandono di un'agricoltura di sussistenza che era stata importante per le famiglie montanare, comporta un graduale abbandono dei boschi e la cura del castagneto perde di importanza. Ma anche altri fattori hanno contribuito a questo declino.

 

La strenua lotta per la sopravvivenza della specie

Il castagno, che oggi viene rivalutato non solo per la produzione dei frutti ma anche per il valore tecnologico del legno, utilizzato per paleria e per travature, per l'estrazione del tannino, ha dovuto lottare strenuamente per la propria sopravvivenza, a causa di patologie che lo hanno colpito, tanto da temere per la sua scomparsa dai nostri boschi.

 

Il secolo scorso è stato nefasto, a causa di due importanti malattie, il mal dell'inchiostro (Phytophthora cambivora) e il cancro della corteccia (Endothia parasitica) causate da agenti patogeni fungini che hanno provocato ingenti danni ai nostri castagneti, provocando la morte di numerosi alberi. Il mal dell'inchiostro è così definito in quanto l'infezione si manifesta con fiamme di colore scuro lungo il tronco e con forte odore di tannino, che ricorda appunto l'inchiostro. Il cancro della corteccia è riferito ai danni, ben evidenti sulla corteccia, che si manifestano con chiari segni di sfilacciamenti e disseccamenti diffusi progressivamente su branche e rami fino ad interessare l'intero albero.

 

 

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Ricci frammisti a fioriture di Colchicum autumnale, tipiche dell'autunno

(Fonte: Alberto Vanzo, Associazione Pubblici Giardini)

 

Il progressivo abbandono delle zone montane ha comportato l'incuria dei nostri boschi, che sono dunque facilmente deperiti. Ma non tutto è andato perduto in quanto la natura, con i suoi tempi, provvede a riparare se stessa essenzialmente in due modi: da una parte aumenta la resistenza delle piante agli attacchi parassitari, attraverso l'affinamento dei meccanismi di difesa, dall'altra diminuisce nel tempo la virulenza degli agenti patogeni. A ciò si aggiunga l'abilità dell'uomo, che attraverso un attento lavoro di selezione ed ibridazione, va costantemente alla ricerca di varietà resistenti alle varie avversità: per esempio, nella fattispecie, il castagno giapponese si è rivelato più resistente del castagno europeo nel contrasto delle patologie su menzionate.

 

Ma i guai fanno sempre capolino: in tempi più recenti è arrivato dalla Cina un piccolo insetto cinipide (Dryocosmus kuriphilus), che si diverte a formare galle sulle foglie e sui fiori, compromettendo di conseguenza la formazione dei frutti. Ma per fortuna, è stato importato, sempre dalla Cina, il suo antagonista naturale, un altro piccolo ma utilissimo insetto (Torymus sinensis), con cui si tenta di arginare la nefasta infestazione: un bell'esempio di "lotta biologica", che non è stata inventata dall'uomo, ma esiste in natura da sempre, è una forma di regolamentazione fra esseri viventi, sta a noi specie Homo sapiens sapiens favorirla, cogliendone il significato e le potenzialità. Speriamo che un altro fungo patogeno, Gnomoniopsis castaneae, che ha fatto capolino di recente, non si metta pure lui a rovinare più di tanto un frutto così apprezzato come la castagna.
Oggi comunque in Italia si riscontrano 800mila ettari coperti da castagneti, che rappresentano il 15% dell'intera superficie boschiva.

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Il castagno e le castagne: storia, leggende e simbologie

Prima di parlare dei pregi della castagna, è opportuna una precisazione, per evitare "fraintendimenti botanici". C'è un albero che produce frutti molto simili alle castagne, si tratta dell'ippocastano, così definito, perché nei Paesi dell'Est europeo veniva utilizzato per curare le malattie polmonari dei cavalli: per similitudine, le nostre mamme e nonne ci dicevano di tenere in tasca alcune "castagne matte" o "castagne ginge" (in piemontese) perché avrebbero fatto sparire il raffreddore… bastasse quello…


Il castagno è in assoluto tra gli alberi europei più longevi: la presenza di esemplari millenari è attestata in varie regioni d'Italia, in Francia e in Inghilterra. Il più noto tra questi patriarchi sorge in Sicilia, sul versante orientale dell'Etna, nel territorio comunale di Sant'Alfio; alcuni botanici gli attribuiscono la strepitosa età di 3-4mila anni, il che ne farebbe con ogni probabilità l'essere vivente più vecchio d'Europa: la sua circonferenza è di 22 metri, l'altezza di circa 25 metri, la circonferenza della chioma supera i 50 metri; è chiamato il "Castagno dei cento cavalli" perché la leggenda vuole che, in epoca medievale, la regina Giovanna I d'Aragona vi abbia trovato rifugio da un temporale con il suo seguito di cento cavalieri e le rispettive cavalcature… un ombrello decisamente ospitale.

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Per tornare alla realtà del quotidiano, alla castagna vengono attribuite numerose proprietà, in quanto è ricca di carboidrati, di potassio, sodio, calcio, fosforo, ferro, vitamine varie. Può venire utilizzata anche nell'alimentazione di animali all'ingrasso, come valido sostituto del mais (la differenza la fa il prezzo).

Per gli usi umani, l'infuso di foglie può servire per impacchi o lavaggi sulla pelle arrossata e delicata, l'acqua di cottura è utile per sciacquare i capelli, che otterranno così dei riflessi rossastri.

 

Ma l'utilizzo migliore è senz'altro quello alimentare, dalle castagne semplicemente bollite, alle caldarroste, al castagnaccio, ai marron glacé, alle varie preparazioni dolciarie a base di farina di castagne, insomma una ricca gamma di sapori tipicamente autunnali.

 

A cura di Alberto Vanzo, Associazione Pubblici Giardini, Delegazione Piemonte e Valle d'Aosta

 


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