Carbon farming, quando il suolo frena il surriscaldamento globale

Gli effetti del cambiamento climatico sono ben evidenti in agricoltura, ma sono gli stessi agricoltori a poter giocare un ruolo importante nel rallentare il surriscaldamento globale. La chiave sta nel carbon farming: ecco cos'è e come funziona

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Contenuto promosso da Bayer
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Il carbon farming permette di rallentare il global warming (Foto di archivio)
Fonte foto: © angelo19 - Fotolia

Prosegue su AgroNotizie la rubrica dedicata a migliorare la conoscenza delle pratiche di uso sicuro e sostenibile degli agrofarmaci, obiettivo dell'iniziativa Bayer AgriCampus.


Per un uso consapevole degli agrofarmaci


Dal periodo preindustriale ad oggi la temperatura media della Terra è aumentata di più di un 1°C a causa dell'immissione in atmosfera di gas climalteranti (come l'anidride carbonica, il metano, il protossido d'azoto ed altri) che rendono il nostro Pianeta più efficiente nel trattenere i raggi solari. Anche se un grado può sembrare poco, per il clima è una enormità (e lo è anche per il nostro corpo, basti pensare a quando ci misuriamo la febbre).

Il surriscaldamento globale ha portato ai cambiamenti climatici, che hanno effetti diversi nelle diverse regioni del Globo. Nell'area del Mediterraneo negli ultimi anni abbiamo avuto un intensificarsi dei fenomeni violenti, come le cosiddette bombe d'acqua (a Catania è caduta in due giorni l'acqua che di solito precipita in un anno), mentre le estati sono state più avare di piogge e calde (questa estate è stato raggiunto il record europeo di temperatura più elevata, 48,8°C registrati a Siracusa, in Sicilia).

La prima vittima dei cambiamenti climatici è l'agricoltura, con perdite annue stimate a livello europeo in miliardi di euro. Ma l'agricoltura è anche lo strumento più importante in mano all'uomo per frenare la crescita della temperatura, che ai ritmi attuali sale di 0,2°C ogni decennio. E la parola d'ordine è carbon farming.


Grafico del surriscaldamento globale


Il carbon farming, cos'è e cosa prevede

"Per carbon farming intendiamo un sistema agricolo in grado di sfruttare la naturale capacità del suolo di immagazzinare anidride carbonica, il principale gas ad effetto serra se consideriamo i volumi, e di utilizzarlo sotto forma di sostanza organica a vantaggio della fertilità del suolo", spiega Andrea Fiorini, docente presso la Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. "Sottraendo CO2 dall'atmosfera se ne abbassa la concentrazione e questo, su scala globale, può avere l'effetto di rallentare il surriscaldamento globale".

Ma come funziona il processo? Le piante durante la loro crescita assorbono anidride carbonica dall'aria e attraverso la fotosintesi la fissano in legami chimici che sono alla base della formazione di molecole come gli zuccheri. Una volta che la pianta muore questi legami si sciolgono, primariamente a causa dell'intervento dei microrganismi, e la CO2 ritorna libera in atmosfera. Se invece la sostanza organica è incorporata nel suolo, al riparo dall'ossigeno presente in aria, questo ciclo si interrompe e l'anidride carbonica rimane 'intrappolata" per un tempo indefinito.

"Con il carbon farming si vuole massimizzare la produzione di biomassa secca in campo e ridurne le perdite. Questo può essere fatto ad esempio seminando cover crop e adottando tecniche di minima o non lavorazione del terreno", sottolinea Fiorini.

Le cover crop non sono altro che colture (come senape, rafano, favino, trifoglio e molte altre) non destinate alla raccolta, ma che hanno lo scopo di coprire il terreno durante i mesi invernali, contrastando l'erosione dei campi, migliorandone la struttura e la fertilità e soprattutto generando sostanza secca che incorpora CO2.

"Se si considera che una cover crop produce 4-5 tonnellate di sostanza secca ad ettaro circa la metà è composta da carbonio, suddiviso tra la parte epigea (fusto e foglie) e ipogea (le radici). Se il terreno non viene lavorato l'opera di lombrichi, insetti e piccoli mammiferi attua un naturale interramento della parte epigea che quindi si trasforma in carbonio sequestrato nel suolo, a cui si sommano le radici della cover crop e quelle della cash crop (la coltura precedente) rimaste nel suolo", spiega Fiorini.

La biomassa così interrata non solo arricchisce il campo di sostanza organica, e quindi di nutrimento per le piante che verranno seminate successivamente, ma aumenta lo stock di carbonio anno dopo anno. In una stagione si possono sequestrare 2-2,5 tonnellate di CO2 ad ettaro, pari alle emissioni prodotte da una macchina che percorre circa 15-19mila chilometri (se si considera una utilitaria, modello che emette 130 grammi di CO2 al chilometro).



Per evitare che l'anidride carbonica intrappolata nella biomassa torni in atmosfera è necessario tuttavia adottare delle tecniche di agricoltura conservativa che prevedono la non inversione degli strati di suolo. Parliamo quindi di semina su sodo, oppure di minimum tillage (lavorazione solo dei primi 10-15 centimetri) oppure strip tillage (lavorazione del terreno a bande in corrispondenza poi della semina). Niente arature profonde.


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"Evitando di rivoltare il terreno si frena la mineralizzazione della sostanza organica e quindi si impedisce all'anidride carbonica di ritornare in atmosfera", sottolinea Fiorini. "Bisogna però tenere bene a mente che il carbon farming non è un approccio monolitico al campo, ma deve essere calato sulle specificità dell'azienda agricola, valutandone produzioni e obiettivi, nonché sulle caratteristiche del suolo".


Chi paga per il carbon farming?

L'agricoltura conservativa può causare perdite di produttività, almeno nei primi tre anni, e richiede l'acquisto di attrezzature particolari. D'altro canto comporta minori costi, ad esempio in termini di gasolio consumato e ore lavorate, non essendo necessaria l'aratura e l'affinamento del letto di semina. Inoltre non richiede l'uso di trattori ad elevata potenza.

Per compensare le iniziali perdite molti Psr prevedono degli aiuti (ad esempio in Lombardia si arriva a 420 euro ad ettaro), ma negli Stati Uniti (e presto anche in Europa) un ritorno economico lo si potrà avere dall'emissione di crediti di carbonio.

 

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Negli Usa ogni agricoltore che adotta pratiche di carbon farming può farsi certificare da enti privati l'ammontare di CO2 sottratta dall'atmosfera e vedersi rilasciare un carbon credit, un certificato che poi può essere venduto a quelle società che vogliono mitigare la propria impronta ambientale. Se ad esempio una compagnia volesse compensare le emissioni relative alle trasferte in auto dei propri dipendenti potrebbe comprare crediti di carbonio dagli agricoltori.

Ai prezzi attuali un agricoltore potrebbe guadagnare 12-15 euro (con prezzi previsti in crescita) per un ettaro che sequestra 2-2,5 tonnellate di CO2. È un sistema win win (in cui tutti vincono) che negli Usa è agli inizi ma sta esplodendo. Il nodo ad oggi è quello di stimare e certificare in maniera corretta la quantità di CO2 sequestrata in un anno da un agricoltore, senza dover effettuare prelievi di suolo e analisi che sarebbero troppo costose per far scalare il modello.

"Su questo fronte la tecnologia digitale può dare una mano", spiega Alexey Kuzmenkin, director of Global Climate Change Lead. "Stiamo sviluppando degli algoritmi all'interno di Climate FieldView, la nostra piattaforma di agricoltura digitale, in grado di verificare che l'agricoltore segua le pratiche di agricoltura conservativa e di stimare in maniera molto precisa la quantità di CO2 sequestrata nei terreni aziendali sulla base delle informazioni fornite dall'agricoltore stesso e quelle che rileviamo noi".

La piattaforma prende in considerazione i dati forniti dall'azienda sulla tipologia del terreno e sulle operazioni colturali effettuate (semine, lavorazioni del terreno, raccolta, etc.) e quelli che rileva da stazioni meteo e dal satellite. I dati vengono elaborati attraverso dei modelli e sono in grado alla fine di stimare la CO2 sequestrata.

"La nostra idea è che l'agricoltore possa usare Climate FieldView non solo per gestire in maniera efficiente e produttiva le proprie colture, ma anche per quantificare l'anidride carbonica sequestrata e vedersi riconosciuti i crediti di carbonio. Crediti che poi potrebbero essere venduti sul mercato volontario dei carbon credit, oppure ancora meglio ai clienti che acquistano i prodotti, come la Gdo o le aziende di trasformazione, che sempre più spesso prendono impegni di sostenibilità ambientale nei confronti del consumatore finale", conclude Kuzmenkin.


Carbon farming e digitale, accoppiata vincente

Grazie all'adozione del carbon farming gli agricoltori hanno la possibilità di migliorare la qualità dei propri suoli rallentando al contempo la crescita della temperatura del Pianeta. La diffusione di queste pratiche, assieme ad una decarbonizzazione delle economie mondiali, rappresenta una speranza concreta di mantenere la crescita della temperatura globale sotto 1,5°C, tetto contenuto negli accordi di Parigi.

Gli agricoltori devono essere remunerati per questo sforzo e gli aiuti previsti dalla Pac, nonché il nascente mercato dei carbon credit, possono rendere questa transizione economicamente sostenibile per le aziende agricole, che sono le prime che beneficerebbero di un clima più stabile. Per questo è l'agricoltore il primo a dire #iocitengo, l'hashtag scelto da Bayer per l'iniziativa AgriCampus.


 

Bayer AgriCampus è un'iniziativa lanciata da Bayer Crop Science Italia con l'obiettivo di promuovere l'uso consapevole degli agrofarmaci.
Image Line è partner e su AgroNotizie ha creato una rubrica per ospitare i contributi provenienti da Bayer e dai partner di AgriCampus.
Consigli tecnici che se seguiti si traducono in vantaggi sia per l'agricoltore che per l'ambiente e i consumatori. Perché per tutti gli attori della filiera vale l'hashtag #iocitengo

Appuntamento a dicembre per la nuova puntata di Bayer AgriCampus dedicata al ciclo di vita dell'agrofarmaco.