Luci e ombre nell'ultimo Rapporto Ismea sull'agroalimentare italiano.

 

Ombre soprattutto sul settore agricolo, che perde una posizione passando dal secondo al terzo posto fra i produttori dell'Unione Europea: in testa ora sono la sempre fortissima Francia seguita da una Germania decisamente beneficata dal cambiamento climatico (che invece evidentemente svantaggia lo Stivale). 


Luci invece per il settore agroindustriale, che negli ultimi dieci anni ha avuto una continua crescita e guadagna posizioni in quasi tutti i settori di elezione.

Da notare che molti prodotti dell'industria alimentare italiana sono piuttosto slegati dalla produzione agricola nazionale: il classico esempio è il caffè, certo un prodotto di non possibile produzione nazionale, che importiamo in gran misura e che poi riesportiamo con un molto significativo aumento del valore aggiunto. In molti casi però l'industria preferisce prodotti esteri quando sarebbe possibile produrre meglio con materia prima nazionale.

 

Prendiamo il settore dolciario. Qui, come in tanti altri casi, ci vengono lampanti molti casi di come l'industria si avvantaggia di una sinergia con l'agricoltura privilegiando il prodotto nazionale. Il primo esempio che ci viene in mente sono le nocciole: l'Italia è un grosso produttore ed esportatore ma è sempre stato anche un grande (grandissimo) importatore. Negli ultimi anni si è però visto un notevole aumento della produzione corilicola italiana per effetto del crescente interesse della industria verso il prodotto nazionale.

Molto interessanti sono gli accordi interprofessionali che alcune grandi industrie molto avvedute hanno stretto con i produttori. Non poche sono le produzioni agricole che potrebbero tornare a crescere alimentando un'industria che si rifornisce oramai da anni quasi esclusivamente all'estero.

 

Per rimanere alla frutta secca: pensiamo alle mandorle o ancora alle castagne. Ma vi sono piccole notizie confortanti: qualche giorno fa abbiamo saputo che a Mazzarrone, in Sicilia, si è ricominciato a produrre uvetta passita "made in Italy" (o meglio "in Sicily").

Vorrà dire che qualcuno si è forse accorto che ad oggi il 99,9% dei panettoni, anche della migliore qualità, contiene (spesso pessime) uvette turche o australiane.