'Blu mais', sarà possibile bonificare i terreni?

Abbiamo intervistato Cristina Macci del Cnr di Pisa per capire come e se sarà possibile risanare i campi contaminati in Toscana per l'uso di fanghi industriali, spacciati per ammendanti, scoperti nell'operazione 'Blu mais' coordinata dalla Dda di Firenze

Matteo Giusti di Matteo Giusti

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Mais, in Toscana contaminati 150 ettari da rifiuti industriali usati come concimi (Foto di archivio)
Fonte foto: © andre nery - Fotolia

Nelle settimane scorse una operazione della Direzione distrettuale antimafia di Firenze denominata Blu mais ha scoperto un sistema di smaltimento illecito di rifiuti dell'industria conciaria su 150 ettari di terreni agricoli tra le province di Pisa e Firenze.

Il nome Blu mais è stato dato dagli inquirenti per l'inquietante colorazione bluastra assunta da alcune pannocchie di mais coltivate su quei terreni, risultati contaminati da metalli pesanti e idrocarburi.

Un giro di documenti e certificati di analisi falsificati che hanno permesso di riciclare rifiuti speciali classificandoli come ammendanti e che ora ha portato sotto indagine tre amministratori di un importante consorzio specializzato nella produzione di concimi e prodotti per l'agricoltura e di un agricoltore.

Un episodio analogo a quello che si verificò nello stesso territorio alcuni anni fa con la contaminazione quella volta di 800 ettari di terreni.

Al di là del fatto di cronaca, di cui si è occupata e si sta occupando la stampa non solo locale, abbiamo voluto approfondire il tema cercando di capire se e come quei terreni potranno essere bonificati e riutilizzati anche per coltivazioni ad uso alimentare.

E per farlo abbiamo intervistato Cristina Macci del Cnr che da anni lavora e studia tecniche di biorisanamento dei suoli.

Cristina Macci, attualmente quali sono le tecniche utilizzate per la bonifica e il biorisanamento di terreni inquinati?
"Le tecnologie disponibili per la bonifica di siti contaminati sono diverse. Purtroppo la più diffusa rimane ancora il conferimento in discarica, una tecnica che, sebbene costituisca a volte l'unica alternativa praticabile, non risolve il problema, ma si limita a trasferirlo nello spazio e nel tempo. Tale approccio è non solo costoso, ma comporta anche la perdita del suolo.

Esistono strategie più sostenibili, che oltre a rimuovere le sostanze nocive, permettono di ripristinare la fertilità del suolo. Si chiamano soluzioni basate sulla natura (Nature-based solutions), più comunemente note come tecniche di bioremediation. Altrimenti esistono strategie di tipo ingegneristico che permettono di ridurre gli inquinanti alterando però le funzioni del suolo. Ovviamente la scelta della tecnologia da utilizzare deve essere effettuata prendendo in considerazione diversi aspetti, non solo relativi alla contaminazione stessa, alla tipologia di inquinante, al livello di contaminazione e alla sua diffusione, ma anche relativi alle caratteristiche del sito, agli obiettivi di bonifica, a come verrà riutilizzato il terreno e ai tempi richiesti dalla bonifica. Infine, ma non da meno, andranno considerati anche fattori economici (costi) e ambientali (altra produzione rifiuti, impatto sul territorio)"
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Cristina Macci
Cristina Macci

Come funzionano?
"Innanzitutto bisogna specificare che i processi di bonifica possono essere applicati sia in situ, cioè direttamente sul luogo della contaminazione, sia ex situ, cioè dopo avere effettuato l'escavazione del suolo. A loro volta i trattamenti ex situ vengono definiti 'on site' se effettuati sul luogo dell'escavazione e off site se è necessario ricorrere a impianti localizzati altrove. Per quanto riguarda il funzionamento, le strategie di tipo ingegneristico sono basate principalmente su metodologie chimiche, fisiche e termiche, mentre le strategie basate sulla natura si avvalgono di materiali di origine biologica (materie prime da agricoltura e silvicoltura) e organismi viventi (batteri, funghi, organismi della pedofauna, alghe e piante) per la decontaminazione.

Queste ultime hanno molti vantaggi, primo tra tutti il costo, molto più contenuto rispetto alle tecnologie ingegneristiche, ma anche un minor impatto ambientale essendo generalmente applicate in situ senza necessità di rimozione del terreno; inoltre, non comportano la produzione di rifiuti secondari e generalmente sono più semplici e permettono anche di conservare la risorsa suolo. Per tutti questi aspetti, le tecnologie biologiche generalmente sono più apprezzate dall'opinione pubblica, ma presentano anche due importanti svantaggi che riguardano i tempi di rimediazione che sono lunghi, e l'efficacia solo su contaminazioni poco profonde e non molto elevate"
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Da quanto appreso dai giornali e riferito dagli inquirenti i terreni coinvolti in questi fatti sono risultati inquinati da metalli pesanti, in particolare cromo esavalente e da idrocarburi. Ci sono già state esperienze di bonifica per situazioni del genere? Con quali risultati?
"Come successo in questo caso, spesso l'inquinamento di un suolo è dovuto alla presenza contemporanea di contaminanti sia organici (idrocarburi) che inorganici (metalli pesanti). L'associazione di composti con caratteristiche chimico-fisiche molto differenti, rende la selezione della tecnologia di bonifica ancora più difficile, dato che composti diversi rispondono diversamente ai trattamenti. In questi casi di contaminazione multipla, può essere molto efficace una tecnologia biologica basata sull'utilizzo di piante e della flora microbica associata alle radici, comunemente nota come phyto-remediation.

Anche il nostro gruppo di ricerca si è avvalso più volte di questa strategia per il recupero di terreni contaminati contemporaneamente da idrocarburi e metalli pesanti, ma come detto in precedenza, la contaminazione deve essere 'contenuta', mentre in questa situazione le concentrazioni di cromo sembrano molto elevate. Inoltre, in questo caso, si parla di cromo esavalente; non ho esperienze specifiche su questo elemento, ma posso dire che il cromo è un elemento che necessita di un'attenzione particolare proprio perché si può trovare nel suolo in diversi stati di ossidazione, facilmente interscambiabili tra loro in base alle condizioni ambientali. Principalmente si trova nel suolo come cromo VI, molto tossico e solubile, e cromo III non tossico se non in dosi elevate e poco solubile in acqua.

Sono a conoscenza di una grossa contaminazione da cromo esavalente che si è verificata nel 2008 nei terreni di Spinetta (Alessandria) vicini al polo chimico della Solvay; in questo caso è stato utilizzato un sistema (Direct push) che ha previsto l'iniezione nel terreno di ditionito di sodio che trasforma il cromo VI nel meno pericoloso cromo III. Al momento è stata trattata solo una piccola parte dell'area contaminata, circa mille metri quadrati, ma il sistema è risultato efficace e ha permesso di raggiungere gli obiettivi di bonifica. Molti altri studi, principalmente in scala di laboratorio o in piccola scala, sono stati condotti per la rimozione del cromo esavalente dal suolo e alcuni di questi, molto promettenti, hanno riguardato anche l'uso di agenti biologici quali batteri e piante, anche se la bioremediation rimane ancora una sfida aperta"
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Basandoci su quello che riportano i giornali, questi terreni potranno essere completamente risanati?

"Non conoscendo esattamente il livello di contaminazione è difficile fare un'ipotesi, i giornali hanno parlato di concentrazioni molto elevate di cromo esavalente, addirittura venti volte sopra il limite normativo, e di presenza di altri metalli pesanti e idrocarburi, per cui la situazione risulta complessa, anche per l'estensione dell'area stessa.

E' necessario effettuare un'importante indagine di caratterizzazione per valutare l'esatta distribuzione e il livello della contaminazione, oltre che considerare diversi fattori ambientali che possono influenzare le diverse strategie di recupero, soprattutto in relazione alla presenza di cromo esavalente. Una soluzione potrebbe essere quella di attuare tecnologie differenti per i diversi scenari di contaminazione che si potrebbero presentare"
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E quanto ci potrebbe volere di tempo? E di soldi?
"Tempi e costi dipenderanno dalla strategia di bonifica che verrà attuata. Le tecniche ingegneristiche consentono una rapida decontaminazione, anche pochi mesi, ma sono estremamente costose (50-400 euro/tonnellata) e considerando l'estensione dell'area, si potrebbe anche arrivare a cifre di centinaia di milioni di euro, praticamente insostenibili.

I costi potrebbero essere molto più contenuti per approcci di tipo biologico (10-100 euro/tonnellata), ma richiederebbero tempi molto più lunghi, anche svariati anni. Come detto in precedenza, senza dati più precisi al momento è difficile fare una previsione, ma studi effettuati sia a livello sperimentale che reale di campo, e le tecnologie sempre più all'avanguardia, ci fanno ben sperare in una possibile soluzione che però deve guardare soprattutto al cittadino e al suo benessere"
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© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: interviste ambiente bonifica suolo inquinamento

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