Nel vino di Puglia la storia di una terra che non tradisce

Nata nel 1933, la Cantina Sociale Cooperativa di San Severo si trova al centro dell'Alto Tavoliere, fra le colline del Preappenino Dauno e il Promontorio del Gargano

Michela Lugli di Michela Lugli

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Cantina Sociale Cooperativa di San Severo

Partiti in trenta, oggi sono cinquecento. Si tratta dei viticoltori che settantotto anni fa, sull'onda propulsiva di Antonio La Monaca, già presidente dell’azienda, diedero vita alla Cantina Sociale Cooperativa di San Severo, una delle più antiche di Puglia e per questo denominata anche L'Antica Cantina.

Sviluppata su 12mila metri quadrati l'azienda, che può contare su una superficie vitata di circa 400 ettari, è attrezzata per la ricezione, la lavorazione e la commercializzazione di 18milioni di chili di uve da cui si ottengono il Doc San Severo Bianco, Rosato e Rosso, i vini Igt e i vini da tavola a marchio 'L’Antica Cantina'.

L’azienda” spiega Raffaele Mancino, socio e vice presidente della Cooperativa, “è entrata nel progetto Magis durante la campagna 2010 con un due ettari di vigneto Bombino Bianco, di mia proprietà”.

Il progetto”, come sottolinea Mancino, “ha portato proficui e interessanti risultati tanto da estendersi, per la successiva campagna 2011, ad una superficie vitata di 10 ettari appartenenti a diversi soci della Cooperativa”.

La valorizzazione e il miglioramento nella coltivazione di vitigni monovarietali autoctoni della zona Doc San Severo, grazie all’ausilio della ricerca e della sperimentazione” spiega Mancino, “rappresentano un punto di forza nell’ottenimento di vini superiori, apprezzati nel panorama nazionale ed internazionale.  

Il progetto Magis costituisce un passo in avanti in direzione di un miglioramento generale delle produzioni in fatto di salubrità e sostenibilità ambientale senza, per questo, intaccare la straordinaria diversità dei nostri vini. Il progetto, inoltre, conferisce sostanza al principio che la qualità di un vino nasce dal vigneto, valorizzando l’importanza della materia prima sulla qualità delle produzioni”.

Parlando di difesa integrata” prosegue, “l'applicazione del protocollo Magis ha permesso di ridurre il numero di trattamenti in virtù della loro maggior efficacia e ha portato ad ampliare gli intervalli di distribuzione con conseguente minor impiego di prodotti qualificati ad alto rischio.
Infine, decisiva si è dimostrata una corretta gestione della chioma che favorendo uno sviluppo adeguato della vegetazione, evita sviluppi troppo rigogliosi ostacolanti sia l’arieggiamento che la penetrazione dei prodotti antiparassitari.

 

 

Per il resto, si è osservato uno sviluppo simile delle due tesi poste a confronto: Magis e tradizionale. Neo della tesi difesa integrata” spiega, “pur a fronte della maggiore attenzione alla salvaguardia ambientale che ben risponde al concetto moderno di intervento in campo solo in caso di reale necessità e con azioni differenziate sulle specifiche esigenze, è il costo più elevato dei trattamenti”.

Di contro”, sottolinea il vice presidente, “nell'ottica di imboccare strade di innovazione e ricerca, Magis rappresenta una palestra aziendale che apre le porte alla possibilità di generare una linea di vendita privilegiata caratterizzata dal valore aggiunto conferito dalla sperimentazione al vitigno autoctono selezionato”.

Un risultato reso concreto dall'attività del comitato tecnico scientifico il quale, spiega Mancino, “ha evidenziato come ci sia, per la tesi difesa integrata, una reale riduzione dei quantitativi dei residui di fitofarmaci oltre a un valore superiore di sostanze fenoliche e aromatiche ma, dal punto di vista delle analisi chimico-fisiche delle uve e dei vini ottenuti, non si riscontrano differenze significative”.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: vino viticoltura magis

Rubrica: Magis, viticoltura sostenibile