Barone Ricasoli, la culla del Chianti Classico

Progetto Magis - Fondata nel 1141, l'azienda di Gaiole in Chianti vanta tra i suoi meriti l'aver dato origine alla formula del rinomato vino

Michela Lugli di Michela Lugli

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L'Azienda Barone Ricasoli

Dall'anno di fondazione - il 1141, come riportato in un documento originale conservato all'interno del Castello di Brolio storica residenza della famiglia - nel corso dei secoli l'Azienda Barone Ricasoli si è sempre dedicata alla coltivazione della vite ed alla produzione del vino.

Situata a sud del comprensorio del Chianti Classico nella località Gaiole di Chianti in provincia di Siena, l'azienda confina a nord con il Macigno del Chianti e nella sua porzione meridionale costeggia il fiume Arbia.
Posti ad altitudini variabili tra 500 e 250 metri sul livello del mare i terreni aziendali, circa 1200 ettari di cui 800 investiti a bosco, 25 a oliveto, 230 a vigneto e la restante parte a seminativo, hanno conformazione geologica molto variabile da zona a zona.

Fu Bettino Ricasoli ad inventare, nell'800, la famosa formula del vino Chianti - racconta Massimiliano Biagi, agronomo aziendale -, risultato di studi scientifici sia sulla coltivazione del Sangiovese che sulla sua vinificazione. Oggi, la famiglia porta avanti lo stesso progetto iniziato oramai 150 anni fa producendo vini del territorio. Con la collaborazione ed il supporto di importanti partners scientifici, si prosegue anche l'impegno nella ricerca attraverso progetti sia in ambito viticolo che enologico”.

Tra i vini più rappresentativi dell'azienda, vale la pena di citare il 'Castello di Brolio', un Chianti Classico, primo vino aziendale prodotto esclusivamente nelle migliori annate utilizzando quanto di meglio i vigneti offrono; l'etichetta storica aziendale, il Brolio, Chianti Classico e il 'Vinsanto del Castello di Brolio', prodotto secondo l'antica tradizione aziendale con Malvasia bianca del Chianti appassita in locali areati.

Abbiamo” prosegue l'esperto, “un mercato praticamente mondiale che predilige in particolare l'America del Nord, l'Europa e l'Asia”.

Siamo entrati in Magis nel 2010 con 5 ettari di un vigneto coltivato a Sangiovese” racconta Biagi, “per dare continuità alla filosofia aziendale orientata alla riduzione, sempre più spinta, dell'impatto sull'ambiente e per essere in linea anche con gli obiettivi europei volti a promuovere pratiche di agricoltura sostenibile.

L'azienda ha accettato di buon grado la partecipazione al progetto, certa che l'ampliamento degli strumenti scientifici a propria disposizione potesse essere d'aiuto nella migliore comprensione della strada da intraprendere in futuro.

Tra i punti di forza di Magis, sicuramente i partner scientifici e la grande esperienza del gruppo Bayer; tra quelli migliorabili, a nostro avviso, la partecipazione più fattiva dei vari partner. Nel 2011” precisa Biagi, “nella nostra azienda non sono stati mai fatti rilievi da parte degli enti scientifici e non siamo mai stati coinvolti in alcuna riunione in cui, riteniamo, che il contributo apportato dai tecnici aziendali avrebbe potuto fornire importanti suggerimenti. Inoltre, è a nostro avviso limitativo l'utilizzo di una 'monomarca' Bayer nella scelta dei prodotti antiparassitari”.

Ciò che da un progetto come Magis ci aspetteremmo di ricevere sono dati, suggerimenti e informazioni. Questo bagaglio è ancora oggi insufficiente per poter fornire una stima oggettiva dei vantaggi apportati dal progetto. Infatti, la qualità l'abbiamo sempre ottenuta ed i prodotti suggeriti spesso coincidono con quelli già utilizzati in azienda. Ciò che ci sembra auspicabile” conclude Biagi, “sarebbe l'istituzione di un comitato scientifico che avrebbe però dovuto essere costituito sin dall'inizio”.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: vino viticoltura magis

Rubrica: Magis, viticoltura sostenibile