Parmigiano, la Cia: "Subito la modulazione produttiva"

La confederazione dell'Emilia Romagna sollecita interventi per riequilibrare il mercato in cui i prezzi di produzione del formaggio non coprono i costi produttivi

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In vista della assemblea ordinaria dell’Ente di Tutela, la Cia chiede la modulazione produttiva per il Parmigiano
Fonte foto: © Maena - Morguefile

"Aumentano le scorte di Parmigiano nei magazzini di stagionatura  e crolla il prezzo del formaggio: è una conseguenza dell’aumento della produzione, sia in numero che di peso delle forme, combinato con un deciso calo dei consumi alimentari nel nostro Paese. Per questo la Cia si augura che l’assemblea approvi le proposte del consiglio sulla modulazione produttiva, in modo che il 66% dei caseifici e dei produttori latte, nei prossimi giorni, possa aderire al piano, riducendo per il 2015 la produzione di formaggio del 5%”.

La Confederazione dell'Emilia-Romagna lancia un appello in vista della assemblea ordinaria dell’Ente di Tutela che deve decidere, appunto, una modulazione produttiva in grado di riequilibrare il mercato.

Abbiamo già visto in passato che quando si produce più di 3 milioni di forme di formaggio è certo che si crea una pesante crisi di mercato costringendo diversi allevatori a cessare la propria attività – spiega in una nota la Cia – perché se la modulazione delle quote latte formaggio Parmigiano Reggiano se non è affiancata da una  precisa ed organizzata scolmatura, che indirizzi quindi il latte eccedentario al consumo alimentare evitandone la trasformazione, si tradurrebbe solamente in una ulteriore tassa a carico dei produttori, senza produrre l’atteso risultato della ripresa delle quotazioni grazie a  un maggiore equilibrio tra domanda ed offerta”.

Secondo la Cia, inoltre, evitando la produzione di formaggio ci si sottrae al ricorso a misure quali il ritiro delle forme che in questi ultimi anni ha creato non pochi problemi economici alla società i4S.
A giudizio della Confederazione il Consorzio dovrà rivedere, qualora vi sia la necessità, alcuni punti del disciplinare produttivo, del regolamento di marchiatura e di altri regolamenti.

Serve modificare il disciplinare di produzione – aggiunge la Cia - occorre riguardare i tempi di mungitura e soprattutto decidere la temperatura di conservazione del latte a seconda della stagione. Inoltre andrebbe introdotto il divieto di introdurre vacche in piena produzione e manze gravide  nelle imprese produttrici di Parmigiano Reggiano e stbilire stabilire in caldaia un equilibrato rapporto  tra caseina e materia grassa, specificando al meglio la metodologia di spannatura del latte con l’introduzione di nuove tecnologie”.

La Cia auspica inoltre un progetto per aumentare i consumi nel nostro Paese basato su una maggiore comunicazione televisiva dove attraverso una pubblicità comparativa si valorizzi il Parmigiano Reggiano come prodotto senza conservanti ed additivi, fondamentale nelle diete degli sportivi, bambini, studenti, donne e anziani.

Vanno incentivati anche  accordi promozionali con i principali gruppi della Gdo fuori dall’area di produzione del formaggio del Parmigiano Reggiano - prosegue la Cia – e va valorizzata la qualità del formaggio grattugiato promuovendo buste di formaggio grattugiato da usare quotidianamente".

"Inoltre stiamo osservando un vero paradosso:  le quotazioni del formaggio marchiato e di quello retinato si differenziano tra i 20 e i 30 centesimi
- riporta la Cia - Non è accettabile che un formaggio prodotto come il Parmigiano Reggiano, ma che non ha poi i requisiti di fregiarsi del marchio, possa fare concorrenza al vero formaggio Dop. Queste storture commerciali vanno esaminate ed eventualmente corrette con la modifica del regolamento di marchiatura.
Inoltre tutto il formaggio non idoneo non deve andare sul mercato liberamente ma deve essere controllato e gestito a costi e ricavi dalla Società i4S.
Infine i produttori attraverso i loro caseifici si devono riappropriare completamente del loro formaggio ed essere protagonisti del loro destino
".

I caseifici attraverso gli spacci aziendali commercializzano il 10% di tutto il formaggio, circa 300.000 forme è un buon quantitativo ma non sufficiente per determinare i prezzi di mercato.
I caseifici sociali possono avere un grande futuro se sapranno cambiare marcia ed affrontare da padroni e a viso aperto le insidie del mercato, altrimenti se rimangono fermi e continuano ad aspettare il commerciante che valorizzi il loro prodotto sono destinati ad una brutta fine e con essi le aziende agricole associate ad essi.

"In futuro occorre avere caseifici più capienti capaci di diversificare le produzioni e di valorizzare al meglio i loro prodotti: dal formaggio fino allo siero e attraverso nuove forme di commercializzazione possono diventare i nuovi protagonisti del mercato e dare maggiore redditività alle imprese agricole".

"In questa logica  - conclude la Cia Emilia Romagna - può essere una opportunità per i caseifici della montagna, nel rispetto delle norme Ue, valorizzare il proprio prodotto fregiandosi del marchio “prodotto di montagna” per informare i consumatori sulle caratteristiche del loro formaggio".

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