Pompei, una storia vitivinicola di 2mila anni fa

Agricoltura e dintorni: dal 79 d.C. ad oggi, i vecchi filari della vigna ai piedi del Vesuvio sono tornati alla luce. E ora si produce anche il vino

Ilenia Caleca di Ilenia Caleca

vigneto-pompei-fonte-mastroberardino.jpg

Pompei - Casa del Triclinio Estivo e il vigneto
Fonte foto: © Mastroberardino

Una sagoma inconfondibile, da migliaia di anni, domina dall'alto il golfo di Napoli.
E' il Vesuvio, passato alla storia per la sua catastrofica eruzione che nel 79 d.C. distrusse diverse città, tra cui Pompei, lasciando dietro di sé solo un manto lavico.

Alla fine del XVIII secolo, i resti della città iniziarono a riemergere e tra questi spuntò Villa dei Misteri, una residenza rustica riaffiorata a pochi metri dalle mura cittadine, dove avveniva la lavorazione e la trasformazione di prodotti agricoli.

Nei pressi della villa, riconosciuta come la più emblematica dell'antica Pompei per i riti dionisiaci affrescati sulle pareti, si sono scoperti alcuni vinaccioli che, grazie alla ricerca, sono arrivati fino ai giorni nostri.


Come 2mila anni fa

Per riportare alla luce la vigna, e il vino, di 2mila anni fa è intervenuta Mastroberardino, una cantina in provincia di Avellino che da dieci generazioni, e con Piero Mastoberardino attualmente al timone, vive il contesto socioculturale vitivinicolo.

Nella zona conosciuta come Foro Boario, un'area che in principio si pensava fosse dedicata alla vendita dei buoi, sorgeva invece l'antica cella vinaria - un piccolo edificio con 10 "dolia" interrati, grandi contenitori in terracotta dove avveniva il processo di vinificazione - e il grande vigneto che, ai tempi, era coltivato secondo il sistema della vitis compluviata.
"Questo è un sistema simile alla pergola, impiegato per creare corridoi ombreggiati dalla vegetazione delle viti all'interno dei giardini di epoca romana. Un metodo che non è più impiegato, se non con le stesse finalità in giardini privati".

Ma come è avvenuta la scoperta della vigna?
La grande eruzione del 79 d.C. immortalò per sempre le radici delle viti e dei relativi paletti di sostegno nel sottosuolo aiutando così "il lavoro degli archeologi e al successivo approfondimento da parte del Laboratorio di ricerche applicate della Sovrintendenza archeologica di Pompei, in particolare sotto la direzione della dottoressa Annamaria Ciarallo".

Una volta scoperta la vigna, il progetto fu avviato negli anni '90 quando la Sovraintendenza conferì all'azienda l'incarico di ripristinare la viticoltura nell'antica città di Pompei.
"L'idea iniziale, fortemente sostenuta dal cavaliere del lavoro Antonio Mastroberardino, si è concretizzata in un programma di ricerca finalizzato ad una indagine sui metodi e sulle tecniche di viticoltura e vinificazione, e alla riproduzione di alcune delle fasi salienti di tale sistema sul piano sperimentale".
E sperimentale è quindi anche la vigna che sorge oggi, considerata così "perché quello di Pompei è innanzitutto un progetto di ricerca e di studio sulla viticoltura dell'epoca romana, che punta a riproporre i metodi di coltivazione e le forme di allevamento in antico".

Una rinascita che si integra perfettamente anche in quello che è 'Pompei Viva', "un ulteriore progetto che punta a ricreare gli stessi ambienti presenti all'epoca dell'eruzione".
 
Vigna Pompei
(fonte foto: © Mastroberardino)


E alla fine, il vino

Oggi la vigna, che sorge nell'area periferica Est dell'antica città, occupa circa 1,5 ettari, suddivisi in quindici piccoli vigneti, e presenta le varietà di Piedirosso, Aglianico e Sciascinoso.

Dalla foglia media, trilobata o pentalobata, il Piedirosso è un antico vitigno autoctono campano, a bacca nera, diffuso solo in ambito regionale, tipicamente nell'areale del Vesuvio, secondo solo all'Aglianico per estensione. A sua volta questo vitigno a bacca nera, dalla foglia medio-piccola e allungata dalla forma pentagonale, ripone le sue origini, e il suo nome stesso, negli insediamenti della Magna Grecia nel Sud Italia, intorno al VII-VI secolo a.C. Incerte sembrano invece essere le origini del Sciascinoso, il vitigno a bacca nera dalla foglia media e pentagonale con sette lobi.

Dai circa 20 ettolitri ottenuti dalle uve dei vigneti che sfruttano terreni chiaramente vulcanici, molto ricchi in sostanza organica e di microelementi, e lavorati dall'azienda nelle storiche cantine di Atripalda (Av), nasce così il blend "Villa dei Misteri", un messaggero di una delle più antiche culture e tradizioni del nostro paese.
Vendemmia
(fonte foto: © Mastroberardino)

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

Autore:

Tag: vino vitivinicoltura

Temi caldi: Agricoltura e dintorni

Ti è piaciuto questo articolo?

Registrati gratis

alla newsletter di AgroNotizie
e ricevine altri

Unisciti ad altre 240.071 persone iscritte!

Leggi gratuitamente AgroNotizie grazie ai Partner