Benessere animale, corsa a ostacoli

Predisposto il percorso, su base volontaria, per la certificazione delle produzioni animali ottenute nelle migliori condizioni di allevamento. La parte difficile però deve ancora iniziare ed è nelle mani della distribuzione

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

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Un’alta qualità del benessere animale mal si concilia con le politiche di sottocosto della distribuzione organizzata (Foto di archivio)
Fonte foto: © AGphotographer - Fotolia

Si chiama Sqnba e gli allevatori potranno presto conoscerla. Questa misteriosa e cacofonica sigla è l’acronimo di “Sistema di qualità nazionale per il benessere animale”, progetto che il legislatore, quasi se ne vergognasse, ha “nascosto" nelle pieghe della legge del 17 luglio 2020 numero 77.

Fra le centinaia di articoli che questa legge contiene per affrontare l’emergenza da coronavirus se ne è aggiunto uno, il 224 bis.
Ecco cosa dice nelle prime righe del suo unico comma: “Al fine di assicurare un livello crescente di qualità alimentare e di sostenibilità economica, sociale e ambientale dei processi produttivi nel settore zootecnico, migliorare le condizioni di benessere e di salute degli animali e ridurre le emissioni nell’ambiente, è istituito il «Sistema di qualità nazionale per il benessere animale".
E poi continua spiegando a grandi linee di cosa si tratta.


A che punto siamo

Benché questo articolo sia potenzialmente destinato a imprimere una svolta importante al mondo degli allevamenti, il suo dettato e le sue implicazioni sono passate un po’ in silenzio e comunque nella sostanziale indifferenza del mondo produttivo.
Non per questo il progetto si è fermato, anzi. Sia il ministero della Salute sia quello per le Politiche agricole hanno lavorato al suo avanzamento, che ora si trova in una fase avanzata.
Tanto da rendere opportuna una prima divulgazione dello stato dei lavori in un seminario pubblico che si è svolto in questi giorni.
 

La presentazione

Attorno al tavolo si sono seduti fra gli altri i rappresentanti del ministero della Salute (Pierdavide Lecchini, Ugo Santucci), del ministero per le Politiche agricole (Francesco Bongiovanni) e di Accredia (Silvia Tramontin), ente italiano di accreditamento.
Una presenza quest’ultima strettamente legata alla fase finale del progetto, che prevede l’etichettatura e la certificazione delle produzioni che assolvono i criteri previsti dal “Sistema benessere”.
L’obiettivo è quello di raggiungere standard di produzione che vanno ben oltre i limiti di legge e non solo per il benessere animale.
 

Tanti fattori

Ma quali sono i requisiti chiesti agli allevatori? Il benessere animale è solo uno degli elementi da prendere in considerazione in quello che viene definito come un percorso di riqualificazione degli allevamenti.
Si parla allora di biosicurezza, controllo del consumo e dell’impiego di farmaci, modelli di allevamento e management aziendale, impatto ambientale.
Tutti elementi che vanno “misurati” e valutati e come ciò si possa attuare è già definito nella “piattaforma” Classyfarm, la procedura grazie alla quale ogni allevamento può essere “catalogato” in ragione della rispondenza a parametri ben definiti.
 

Scelte europee

Tanto interesse per il benessere animale segue l’evoluzione della politica comunitaria, che a questo tema ha dedicato sempre molta attenzione, ora accentuata dalle finalità riassunte nel Green New Deal, faro che deve orientare le singole politiche nazionali.
Un percorso che richiede gradualità nella sua applicazione ed anche per questo sia la piattaforma Classyfarm, sia il progetto SQNBA sono su base volontaria.
Ora non resta che attendere il decreto con il quale tutta questa materia sarà resa praticabile, tenendo anche in considerazione i disciplinari di produzione già esistenti, che dovranno a loro volta aggiornarsi, pena la cancellazione.
Poi si potrà passare a raccogliere le adesioni da parte degli allevatori. Tutti si dicono convinti che la bontà dei risultati sarà una molla sufficiente a favorire una larga e spontanea partecipazione.
 

Forte impegno

L’impegno chiesto agli allevatori è però rilevante. Chi intende ottenere la certificazione deve dimostrare di conoscere cosa si intende per benessere animale e come ottenerlo.
Per esserne certi l’allevatore è tenuto alla partecipazione a corsi di formazione, ad avere un numero di addetti adeguato alle dimensioni dell’allevamento, a organizzare l’allevamento con area di infermeria adeguata.
E questi sono alcuni dei parametri da monitorare, sempre in modo documentato e verificabile, ai quali si aggiungono quelli sulla biosicurezza, che a sua volta comprende il consumo di farmaci, come pure le misure igieniche e di prevenzione, che arrivano all’obbligo di tenere un registro dei visitatori che accedono all’allevamento.
 

Alcuni dei requisiti per accedere al programma di certificazione
(Fonte: © U.Santucci )


La certificazione

Quale ricompensa per tanta fatica? Certificazione a parte, che necessariamente richiede questi impegni, si tratta di norme e regole che ogni allevamento che si possa definire “professionale” dovrebbe già seguire.
Il vincolo della certificazione, e dei controlli che ne conseguono, possono semmai tradursi in uno sprone a una ottimale gestione aziendale, che migliorando il benessere e la salute degli animali finisce in ultima analisi per ottimizzare i risultati aziendali.
Ma il traguardo più importante è un altro, quello della certificazione di qualità che accompagnerà le produzioni zootecniche.
Carni, uova o latte che potranno vantare di essere ottenute con il “Sistema benessere” hanno per il consumatore finale un valore aggiunto, che potrebbe anche tradursi in un prezzo più alto.
 

Non basta un “bollino”

Tutto ciò in teoria. Il timore è che non sia sufficiente un “bollino” in più per vincere la sfida del mercato.
Nemmeno un sistema perfetto di certificazione, da solo, può attrarre un consumatore poco attento e frastornato da etichette sempre più complesse.
Senza una robusta, molto robusta, campagna di informazione e promozione, anche l’etichetta del benessere rischia di rimanere un bel progetto, come i tanti già tentati.
Lasciando che il consumatore cada nella trappola, ormai collaudata, dei prezzi sotto costo (ben lontani dal benessere animale) della grande distribuzione organizzata.

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