Non sarà proprio così, non vedremo esposta sui banconi dei supermercati o sulle bancarelle del mercato una lettera o un numero che classifichino la classe energetica dei prodotti agroalimentari o agroenergetici come avviene, per esempio, per le case. Potremo però apprenderne comunque l'impatto ambientale.

Il nuovo servizio di certificazione presentato nell'ambito del convegno milanese 'Gas serra, consumi idrici ed impatti ambientali' di martedì 15 maggio, è stato messo a punto dal Ccpb, organismo di controllo e certificazione biologica bolognese riconosciuto dal Mipaaf.

 

La certificazione

Si tratta di uno strumento in grado di quantificare gli impatti ambientali del processo di filiera alla base di un prodotto agroalimentareagroenergetico, individuandone anche i punti critici così da fornire precise indicazioni su come ottimizzare i processi produttivi e proporre ai consumatori una spesa energeticamente consapevole.

Non esiste oggi – ha spiegato Fabrizio Piva amministratore delegato Ccpb -, un modello universalmente riconosciuto per il calcolo degli impatti ambientali del comparto agroalimentare. La direzione – aggiunge Piva - è europea e lo dimostra la bozza di direttiva volta a misurare l'impatto delle produzioni, pubblicata qualche settimana fa”.

Unico baluardo d'avanguardia, il sistema francese dove - spiegano gli esperti -, una legge dello scorso anno sancisce il diritto del consumatore ad essere informato sugli impatti ambientali dei prodotti rendendo di fatto obbligatoria questa certificazione.

 

Input e output

Come ha sottolineato nel suo intervento Federica Rossi del CNR Ibimet di Bolognal'agricoltura assorbe circa il quindici per cento del consumo energetico nazionale; una quota parte di questo valore, rappresenta l'energia metabolica resa disponibile all'uomo attraverso le produzioni. L'ottimizzazione del rapporto di rendimento – spiega Rossi – è legata a produzioni virtuose e ad un impiego ottimale delle risorse, raggiungibile con protocolli biologici o integrati ma anche con specifiche consulenze e attività informative capaci di migliorare l'efficienza energetica, idrica e di processo.

 

Il modello 

Il sistema proposto dal Ccpb e dai suoi partners – spiega Giuseppe Garcea dell'ente certificatore –, si basa su due disciplinari tecnici, uno per la filiera agroalimentare e l'altro relativo a quella agroenergetica.

In essi sono definiti i requisiti e i criteri per il calcolo degli impatti ambientali articolati in un'ottica di filiera e basati sulla metodologia LCA o di Ciclo di vita del prodotto.

Un approccio – chiarisce Simona Bosco della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa -, nato negli anni '60 a partire dall'analisi energetica applicata ai processi industriali e cresciuto fino ad essere oggi standardizzato da due norme ISO che ne definiscono l'uso e la modalità di comunicazione dei risultati.

Il sistema LCA - prosegue - è inoltre entrato a far parte di alcune direttive europee tra cui quella alla base della politica delle produzioni integrate e la nuova direttiva sulle energie rinnovabili”.

L'approccio è simile a quello per la certificazione di tracciabilità; il risultato per l'agroalimentare è quantificabile in diverse unità di misura quali l'ettaro piuttosto che il chilo di prodotto o la bottiglia di latte; per la filiera agroenergetica si ricorre al chilojoule, al chilowatt o al Ghg saving, un parametro che esprime l'efficienza di una filiera agroenergetica attraverso il confronto con il suo corrispondente fossile.

 

Carbon footprint ma non solo

I molteplici indicatori di impatto ambientale considerati nel processo di certificazione, fondamentalmente coprono l'ambito ambientale, della salute e del consumo delle risorse. Tra essi, dieci in tutto, la carbon footprint, la water footprint, l'efficienza energetica, l'utilizzo del suolo e alcuni parametri più legati ad aspetti di salute quali il calcolo del potenziale di rischio di affezioni respiratorie da sostanze inorganiche e la tossicità delle acque dolci.

La certificazione pensata sia nell'ottica business to business per il prodotto intermedio - ad esempio il grano duro destinato alla produzione di pasta -, ma anche business to consumer per il prodotto finito, sfocerebbe in un marchio.

 

A monte e a valle della filiera

Membro del tavolo di lavoro e qui rappresentato da Roberta di Natale il gruppo Auchan – spiega Di Natale - “ha l'ambizione di immagine e commerciale di essere riconosciuto per l'impegno nell'ambito della sostenibilità delle produzioni, partito nel '90 con la nascita delle filiere controllate sviluppate in partnership con i produttori.

Pensiamo – ha aggiunto – che la sostenibilità possa anche diventare un fattore per affrontare la crisi” in quanto, nelle intenzioni, rappresenta una leva di valorizzazione dell'impegno e della virtuosità della filiera.

Discorso quest'ultimo che, fermo restando la validità e la virtuosità della proposta, arrivando da una componente della Grande distribuzione desta qualche perplessità.

Si tratterebbe, infatti, di costi aggiuntivi da sommare ai già importanti costi di produzione oggi più che mai pesanti per la porzione più a valle della filiera e sui quali spesso la stessa Gdo gioca un ruolo determinante.

Ma, fa notare Di Natale, “il nostro approccio alla certificazione è laico. Riteniamo sia uno strumento tecnico interessante per uno sviluppo in termini di sostenibilità di filiera.

Ad oggi - conclude -, non abbiamo ancora chiarito se sia lo strumento per poter lavorare al meglio con i nostri produttori. In questa fase stiamo sperimentando una metodologia per vedere se potrà portare a comunicazioni importanti sul consumatore finale”.