Agroalimentare, "Il Sud ha fame di investimenti"

I numeri nel report dell'Ismea: crescono export, valore aggiunto e occupazione, ma gli investimenti sono in calo. Il settore si conferma strategico per lo sviluppo dell'area ma ancora troppo sottovalutato

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

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L'agroalimentare al Sud ha bisogno di un colpo d'ali che parta dalle campagne: tipicità e territorio occasioni di business ancora da sfruttare
Fonte foto: © lily - Fotolia

Il settore agroalimentare del Mezzogiorno ha tutti i numeri per rafforzare il suo ruolo strategico e rappresentare un fattore di traino economico per l'area, puntando a un alto posizionamento in termini di qualità e al forte legame col territorio, ma c’è una precondizione: devono ripartire gli investimenti – sia  nel settore agricolo, che in quello industriale. È quanto emerge dal Rapporto sulla competitività dell’agroalimentare nel Mezzogiorno, realizzato da Ismea, in collaborazione con Fiere di Parma e Federalimentare, presentato  all’Università degli studi di Salerno.
 

Export a gonfie vele

Lo studio evidenzia come i recenti mutamenti dello scenario globale abbiano sostenuto una crescita senza precedenti delle esportazioni del made in Italy alimentare, grazie ad una ritrovata coerenza del modello di specializzazione agroalimentare italiano con le tendenze della domanda mondiale, che ha spinto l’export agroalimentare del Sud a toccare la cifra di 7 miliardi di euro nel 2018.

In questo quadro ha sofferto l’export dell’agricoltura, che, dopo la ripresa del 2015 (+16,2% sul 2014), ed una fase espansiva più modesta tra il 2016 ed il 2017, ha visto calare il valore a poco più di un miliardo e 938 milioni a fine 2018, registrando un -6,7% sull’anno precedente, sotto la spinta della concorrenza internazionale e di una riduzione della produzione, legata all’andamento negativo di alcuni comparti importanti per il Sud.
 

Crescono valore aggiunto e occupazione

Nel Mezzogiorno, nonostante il consistente e duraturo impatto della crisi economica iniziata nel 2008, il permanere di un tessuto imprenditoriale caratterizzato da imprese medio-piccole e, più in generale, la conferma di alcuni storici limiti allo sviluppo economico, il settore agroalimentare è cresciuto, nel triennio 2015-2017, in termini di valore aggiunto - che supera i 19 miliardi di euro -, di numero di imprese - 344 mila agricole e 34 mila dell’industria alimentare - e di occupati, che si attestano complessivamente a circa 668 mila unità, pari al 10% del totale occupati al Sud.

In particolare, il valore aggiunto agricolo nel Mezzogiorno si è attestato nel 2017 – ultimo dato disponibile – ad oltre 13, 1 miliardi di euro, segnando un +5,9% sull’anno precedente, portando gli occupati a 519mila unità. Le previsioni per il 2018 sono di una timida ripresa, penalizzata da fattori climatici e fitosanitari, che – come noto – hanno ridotto la produzione di olive e olio, ortaggi e agrumi e ridotto l’export.
 

Investimenti in calo

Problematica poi per l’agricoltura del Sud la questione degli investimenti, calati del 53% tra il 2007 ed il 2016 e che in questo ultimo anno considerato non hanno superato i 2 miliardi e 67 milioni di euro. In controtendenza il Nord, dove si registra negli ultimi anni una ripresa, anche se i valori pre-crisi sono ancora lontani. Secondo il rapporto, i Programmi di sviluppo rurale del periodo 2007-2013, che pure hanno concentrato la spesa per investimenti strutturali nell'ultima fase di programmazione e il ritardo dell'avvio della programmazione 2014-2020, non hanno sostenuto a sufficienza il sistema imprenditoriale agricolo meridionale.
 

Fatturato dell'industria alimentare cresciuto più che al Nord

Il rapporto poi procede ad un confronto con il Centro-Nord mettendo in evidenza come, nello stesso periodo 2015-2017, il fatturato dell’industria alimentare sia cresciuto più al Sud (+5,4%) che nel resto del Paese (+4,4%). Performance positive hanno riguardato soprattutto alcune filiere come caffè, cioccolato e confetteria (+14%), prodotti da forno (+18%), olio (+21%); in generale, un rinnovamento generazionale e la presenza di imprese più giovani hanno determinato maggiore dinamicità e capacità di rispondere alle esigenze del mercato.
 

Del Bravo (Ismea), puntare sugli investimenti

“L'agroalimentare nel Mezzogiorno riveste un ruolo sempre più rilevante, con primati in molti settori e una buona tenuta economica, segnali positivi che vanno letti con attenzione", ha dichiarato Fabio del Bravo, direttore servizi per lo sviluppo rurale di Ismea, durante la presentazione a Salerno. "Occorre rafforzare adeguatamente la fase agricola e la sua integrazione con la parte a valle della filiera, favorire gli investimenti – soprattutto in innovazione – e prendere atto dei limiti, per esempio strutturali, individuando percorsi che già nel breve periodo possano portare benefici: una maglia produttiva di dimensioni piccole è certamente un problema su molti fronti, ma lo è molto di più per le produzioni standardizzate che fronteggiano concorrenza di prezzo, piuttosto che per i prodotti differenziati del made in Italy.

Da quanto esposto da del Bravo, l’agroalimentare del Mezzogiorno tra il 2007 ed il 2016 ha registrato “Una riduzione degli investimenti del 53% in agricoltura e del 23% nell’alimentare ed ha così ulteriormente incrementato il gap già rilevante con il Centro-Nord”. Una riduzione degli investimenti che – per l’agricoltura - si riflette in prospettiva negativamente anche sull’andamento del valore aggiunto del settore. "Incentivare forme di aggregazione e l’orientamento a produzioni tipiche che in quest’area hanno ancora molte potenzialità inespresse, può rivelarsi una leva strategica importante e può avviare un percorso di successo realmente attuabile" ha concluso del Bravo.
 

Calzolaro (Federalimentare), innovare per esportare di più

“Un trend positivo quello del nostro settore nel Mezzogiorno sia in termini occupazionali  che in termini di fatturato – ha detto il direttore di Federalimentare, Nicola Calzolaro con grandi margini di crescita su diversi fronti. Uno su tutti, l’export. L’agroalimentare del Sud, infatti, è ancora molto orientato al mercato italiano e poco alle esportazioni che rappresentano meno del 20% di quelle totali del Paese. Una porzione davvero troppo piccola se si pensa alla potenzialità del nostro sud e all’importanza strategica dell’export per l’Italia. È necessario, dunque, l’impegno di tutti per farlo crescere e questo può avvenire attraverso l’innovazione, ma soprattutto attraverso un potenziamento della rete infrastrutturale senza la quale non si potranno mai sfruttare appieno le grandi possibilità dell’alimentare nel Mezzogiorno".
 

Ghiretti (Fiere Parma), imprese agroalimentari investono di più in promozione

Lo studio descrive il sistema agroalimentare meridionale come una realtà in forte espansione", ha spiegato Elda Ghiretti, Cibus and Food Global Coordinator, Fiere di Parma. "Un dato confermato anche dall’aumento della partecipazione delle aziende del Sud a Cibus, passata negli ultimi 5 anni dal 17% al 36%. Cibus è la fiera alimentare di riferimento all’estero e vede la partecipazione di migliaia di buyer internazionali. La cresciuta partecipazione delle imprese meridionali a Cibus ha contribuito – ha riferito Ghiretti – all’aumento dell’export dei prodotti agroalimentari del Meridione che nel 2018 aveva toccato la quota di 7 miliardi di euro, con un aumento del 6,1% nel quadriennio 2015-2018. Un dinamismo sostenuto anche dalla creazione di nuove forme di aggregazione private, come consorzi e associazioni, che consentono anche ad imprese di medie dimensioni di interloquire con importatori e distributori esteri”.
 

Confagricoltura, investimenti in innovazione varietale già ripartiti

“I dati del Rapporto sicuramente danno conto della frenata degli investimenti nella fase post-crisi – ha commentato il presidente di Confagricoltura Salerno, Antonio Costantinoma che non tengono ancora conto però della reazione in atto oggi da parte delle aziende agricole più competitive, che in questi ultimi anni hanno iniziato ad investire, specie nei comparti frutticolo e agrumario – per contrastare la crescente pressione dei principali competitor internazionali, tornando a sviluppare l’innovazione varietale, anche puntando su prodotti nuovi e tali da contrastare efficacemente, in futuro, l’import di frutta fresca che ha invaso soprattutto la grande distribuzione organizzata”. 
“La Gdo italiana oggi non è in grado di valorizzare la frutticoltura italiana – ha spiegato Costantino - poiché dall’estero arrivano ingenti quantitativi di frutta, non solo a costi più contenuti, ma tali da coprire un arco temporale di offerta più lungo per ogni singolo frutto e questo accade per via dei maggiori investimenti fatti nel passato, dai nostri competitor, come ad esempio la Spagna, su cultivar anticipatarie e tardive.”
 

Consorzio Ionico Ortofrutticolo, come si innova

Il presidente Costantino ha poi parlato del tema dell’innovazione varietale, attività promossa dal Consorzio Ionico Ortofrutticolo, l’organizzazione di produttori della quale è presidente, in collaborazione con altre Op partner: “Stiamo investendo, grazie ad un progetto sviluppato con l’Università di Salerno, su cultivar di fragole che meglio si adattino al nostro clima, possano essere gradevoli per il consumatore e con una shelf life più durevole, in modo da poter essere commercializzate anche all'estero.” 
Altri due progetti invece, puntano sull’innovazione varietale per allungare la stagionalità e la commerciabilità di uva da tavola e clementina. “In particolare sono in fase di selezione insieme ai nostri maggiori partner pugliesi e siciliani – ha sottolineato Costantino - nuove cultivar di uva bianca senza semi in sostituzione dell’uva Italia, oltre a nuove varietà di uva fragola a buccia sottile e sempre senza semi”.
“Ma in futuro occorrerà riposizionare le aziende anche su frutti tropicali e frutti di bosco, visto il cambiamento climatico in atto, che ne determina un incremento della domanda" ha concluso il presidente di Confagricoltura Salerno.

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