GreenEye, con i sensori in vigna il vino ci guadagna

Il progetto GreenEye ha dimostrato la correlazione tra la vigoria delle viti e la qualità dei vini, concentrando l'attenzione sugli effetti del vigore e dell'espressione vegetativa in vigneto sul potenziale ossidativo e la longevità del vino prodotto

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa

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GreenEye ha come obiettivo elevare la qualità delle uve attraverso lo studio e la gestione della vigoria delle viti
Fonte foto: © ahfotobox - Fotolia

La variabilità naturalmente presente all'interno dei vigneti, si manifesta in una crescita non omogenea delle piante in termini di vigoria ed in un differente potenziale qualitativo delle uve. La viticoltura di precisione, che lentamente sta prendendo piede in Italia, ha come obiettivo proprio la gestione di questa variabilità che può rappresentare un utile strumento qualitativo nelle mani del viticoltore che, a seconda dei casi, potrà puntare o a limitare tali variabilità o al contrario valorizzarle gestendo in maniera specifica e separata le diverse parcelle all'interno dello stesso vigneto.

Nell'ottica di una gestione di dettaglio del vigneto, lo studio agronomico ed enologico Giotto consulting ha lanciato nella campagna 2017 il progetto GreenEye che ha come obiettivo elevare la qualità delle uve (e quindi del vino prodotto) attraverso lo studio e la gestione della vigoria delle viti.

"Attraverso una gestione 'su misura' delle singole viti, utilizzando le moderne tecnologie a rateo variabile e applicando una viticoltura misurata e puntuale, è possibile modulare la vigoria delle piante ed indirettamente agire sulla qualità delle uve prodotte", spiega ad AgroNotizie Stefano Saderi, agronomo dello studio Giotto consulting. "Non esiste un approccio univoco alla vigna, tutto dipende dagli obiettivi aziendali e dal vitigno. Di certo una agronomia moderna deve e dovrà sempre più basarsi sulla creazione di indici qualitativi che garantiscano la possibilità di misurare gli effetti del proprio operato in vigneto".

Lo studio, che è stato condotto in sei aziende vitivinicole nelle province di Treviso, Verona e Pesaro-Urbino, si è basato sullo studio del Canopy Index, un indice elaborato sulla base delle informazioni rilevate attraverso il sensore Mecs-Vine, sviluppato dal gruppo Team (Studio di Ingegneria Terradat, Appleby Italiana, Casella Macchine Agricole) partner di Giotto consulting nel progetto GreenEye. Il sensore di prossimità, montato sui mezzi in campo, oltre a valutare la biomassa fogliare (alla base del Canopy Index), è in grado anche di registrare la temperatura ambientale, quella superficiale delle foglie e l'umidità relativa.


Il sensore Mecs-Vine e una mappa di vigore
Il sensore Mecs-Vine e una mappa di vigore
(Fonte foto: Giotto consulting)


"Abbiamo trovato interessanti correlazioni tra l'incremento di temperatura della superficie fogliare ed il manifestarsi dei primi segnali di stress idrico, con conseguenze negative sulla produzione", spiega Saderi. "Le uve derivanti da aree di vigneto che hanno subito uno stress idrico prolungato danno mosti che rispondono in maniera peggiore agli stress ossidativi studiati all'interno del progetto".

A partire dalle mappe generate sulla base del Canopy Index, il vigneto è stato suddiviso in classi di vigore, ognuna delle quali, in linea di principio, presenta esigenze specifiche di gestione a seconda degli obiettivi aziendali. Tale approccio, oltre ad influire positivamente sulle produzioni di uva, comporta anche una riduzione degli input a livello operativo con un aumento dell'efficienza generale di processo (ad esempio nell'esecuzione di concimazioni a rateo variabile che permettono una riduzione dell'utilizzo di prodotto incrementando la qualità delle uve).

L'obiettivo primario del progetto GreenEye è stato quello di mettere in correlazione la quantità di biomassa fogliare con il potenziale ossidativo di mosti e vini. Per studiare questa correlazione in fase di vendemmia si è creata una mappa di vigore che divideva la vigna in due classi: bassa ed alta vigoria. "Abbiamo proceduto a vinificare da un lato il mosto proveniente dall'intero vigneto come se non si tenesse conto delle variabilità riscontrate e dall'altro escludendo un 10% di superficie produttiva che presentava i più bassi livelli di vigore vegetativo", spiega Saderi.

E' emerso che i vini ottenuti dalle due fermentazioni hanno caratteristiche molto differenti dimostrando come una piccola porzione di vigneto possa influenzare la qualità finale del vino prodotto. La frazione di vigneto a basso vigore vegetativo ha influenzato negativamente l'intera produzione. "Il vino ottenuto da una vendemmia completa della vigna mostra infatti una ossidazione di partenza già più elevata rispetto al vino ottenuto escludendo l'area a bassa vigoria", spiega Saderi.

Dalle microvinificazioni inoltre è emerso che i mosti ottenuti con uve provenienti dalle aree ad alta vigoria hanno portato a termine la fermentazione nella metà del tempo rispetto alle partite che includevano le aree meno vigorose, indice di una differente attività del lievito con importanti ripercussioni a livello qualitativo sul vino.

"Al termine di questo primo anno di sperimentazione appare chiara la potenzialità di un approccio di questo tipo nel valorizzare al massimo la qualità potenziale di ciascun vigneto. È molto importante che i tecnici del settore spingano in modo univoco verso questo tipo di tecnologie in modo da iniziare ad applicarle sempre più anche attraverso i consorzi di tutela dei diversi areali viticoli, creando i presupposti per un abbassamento dell'impatto ambientale della viticoltura attraverso una migliore efficienza di processo ed un innalzamento della qualità delle uve e del livello tecnico di chi opera nel settore", conclude Saderi.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: vino viticoltura agricoltura di precisione

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