Evoluzioni della Pac dopo il 2013

A cura di Aei, Associazione economisti d'impresa. Riflessioni di Roberto Volpi

Questo articolo è stato pubblicato oltre 9 anni fa

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Fonte foto: Commissione europea

"I documenti della Commissione sulla Pac del "dopo 2013", come ha fatto notare il presidente della Accademia dei Georgofili, Franco Scaramuzzi, sembrano ignorare del tutto che la domanda mondiale delle commodities agricole supera da almeno un anno l'offerta, con evidenti tensioni sui prezzi.
L'impetuosa crescita economica dei due più popolosi paesi del pianeta influenza le quotazioni di quasi tutte le materie prime dopo un lunghissimo periodo di declino iniziato nel dopoguerra. Neppure la attuale crisi ha rallentato questa tendenza che ha carattere strutturale e quindi si presume sia duratura.
La futura Pac è indirizzata alla salvaguardia dell'ambiente, alla sostenibilità, come principio informatore del modo di produrre, alla qualità ed alla sicurezza alimentare, anziché, come per il passato, a sollecitare con incentivi finanziari il settore primario ad aumentare la produzione. Questa scelta di indirizzo nasce da una corretta valutazione della situazione mondiale.
I paesi europei, per la recessione economica e finanziaria in atto, sono costretti ad abbattere in maniera drastica i bilanci pubblici e contemporaneamente a ridurre il prelievo fiscale, oggi di poco inferiore al 50% del Pil. Sugli aiuti al sistema produttivo, si accentra, ovviamente, l'attenzione dei ministri economici che debbono procedere a tagli rilevanti e dolorosi.
L'agricoltura è un settore totalmente e completamente protetto da sessanta anni. La politica protezionistica a carico del consumatore e della collettività ed aiuti finanziari per favorire gli investimenti rappresentano, come è noto, la voce principale del budget comunitario. In Italia il suo costo complessivo, stimato periodicamente dall'Ocse con il PSE (Producers Subsidies Equivalent), ha raggiunto lo 80% della Plv agricola. Dieci anni fa i governi e la EU hanno cercato di ridurre il flusso di ricchezza da chi la produce al settore primario, ma sono riusciti solo ad arrestarne la crescita.
Gli orientamenti a difesa dell'ambiente e del benessere della collettività costituiscono forse l'unica alternativa, fra l'altro assai meglio difendibile, qualora la situazione economica-finanziaria dovesse ulteriormente peggiorare. L'opinione pubblica è infatti sempre molto sensibile alle motivazioni etiche.
La Commissione non ignora infine che le agricolture inglese, olandese, danese, in buona parte quella francese, tedesca e spagnola hanno raggiunto un elevato livello tecnico e possono reggere la concorrenza internazionale senza eccessive difficoltà.
Le aziende negli ultimi quaranta anni si sono ingrandite sensibilmente per sfruttare, come le concorrenti estere, le economia di scala. Gli aiuti finanziari sono stati impiegati per costruire agricolture moderne e per trasformare coltivatori ed allevatori in solidi imprenditori. Protezionismo ed assistenzialismo quindi non sono più necessari, anche se certi nostalgici, in particolare transalpini, per continuare a vivere a spese della collettività, sbandierano anche il vessillo della ecologia.
In Italia nell'ultimo mezzo secolo l'ampiezza media delle aziende è rimasta ferma a 7 ettari, un settimo, se non un ottavo di quella europea.
La piccola impresa coltivatrice tradizionale è ancora nettamente prevalente, orientata spesso a colture 'abour intensive' quali ortaggi, frutta, fiori. L'imprenditorialità non si è affermata.
A fianco delle 10.000 imprese, controllate in netta prevalenza da società di capitali, di ampiezza rilevante e con mezzi finanziari adeguati, vi sono 250.000/300.000 aziende ubicate in grandissima prevalenza nella valle padana e nella pianure centro-meridionali, di dimensioni non molto inferiori a quelle europee che cercano, con fatica, di sopravvivere.
I conduttori incontrano però ostacoli nell'ingrandirsi in quanto la legislazione attuale privilegia esclusivamente la proprietà a scapito dell'impresa.
Pur essendo capaci e determinati non dispongono di servizi di consulenza alla gestione che li aiutino ad innovare sistematicamente i processi e prodotti, a rispondere rapidamente e correttamente ai segnali del mercato, nello sfruttare strutture associative nell'approvvigionamento degli input e nella vendita dei prodotti.
I costi di produzione sono in generale maggiori dei prezzi. Le quote di mercato dei tradizionali prodotti made in Italy da decenni sono in declino.
L'ora lavorata è remunerata in media 2€, secondo una recente stima Inea, e questo è alla origine dell'invecchiamento della popolazione attiva agricola, della fuga dei giovani dalle campagne e delle difficoltà e della lentezza nell'ammodernamento delle aziende.
Non si è cercato di costruire un'agricoltura efficiente e competitiva quando i mezzi finanziari erano quasi illimitati ed oggi non vi sono più le possibilità di correggere questa grave inavvedutezza.
Si sono privilegiati i sussidi, spesso per motivi elettorali, proteggendo e favorendo un tipo di agricoltura che, se è stata utilissima in passato, ha assai poche probabilità di sopravvivere in una economia globalizzata e fortemente concorrenziale.
La situazione attuale è quindi il frutto di errori di una classe politica che ha governato senza porsi obiettivi di medio e lungo termine, con una superficialità, difficile oggi da comprendere.
Era semplice imitare quello che stavano facendo i nostri partner europei che ancora prima dei moniti di Mansholt intrapresero l'unica strada corretta dimostrando saggezza e lungimiranza.
Gli agricoltori europei hanno oggi la capacità di produrre e di sostenere la concorrenza, senza dover ricorrere agli aiuti dello stato; sono in grado di accrescere la produzione, se i prezzi risulteranno remunerativi."

 

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Fonte: AEI - Associazione Economisti d'Impresa

Autore: Associazione Economisti d'Impresa

Tag: pac economia agraria politica agricola

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