Bandito il biodiesel da olio di palma entro il 2020. Forse

La Francia frena: tiene di più alla vendita d'armi che ai propri agricoltori. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Frutti di Elaeis guineensis, varietà Tenera, e olio di palma raffinato
Fonte foto: Oils and Fats International

Lo scorso 17 gennaio si è tenuta la votazione sulla necessità di rettificare e aggiornare la direttiva 2009/28/EC sulle energie rinnovabili (detta Red, in euroburocratese). Nonostante le proteste di Malesia e Indonesia, principali fornitori di olio di palma della Ue (si veda L'Eurobarometro dei biocarburanti), l'Europarlamento ha dato il via con schiacciante maggioranza ai lavori di revisione (482 parlamentari a favore di una revisione, 88 contrari e 107 astenuti, secondo quanto riferisce l'agenzia Ends), ma con ben duecento e quindici emendamenti sul testo originale proposto dalla Ce.

Il testo provvisorio della risoluzione 17 gennaio 2018 si può già consultare online e dallo stesso emergono cinque emendamenti specifici per l'olio di palma.
 

Molto rumore mediatico ma pochi passi concreti verso un'economia sostenibile

Innanzitutto, il voto non è una revisione concreta e non modifica la Red, che rimane in vigore. Quindi per almeno due anni continueremo a fare il pieno di gasolio contenente fra il 3% e il 7% di olio di palma, e gli incentivi alle centrali di biomasse e biogas non subiranno alcun cambio.

Il voto del 17 gennaio è solo una espressione politica della volontà della maggioranza degli europei di procedere con la revisione di una direttiva molto controversa, in quanto accusata di promuovere la deforestazione e l'iniquità sociale con le sovvenzioni alle biomasse e ai biocarburanti di prima generazione, in particolare quelli di origine extracomunitaria.

L'olio di palma è il primo incriminato fra i vettori energetici sovvenzionati dalla Red, e abbiamo già dimostrato in "L'olio di palma nuoce all'agricoltura italiana", statistiche ufficiali alla mano, come la concorrenza sleale asiatica, con la complicità dell'Eni, stia danneggiando il comparto oleicolo italiano. Ma anche le biomasse forestali, il biogas da coltivazioni dedicate e l'etanolo (di prima generazione) sono finiti nel mirino dell'opinione pubblica a causa delle politiche incentivanti di Bruxelles, che hanno favorito la deforestazione (dentro e fuori del territorio comunitario) si veda ad esempio l'indagine "Sopravvivenza nella giungla europea del pellet, I parte" e II parte.

Come succede solitamente in questi casi, c'è chi canta vittoria come se la battaglia fosse già vinta, e chi fa la vittima con lo scopo di influenzare politici al Governo e ottenere qualche beneficio addizionale.
Nel primo caso, qualche militante ecologista non si lascia sfuggire l'occasione di disseminare informazione falsa, come ad esempio il portale Euroactiv, il quale presenta il risultato della votazione come se fosse già sicuro che l'olio di palma verrà tolto dalla lista dei biocarburanti incentivati. Nel secondo caso, il ministro malese Mah Siew Keong accusa l'Ue di "apartheid agricolo" (Fonte: Reuters), come se il risultato delle votazioni europarlamentari del 17 gennaio avesse motivazioni razziste. Nonostante l'atteggiamento vittimista del ministro malese, in realtà la sovranità popolare degli europei, espressa mediante il voto in questione, conta relativamente poco, perché le decisioni sono il risultato di negoziazioni fra il Parlamento europeo, la Commissione europea ed il Consiglio dei ministri.
Pertanto, l'ultima parola in merito agli eventuali cambiamenti della Red, ce l'ha la casta.

E la casta è corsa subito al riparo: il ministro francese Hulot, poche settimane dopo la vittoria elettorale di Macron, si dichiarava favorevole all'eliminazione dell'olio di palma dal mix energetico (Fonte: Reuters). Ora, invece, la Francia fa marcia indietro per bocca della ministra Florence Parly per proteggere gli accordi per la vendita di un sottomarino, elicotteri e aerei militari ai sultani malesi.
Altra ipotesi di questa inversione di rotta, potrebbe essere dipesa dalla volontà di tutelare la compagnia petrolifera statale, la Total, che ha investito 200 milioni di euro nell'impianto di idrogenazione dell'olio di La Mède.
Chissà, magari entrambe le ragioni potrebbero giustificare questa politica incoerente di Macron: armi e petrolio contano sempre di più dell'agricoltura, per i politici affaristi.

La Spagna di Rajoy, notoriamente affine alle banche e alle utilities del petrolio, il carbone ed il nucleare, ha dichiarato l'intenzione di non interrompere le importazioni di olio di palma. La motivazione: una cospicua industria della transesterificazione di olio vegetale, di palma in primis.

Secondo due rapporti della European palm oil alliance, associazione di categoria promotrice di un meccanismo di tracciabilità e certificazione della sostenibilità dell'olio di palma, il primo importatore europeo è l'Olanda, il secondo l'Italia ed il terzo la Spagna. Senza entrare nel merito su quale sia l'attendibilità di una certificazione di parte, dobbiamo osservare che il 90% dell'olio importato in Olanda è Cspo (Certified sustainable palm oil), nel nostro paese solo il 49% è certificato, e in Spagna appena il 26%.
Tragga dunque il lettore le proprie conclusioni.
 
Prova di transesterificazione di olio di palma grezzo
Figura 1: Prova di transesterificazione di olio di palma grezzo. Il biodiesel è lo strato rossiccio surnatante, il sedimento di colore scuro è un miscuglio di glicerina, gomme e altre sostanze non transesterificabili, assieme ad un eccesso di reagenti, utilizzati in un processo sperimentale a due stadi.
(Fonte foto: Mario A. Rosato)
 

I cinque emendamenti contro l'olio di palma

Il testo originale della Red rivista, proposto dalla Ce, non conteneva alcun riferimento all'olio di palma, ma includeva come "sostenibili" i biocombustibili dai rifiuti della sua estrazione: gusci (Figura 2), acque di vegetazione, ecc.. Gli emendamenti contenuti nel testo provvisorio, citato nel primo paragrafo, sono invece molto espliciti:
  • si fa espresso richiamo alla raccomandazione del 4 aprile 2017 di bandire l'uso di tutti i biocarburanti che contribuiscono alla deforestazione, olio di palma in primis;
  • il contributo dei biocarburanti da olio di palma al mix energetico della Ue sarà nullo a partire dal 2021;
  • entro il 31/12/2019 la Ce dovrà rivedere l'effettivo contributo della coltivazione di soia, palma e altre oleaginose alla deforestazione e cambio indiretto di uso del suolo, stabilendo valori separati per ciascuno e tenendo in conto l'effetto dei sottoprodotti proteici nei conteggi (tale metodologia di conteggio favorisce colza, soia, e altre oleaginose europee, dalle quali si ricava il pannello proteico assieme all'olio, e penalizza la palma, che solo produce olio, acque di vegetazione e polpa fibrosa inadatta all'alimentazione - Nota dell'autore);
  • vengono eliminati i residui della produzione dell'olio di palma dalla lista delle biomasse ammissibili agli incentivi, in quanto provenienti da una lavorazione ad elevato impatto ambientale;
  • in linea di massima, entro il 2031 i biocarburanti basati su colture dedicate dovrebbero sparire, per essere rimpiazzati con "biocarburanti avanzati" (ancora il mito delle alghe e non meglio precisate produzioni biotecnologiche, tanto caro agli euroburocrati; si veda "I biocarburanti da alghe in Europa". L'emendamento ribadisce ancora l'eliminazione totale dell'olio di palma dal mix energetico europeo entro il 2021.
 
Gusci dell'endocarpo del frutto della Elaea guineensis varietà Dura
Figura 2: Gusci dell'endocarpo del frutto della Elaea guineensis varietà Dura, autoctona africana, scarto della produzione dell'olio di palma. I gusci sono molto apprezzati come combustibile, perché la loro granulometria e potere calorifico sono comparabili a quelli dei pellet di legno.
(Fonte foto: Mario A. Rosato)
 

Conclusioni

Possiamo nutrire un cauto ottimismo sulla possibile ripresa della domanda di olio vegetale comunitario a partire dal 2020, ma ancora non ci sono certezze.

Francia e Spagna hanno palesi intenzioni di continuare con le importazioni di olio di palma, per non vedere intaccati i propri interessi commerciali. L'Inghilterra, grazie alla Brexit, si trova in una posizione che potrebbe consentirle di importare l'olio, negoziando prezzi più bassi rispetto agli attuali, e beneficiare così di una certa competitività differenziale (tutta da dimostrare) rispetto all'industria del continente.

La Germania non si è pronunciata ufficialmente dopo le votazioni del 17 gennaio. E' un dato di fatto che Mercedes e Lufthansa hanno trovato fiorenti mercati nel Sud Est asiatico, quindi la paura delle ritorsioni commerciali, minacciate dal ministro malese Mah e dagli omologhi indonesiano e thailandese, potrebbe spostare i voti degli europarlamentari tedeschi verso uno status quo.

Non possiamo fare pronostici su quale sarà la posizione italiana prima delle prossime elezioni, ma poiché l'Eni ha investito 100 milioni di euro nell'impianto di biodiesel di Marghera, è sicuro che il futuro Governo riceverà pressioni per non bandire l'olio di palma.
I fantomatici "bioliquidi avanzati" rimangono ancora nel limbo, quindi il vero concorrente da battere per l'industria europea è l'olio asiatico di basso costo. Che peraltro continuerà ad arrivare alle nostre tavole, nostro malgrado, perché la decisione dell'Europarlamento riguarda solo i biocarburanti da olio di palma, non i suoi usi come olio commestibile.

Ancora una volta, l'unica alternativa che rimane per l'agricoltore italiano è puntare sul prodotto alimentare di qualità.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: olio energie rinnovabili unione europea biomasse biogas

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