Latte e burro sotto la lente d'ingrandimento

Import, export, prezzi e consumi: il punto sulla situazione dei due prodotti lattiero caseari

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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Accanto al latte, anche il burro sta vivendo un exploit in piena regola
Fonte foto: © mizina - Fotolia

Sdoganato dai nutrizionisti e recuperato dalle sacche di demonizzazione nelle quali era rimasto incagliato dagli anni Ottanta, prima era del salutismo a tavola, il burro non soltanto si sta rivelando un prodotto di prima grandezza in cucina, ma sta trascinando i mercati lattiero caseari, complice una diminuzione di latte che si sta verificando tanto in Europa quanto in Australia, Argentina, Ucraina e, nella seconda metà del 2016 (nonostante la ripresa attuale) anche in Nuova Zelanda.

Allo stesso tempo, la domanda si sta riprendendo e la Cina ha ricominciato a incamerare grandi quantità di prodotti lattiero caseari finiti, preferiti rispetto alle polveri. Sud Est asiatico, Medio Oriente e le altre principali aree importatrici di questi prodotti aumentano la domanda, che però non può essere soddisfatta. Il motivo è la minor disponibilità di latte.

Meno latte e più export significano listini vivaci. Un sillogismo che non è sfuggito di certo agli analisti di Clal.it, portale di riferimento mondiale per il settore lattiero caseario.
L'Unione europea ha prodotto il 2,21% in meno nel periodo gennaio-marzo 2017 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La maggior parte dei paesi ha registrato una flessione, ad eccezione di Irlanda (+1,07% su base tendenziale), Italia (+0,38%), Polonia (+3,47%), oltre a paesi ininfluenti per quantità prodotte sul bilancio complessivo delle produzioni, come Cipro e Bulgaria.



Forse alla fine bisogna riconoscere che per alcune realtà gli incentivi comunitari assegnati per non produrre hanno funzionato. Due esempi su tutti? Germania e Francia hanno ridotto le consegne alle latterie nel primo trimestre 2017 rispettivamente del 4,42% e del 4,17% e il Regno Unito, altro player di rilievo della corazzata Ue, ha decelerato nelle produzioni per il 3,22%.

La crisi tremenda durata per circa un anno e mezzo, fino al giugno-luglio 2016, ha portato gli allevatori a scelte più razionali, con la conseguenza che ai primi segnali di ripresa dei listini non si sono lasciati irretire dalle sirene dei prezzi, ma hanno capito che anche la prudenza è una virtù.
 

Bene le esportazioni

A dare man forte a uno scenario positivo sono le esportazioni dell'Unione europea, che nel primo trimestre dell'anno hanno incrementato i volumi in equivalente latte del 7,17%, rispetto allo stesso periodo del 2016.
Fra gli allevatori è ritornata l'euforia. Sempre attenta alla comunicazione, ieri, 30 maggio 2017, Coldiretti segnalava appunto il boom delle quotazioni, con il latte spot quotato alla Borsa di Lodi oltre i 41 centesimi al litro contro i 37 centesimi di appena tre mesi fa.

Discorso analogo per il burro, che nel mese di maggio ha raggiunto i 4,63 euro al chilo con un aumento di quasi il 90% rispetto allo stesso periodo del 2016. Quotazioni che non si vedevano da oltre cinque anni.
"Da quello che rileviamo noi - ha spiegato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Lombardia - siamo di fronte a un riposizionamento del mercato legato a una maggiore richiesta di latte italiano da quando è entrata in vigore, il 19 aprile 2017, dopo una lunga battaglia di Coldiretti, l'etichetta d'origine per il latte a lunga conservazione e per i formaggi.
Inoltre, sui mercati europei e internazionali è calata la produzione di latte e questo ha sostenuto le quotazioni del vero prodotto italiano"
.

 

Burro ai massimi

Accanto al latte, anche il burro - prodotto che, insieme alle polveri, beneficia di un pagamento più rapido rispetto ad esempio ai formaggi, per i differenti canali distributivi - sta vivendo un exploit in piena regola. La crescita del burro è avvenuta diffusamente a livello mondiale e con un trend in aumento.

Il prezzo del burro in Germania nel mese di maggio ha registrato un'impennata del 91,87% su base tendenziale, toccando quota 4.838 euro per tonnellata. Nei primi cinque mesi del 2017 la crescita è stata del 70% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
In Nuova Zelanda il prezzo del burro sta salendo da ormai dodici mesi. Dal mese di maggio 2016 è infatti passato, secondo i dati di Clal.it, da 2.649 dollari per tonnellata a 5.470 dollari. Elevate le quotazioni anche negli Stati Uniti, che hanno raggiunto i 4.640 euro/tonnellata, mentre in Italia si è fatto ancora meglio: 5.100 euro a tonnellata.

Sud Est asiatico, Medio Oriente e le altre principali aree importatrici di burro, latte e panne aumentano la domanda, che però non può essere soddisfatta, proprio per la minore disponibilità di latte. Fattore che dovrebbe portare a un incremento dei prezzi - anche se forse con minore vigore - fino al prossimo ottobre.

 

Olio di palma? No grazie, meglio il burro

A influire sulla risalita del prezzo del burro non è soltanto la diminuzione delle produzioni di latte, ma anche la crociata lanciata contro l'olio di palma, ormai sostituito da altri grassi, quali appunto margarina e soprattutto burro.
 

La variabile cinese

Riveste sempre un ruolo di primo piano la Cina, quale principale importatore di latte a livello internazionale. Nei primi quattro mesi del 2017 sono cresciute dell'1,04% su base tendenziale le importazioni lattiero casearie cinesi in equivalente latte (ME), a conferma di uno stato di salute del mercato in chiave di volumi e di valore.

I migliori risultati per export verso la Cina li mettono a segno l'Ue-28 e gli Usa, mentre frena l'Oceania.

Nel contesto comunitario, la Francia brilla per export di polvere di latte intero (+682%), polvere di latte scremato (+21%), polvere di siero (+18%), mentre calano le esportazioni formaggi (-27%). In quest'ultimo segmento è l'Italia a trarne maggiore vantaggio, mettendo a segno un +35%.

La vigilia del World milk day, indetta dalla Fao per il 1° giugno, quest'anno ha un sapore nettamente diverso rispetto a un anno fa. Se non fosse per il calo dei consumi alimentari dell'oro bianco, che colpiscono le economie più evolute.
Un segnale che dove il reddito pro capite è più elevato, maggiore è la propensione all'acquisto di prodotti finiti. Polveri e latte confezionato, infatti, sono appannaggio dei paesi in via di sviluppo e dei paesi meno abbienti, dal Nord Africa all'Africa equatoriale, fino al Sud Est Asiatico.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: import/export latte prezzi mercati formaggi burro

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