Aggregazione e innovazione sembrano essere le parole chiave del futuro agricolo. Sono infatti state proprio queste due le parole al centro di un evento che si è tenuto lo scorso 21 novembre a Firenze, all'Accademia dei Georgofili, intitolato "Gestione aziendale e programmazione territoriale" e organizzato dall'Accademia stessa e dalla Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali (Fidaf).

 

I rischi nella gestione di un'azienda agricola si moltiplicano e generano incertezza e causano oscillazioni nei redditi derivanti dall'attività. La potenzialità produttiva difficilmente corrisponderà infatti con quella effettiva.

 

I fattori di rischio sono legati al cambiamento climatico, alla possibilità di attacchi da parassiti e patogeni, al mercato, all'incertezza delle normative con possibilità di cambi imprevedibili (rischio istituzionale). "Servono innovazioni anche gestionali", ha detto il professore Dario Gianfranco Frisio dell'Università degli Studi di Milano, che poi ha analizzato la struttura odierna delle aziende italiane, anche confrontandola con quella che risultava dal censimento agricolo dell'Istat del 2010. "In dieci anni il numero di aziende è diminuito - ha detto - ma guardando alle dimensioni, sono soprattutto quelle hobbistiche a esserlo, sono invece aumentate le medie e grandi aziende".

 

In effetti, secondo i dati del censimento Istat 2020, le hobbistiche si sono quasi dimezzate mentre le medie e le grandi hanno visto incrementi percentuali a doppia cifra passando le prime da 59.400 a 65.600 e le seconde da 29.200 a 36.400. Nel complesso però il numero di aziende agricole in Italia è calato di circa il 30%, il censimento ne ha contate in totale 1.114.300 e le aziende hobbistiche assieme a quelle part time superano le 900mila unità, di gran lunga la fetta più grande.

 

"In Italia - ha detto Dario Gianfranco Frisio - non arriviamo mai a dimensioni critiche che ci permettano di affrontare le condizioni di mercato in maniera forte, un Paese che è estremamente diversificato ed è il nostro punto di vantaggio ma anche il nostro punto debole. In passato le scelte erano semplici: aumentare la produzione, ma come? Aumentavano la superficie o incrementavano la produttività unitaria, ma i margini di incremento, in entrambi i casi oggi sono molto limitati. Costo e disponibilità frenano l'aumento delle superfici, si è arrivati poi ormai a un limite anche per quanto riguarda l'intensificazione dei fattori produttivi".

 

Dunque? Come incrementare la produttività aziendale nel 2023? Per Dario Gianfranco Frisio la ricetta può essere solo una: innovazione, che coincide poi con innovazione genetica, sulla quale al momento l'Italia è rimasta indietro per fattori istituzionali limitanti e con l'adozione dell'agricoltura 4.0. Oggi l'azienda agricola ha la possibilità di avere a disposizione un'enorme quantità di dati: dati meteo, anche previsionali, caratterizzazione dei suoli e dello stato della pianta, moltissimi dati aziendali come quelli catastali. Tutti i dati raccolti finiscono nei Dss, Sistemi di Supporto alle Decisioni.

 

"Continuamente raccogliamo dati, produciamo dati e le informazioni si sommano. È importante però essere in grado di capirne l'utilità sia tecnica che economica ed ambientale", ha detto il professore Gabriele Cola dell'Università degli Studi di Milano, che poi ha sottolineato che "fino ad oggi il target dei Dss è sempre stato l'azienda agricola. I costi però sono alti e servono competenze specifiche. Bisogna sempre più pensare a figure che siano trasversali. Le risorse trovano maggiore efficientamento se sono usate su una scala più ampia. L'alta risoluzione, spaziale e temporale, degli strumenti trova come naturale sviluppo una gestione di tipo territoriale. Così posso sfruttare in maniera più efficiente tutti i fattori. Anche l'analisi di processi se attuata a scala più ampia di quella aziendale, spinge a una riorganizzazione delle attività agricole e del sistema agricolo nel suo complesso. Se non si esce dall'azienda non ci si rende conto delle differenze perché non si vedono. Io credo - ha concluso Cola - che la maggiore sostenibilità del settore agricolo passerà da questo tipo di organizzazione. Se ci si divide la responsabilità dell'impatto ambientale sul territorio possiamo farcela".

 

A concordare con Gabriele Cola anche Dario Gianfranco Frisio. "L'agricoltura 4.0 presenta evidenti economie di scala. Ciò significa che sotto una certa dimensione aziendale non si riesce ad accedere, sia per l'importanza dei capitali da investire, sia per quanto riguarda la mole di dati e informazioni da gestire. Poche aziende hanno veramente risorse in termini di tempo e competenze per gestire i dati raccolti".

 

Ed ecco che il tema dell'aggregazione e del valore del capitale umano torna al centro del ragionamento, Dario Gianfranco Frisio infatti ha aggiunto che "i sistemi agroalimentari sono complessi, riguardano i soggetti, non sono solo un mero passaggio di merci. Come in tutti i mercati si tratta di relazioni fra le persone. Io credo che coltivare la relazioni possa consentire di affrontare le criticità. Vanno sviluppate nuove forme di cooperazione fra le aziende agricole, coinvolgendo anche soggetti esterni, come ad esempio può avvenire con una rete d'impresa, vanno coltivate le forme classiche di aggregazione ed esteso l'associazionismo per concentrare l'offerta di prodotti e la domanda di mezzi tecnici. Vanno poi progettate forme di gestione territoriale che possano superare i vincoli delle piccole dimensioni aziendali, ma questo lo si può fare partendo dal basso".

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Aggregazione dunque per affrontare le sfide, ma che tipo d'aggregazione? Stefano Corsi, professore dell'Università degli Studi di Milano, ha voluto guardare al caso Argentino, citando una ricerca firmata da Sebastian Senesi dell'Università di Buenos Aires e altri e intitolata "Ownership versus management: the role of farming networks in Argentina". Le similitudini fra lo Stato sudamericano e l'Italia sono infatti molte, ha notato il professore. "La ricerca - ha detto - racconta lo sviluppo di modelli aziendali in contesto argentino ma c'è forte attinenza con l'Italia. Ci dice che dal modello tipicamente d'impresa privata dove c'è grande integrazione dei fattori produzione si è passati a modelli informali in cui una parte consistente degli input vengono dall'esterno. Si sono poi sviluppati modelli chiamati 'network di network', tante unità produttive quindi a livello aziendale che hanno però un centro di coordinamento, in cui sono centralizzate funzioni fondamentali. In tempi più recenti poi si sono sviluppati ibridi orientati agli investitori, ovvero l'azienda agricola viene creata mettendo in comune risorse finanziarie ed operative che arrivano da settori diversi e diventa l'oggetto in un sistema economico più ampio".

 

Il professore Corsi ha poi sottolineato come, da dati Istat, le aziende innovatrici, ovvero quelle che hanno effettuato investimenti in tal senso, siano soprattutto quelle sopra una certa dimensione: fra il 2016 e il 2018, infatti, le aziende con più di dieci dipendenti hanno investito nel 58% dei casi mentre quelle con un numero di dipendenti fra uno e dieci solo nel 31% dei casi.

 

Il professore Aldo Calcante (Università degli Studi di Milano) ha cercato di rendere, con un esempio pratico, il vantaggio di indirizzarsi verso una maggiore aggregazione e verso una gestione che ampli lo sguardo, spostandosi da un livello aziendale a uno territoriale. Lo ha fatto con un esercizio numerico immaginando due scenari relativi a una stalla da 2mila capi, mille vacche in lattazione e mille capi tra rimonta e manze, con conseguente coltivazione di mille ettari di terreno per la loro gestione. Rispettando la condizionalità rafforzata Pac e le rotazioni, con lavorazioni conservative, i due scenari esaminati hanno previsto rotazioni da un lato con soia, mais da granella e da trinciato, loiessa e una cover crop, dall'altro con erba medica al posto della soia.

 

L'idea di base dell'esercizio è stata quella di ipotizzare un superamento del contoterzismo, affidandosi invece a una figura professionale che si dedichi solo all'azienda, con un parco macchine ottimizzato sia per trattori e semoventi, sia per macchine operatrici. Tutti i macchinari dotati di Isobus e guida satellitare, macchine di raccolta con sistema di mappatura delle produzioni, carrobotte interratore con con sensore NIR. Dopo aver calcolato i costi relativi ai macchinari, immaginato i diversi cantieri, calcolato le ore di utilizzo, in una logica di utilizzazione ottimizzata dei cantieri, il risultato dell'esercizio è stato che praticamente ogni operazione ha visto un netto vantaggio economico nell'optare per questa nuova figura, rispetto a rivolgersi a contoterzisti.

 

Il ragionamento, conviene sottolinearlo, è stato impostato su una stalla da 2mila capi, con mille ettari a disposizione. "La figura di un professionista che opera su un territorio in rete d'impresa - ha detto il professore Calcante - e che è interamente dedicato al territorio offre molti vantaggi. Il rapporto è continuativo nel tempo e stabile, questa figura non deve dividersi fra le esigenze di diversi clienti. C'è una migliore organizzazione del lavoro e il parco macchine è ottimizzato. Le macchine saranno attentamente regolate e questo porterà maggiore qualità".

 

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