L'emergenza che non c'è

Prosegue l'attacco agli agrofarmaci per la loro presenza nelle acque. Oggi tocca alla terbutilazina. Ma davvero siamo in stato di emergenza?

Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa

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Ancora acque. Questa volta è il turno della terbutilazina
Fonte foto: Giuseppe Porzani - Fotolia

La risposta alla domanda del sommario è no, non siamo in emergenza, ma vi è sempre qualcuno che ama far sì che l'opinione pubblica si convinca del contrario.

Si è scritto da poco del tema acque superficiali e di falda e già si apre oggi il tema della terbutilazina. L'erbicida, alquanto diffuso fra i maiscoltori padani, ha recentemente subito anche forti limitazioni d'impiego da parte dei Par, piani d'azione regionali, i quali hanno decretato che si debba ridurre il suo uso all'80% della superficie aziendale quest'anno, al 70% il prossimo e al 50% nel 2018. Questo per andare incontro alle richieste di maggior protezione del comparto acque.

Come se non bastasse, compare un articolo su La Stampa che attacca duramente la terbutilazina,
Già il titolo non ammette repliche: "La terbutilazina, il pesticida agricolo che ha invaso l’acqua del bacino della Val Padana". Neppure l'incipit del pezzo pare mostrare esitazioni, visto che si reputa una mela bacata migliore di quella di Biancaneve, sottintendendone la velenosità a dispetto delle migliaia di analisi sui residui che dimostrano quanto le mele siano invece sicure.

Per un agronomo e un ecotossicologo proseguire nella lettura è stato sforzo immane, ma se te lo sei scelto come lavoro, quello del giornalista e del divulgatore tecnico, ti tocca. E così giù, fra parallelismi fra atrazina e terbutilazina, in un pezzo ove di evidenze sui rischi non ce n'è, ma si chiedono comunque dei provvedimenti di tipo normativo.

Fatto salvo che fra atrazina e terbutilazina le differenze sono concrete, vediamo se per caso tale attacco al diserbante sia giustificato da una qualche tendenza statistica preoccupante.

Per fortuna, ogni due anni viene pubblicato un report dall'Ispra che parla proprio di acque. Parla e riporta numeri. Questi numeri sono posti in tabelle. Quindi, se si prendono gli ultimi tre report dell'Ispra magari si scopre che la terbutilazina sta "invadendo", come scritto, la Pianura Padana? Sorpresa: non è così.

Se si vanno infatti a considerare gli anni in cui i dati rilevati sono stati i più alti del biennio, si scopre infatti che la presenza di terbutilazina è semmai in calo, non in aumento.

I bienni considerati sono stati 2009-2010, 2011-2012 e 2013-2014. Come detto, sono stati estratti da ogni biennio i dati più alti delle concentrazioni massime, confrontandoli poi fra loro. Le due tabelle a seguire riportano i dati estratti proprio dai diversi report Ispra:
 
Terbutilazina in acque superficiali: presenza percentuale, valori massimi e distribuzione in percentili espresse in microgrammi per litro. LQ è il limite analitico di quantificazione. Di ogni biennio è stato scelto l’anno con il valore più alto

Terbutilazina in acque profonde: presenza percentuale, valori massimi e distribuzione in percentili, espresse in microgrammi per litro. LQ è il limite analitico di quantificazione. Di ogni biennio è stato scelto l’anno con il valore più alto

Circa i valori massimi, si vede come nel 2009 per la terbutilazina sia stato riscontrato un picco massimo di concentrazioni nelle acque profonde pari a 33,72 µg/L. Nel 2011 tale valore era sceso a 15,5, calando poi ulteriormente a 3,44 µg/L nel 2014. In quelle superficiali i valori calano invece da 61,8 µg/L del 2009 ai 7,4 del 2011 e ai 5,7 µg/L nel 2013.  

Anche nelle percentuali di rilevamento non pare vi sia motivo di allarmi, visto che nelle acque profonde terbutilazina sarebbe stata riscontrata nell'8% dei casi nel 2009, nel 5,2% nel 2011 e nel 4,6% nel 2014. A singhiozzo appaiono invece i dati delle acque superficiali, con una percentuale di ritrovamento del 24,9% nel 2009, calata poi a 13,6% nel 2011 salvo poi risalire al 16,4% nel 2014. Un dato che però non stupisce, vista l'annata "alluvionale" di cui ancora si porta memoria. E se diluvia, non deve stupire che sia anche maggiore la quota di erbicidi che viene strappata dagli strati superficiali del suolo e trascinata nei canali e nei fiumi.

Una spiegazione a parte la merita poi il concetto di "percentile". Nelle tabelle sopra riportate sono infatti contenuti anche i valori relativi a diversi percentili, ovvero 25.esimo, 50.esimo, 75.esimo, 90.esimo e 95.esimo percentile. Le concentrazioni riscontrate nelle acque sono cioè state classificate in base all’appartenenza al primo 25, 50, 75, 90 e 95 per cento dei campioni. Per esempio, un dato pari a 1 µg/L relativo al 95.esimo percentile significa che il 95% delle concentrazioni riscontrate è risultato inferiore a quel valore. Analizzando i dati in tal guisa è facile intuire come la contaminazione da terbutilazina mostri concentrazioni sempre molto basse, il più delle volte nell’ordine delle decine di nanogrammi per litro, sia nelle acque profonde, sia nelle superficiali.

Visto il trend che caratterizza terbutilazina negli anni 2009-2014, non pare sia il caso di sollevare allarmi mediatici, sociali e forse anche politici su questo erbicida. Forse i dati 2015-2016 cambieranno le carte in tavola, chissà. Ma per ora, con i dati a disposizione, non si può che concludere che per le acque profonde, a differenza di atrazina - che vi si accumulò in modo costante fino a raggiungere concentrazioni pari a diverse decine di microgrammi per litro - la terbutilazina questa tendenza all'accumulo non la mostra affatto.

Bene sarebbe quindi evitare parallelismi tutt'altro che limpidi fra molecole diverse, dal comportamento ambientale diverso e dalle caratteristiche tossicologiche diverse. Come bene farebbe finalmente il normatore a guardare ai fatti anziché ai sondaggi di gradimento. Perché dando retta a questi ultimi, si rischia di avere presto solo mele bacate, senza peraltro aver mai avuto quelle di Biancaneve.

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