Se la terra scompare

Bruxelles difende le api e noi dimentichiamo di proteggere i campi dal cemento. La crisi di macchine agricole e mozzarelle. I danni da selvatici chiedono una risposta. Salumi, l'origine in etichetta. A salvare lo zucchero non basterà la sua storia gloriosa

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

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Una selezione degli argomenti pubblicati nella settimana dal 20 al 26 luglio

Api vs agrofarmaci

Le misure adottate dall’Unione europea per la protezione delle api e degli altri insetti impollinatori non hanno sortito gli effetti sperati e si sono dimostrate inefficaci.
Un giudizio severo, questo della Corte dei Conti europea, della quale riferisce “Libero” del 20 luglio puntando il dito sull’impiego di alcuni agrofarmaci, responsabili a detta di Efsa (l’Ente europeo per la sicurezza alimentare) della moria di questi insetti.

Sul banco degli imputati i neonicotinoidi, molecole il cui uso è soggetto a forti restrizioni già dal 2013 e del tutto vietate dal 2018 all’aperto.
Ma troppe parrebbero le deroghe concesse negli ultimi anni e di qui gli effetti disastrosi lamentati sugli insetti impollinatori.
L’articolo si conclude ricordando il ruolo fondamentale delle api nel mantenere la biodiversità e assicurare la sopravvivenza non solo di vegetali e animali, ma dello stesso uomo.
Nelle ultime righe dell’articolo una valutazione economica del lavoro delle api, stimata in 15 miliardi di euro nella sola Europa. Stima approssimativa, forse largamente in difetto.


Mozzarella, “congelare” la crisi

Una filiera che produce 650 milioni di fatturato, crea 30mila posti di lavoro e ha una ricaduta sul territorio valutata in 1,2 miliardi di euro.
Sono i numeri della mozzarella di bufala campana Dop, della quale si parla il 21 luglio su “Il Sole 24 Ore”, con l’obiettivo di cercare una via di uscita alla crisi che ha colpito il settore all’indomani del lockdown.
La chiusura dei ristoranti lascia invenduto il 24% del prodotto e le esportazioni sono quanto mai complicate, mentre la domanda interna non riesce a recuperare le perdite.

Così il latte di bufala resta inutilizzato e l’unica via di uscita è quella della congelazione, grazie a una deroga temporanea del disciplinare di produzione.
Oggi però il latte immobilizzato nei congelatori ha raggiunto un valore di 35 milioni di euro. Decisamente troppo.
Occorre una svolta che gli operatori individuano nella possibilità di realizzare una mozzarella idonea ad essere congelata, da tenere distinta dal prodotto a marchio.
Ma non tutti sono d’accordo per un doppio binario. Una soluzione alla crisi occorre però trovarla, magari senza compromettere l’immagine di una delle nostre eccellenze agroalimentari. Risolta una crisi si creerebbero altrimenti i presupposti per aprirne tante altre.
 

Trattori fermi

È una notizia molto breve quella riportata è il 22 luglio sulle pagine di “Italia Oggi”, ma non per questo meno importante.
Riguarda le conseguenze dell'emergenza sanitaria sulle vendite delle trattrici, calate del 18%. In flessione anche le vendite di altre tipologie di macchine, come i rimorchi, le mietitrebbie, i sollevatori telescopici.

Sono questi i dati elaborati dalla associazione dei costruttori italiani di macchine agricole aderenti a FederUnacoma.
Nemmeno l'allentamento del lockdown e l'avvio della fase due sembra aver modificato questa tendenza e il mercato delle macchine agricole stenta a riprendere quota.
Segnali preoccupanti per il settore delle macchine agricole e per l'economia nel suo complesso, ma anche un sintomo delle difficoltà che sta vivendo in generale il mondo agricolo.
 

Attenti al cinghiale

Quello dei danni causati dai selvatici è un tema del quale si dibatte da tempo, senza riuscire a trovare una soluzione soddisfacente.
Da una parte i giusti interessi degli agricoltori, che lamentano le devastazioni procurate da alcuni animali o le predazioni che causano significativi danni agli allevamenti.
Dall'altra le altrettanto giustificate ragioni di quanti hanno a cuore la tutela di questi animali.

Una risposta si rende tuttavia sempre più urgente per non dover più leggere storie come quella raccontata da “Il Messaggero” del 23 luglio. È quella di un piccolo agricoltore umbro che coltiva circa otto ettari ereditati dal padre e dedicati alla coltivazione di ortaggi.
La sua unica fonte di reddito deriva dalla vendita dei prodotti della sua terra. Una vita dura, diventata impossibile per i continui danni provocati da cinghiali, caprioli, lepri, fagiani e istrici.
Per arginare il problema, dice questo agricoltore, le ha provate tutte, dalle recinzioni elettrificate agli abbattimenti selettivi, che però non hanno risolto né limitato i danni.
Ora dalla regione Umbria, dove è stimata la presenza di circa 130mila cinghiali, quattro volte superiore ad un limite considerato sopportabile, si pensa ad autorizzare gli agricoltori all'abbattimento dei cinghiali senza la presenza delle guardie venatorie.
E già immagino le polemiche che ne scaturiranno.
 

La terra che scompare

Due metri quadrati al secondo. E’ questa la velocità con la quale viene consumato terreno agricolo, fertile e produttivo, coperto dal cemento di strade e costruzioni.
Così nel solo 2019 si sono persi 60 chilometri quadrati di terreno e con essi la capacità di produrre 3,7 milioni di quintali di derrate agricole, quanto se ne sarebbero potute ottenere in sette anni, mentre nello stesso periodo è rimasta ferma nel cassetto la legge che avrebbe potuto rallentare se non fermare questo processo.

E’ questo, in estrema sintesi, quanto scrive il 24 luglio Carlo Petrini, che tutti conoscono per l’aver dato vita a Slow Food, sulle pagine di “Repubblica”.
Non solo terreno sottratto alle produzioni agricole, ma anche un insulto all’ambiente con l’impermeabilizzazione delle terre, che si traduce in meno acqua a disposizione delle falde, maggiore dissesto idrogeologico, minore sequestro di carbonio nel terreno. Ora si guarda con impazienza e attenzione all’uscita dall’emergenza sanitaria.
Una ripartenza, conclude l’articolo, che non deve far dimenticare la difesa del suolo inteso come bene comune.
 

Il salume con l’etichetta

Nelle ultime settimane il prezzo dei suini ha invertito la rotta e finalmente ha ripreso a salire. Ma è presto per attribuirne il merito all'introduzione dell'origine delle carni sull'etichetta di salumi e insaccati.
Nel frattempo “Il Sole 24 Ore” del 25 luglio si sofferma sul contenuto del provvedimento che introduce questa novità, che si spera sia di stimolo alla ripresa del settore, dopo la pesante crisi degli ultimi mesi.

In base ai regolamenti comunitari, si legge nell’articolo a firma Alessio Romeo, i salumi prodotti nel nostro paese sono italiani a tutti gli effetti, a prescindere dalla provenienza delle carni.
Ma ora la dicitura “100% italiano” potrà essere utilizzata solo quando la carne è proveniente da suini nati, allevati, macellati e trasformati in Italia.
La materia prima nazionale disponibile copre però poco più del 60% del fabbisogno e il resto, circa un milione di tonnellate, proviene dall’estero.
Accade per le carni di suino e per molti altri prodotti agroalimentari, visto che l’autosufficienza italiana si ferma a vino, frutta e carni avicole. Ma in ogni caso, si legge ancora sul quotidiano di Confindustria, “la sicurezza è un valore imprescindibile ed è garantita indipendentemente dalle indicazioni in etichetta”.
Con le nuove etichette dei salumi, conclude l’articolo, “l’Italia ha la responsabilità di svolgere un ruolo di apripista in Europa, anche sfruttando le opportunità offerte dalla storica apertura dell’Ue all’obbligo di origine nell’ambito del Green New Deal”.


Più tecnologia. Ma non basta

Sono due gli articoli pubblicati domenica 26 luglio dei quali suggerisco la lettura. Il primo è a firma di Andrea Zaghi, su “Avvenire” e l’argomento affrontato riguarda l’approccio dell’agricoltura con la tecnologia.
Qualche giorno fa, si legge, il Governo ha annunciato la volontà di prorogare per tre anni il programma dedicato al sostegno dell'innovazione tecnologica e della digitalizzazione dei campi.
Se siamo primi nel mondo del cibo, questo il concetto, dobbiamo essere primi anche nel mondo delle tecnologie che lo supportano.
Un percorso, è stato fatto notare, sul quale incombe il rischio per l'agricoltura di arretrare di fronte all'avanzare di una cementificazione forsennata e pericolosa.
 

Lo zucchero

Il secondo articolo del 26 luglio lo si trova sul "Corriere della Sera", ed è suggerito a quanti abbiano desiderio di conoscere la storia e le vicende presenti e future dello zucchero. Lo firma Elisabetta Moro, che racconta come i primi a farcelo conoscere siano stati gli indiani circa 3000 anni fa, a partire da una pianta originaria della Nuova Guinea, dalla quale si ricavava il sakkara, “antenato” del nostro saccarosio.

In Occidente arrivò più tardi, annunciato come la scoperta della “pianta che fa il miele senza le api”.
Nel settecento lo zucchero diviene un affare colossale, come oggi l’informatica. Un secolo dopo l'abbassamento dei costi di produzione fa schizzare verso l'alto i profitti e lo zucchero è un primo esempio di “globalizzazione”, con importanti ripercussioni sul piano sociale.
E ora?Un combinato disposto - conclude l'articolo - fra etica e dietetica, diabete dilagante e demonizzazione galoppante annuncia tempi duri per il sakkara”.
"Di cosa parlano i giornali quando scrivono di agricoltura?"

Ogni lunedì uno sguardo agli argomenti affrontati da quotidiani e periodici sui temi dell'agroalimentare e dell’agricoltura, letti e commentati nell'Edicola di AgroNotizie.

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