Grano duro, "qualità costante per limitare le importazioni"

Contratti di filiera. Intervista a Vincenzo Divella, a capo della seconda industria della pasta secca in Italia, che indica la strada per rafforzare il comparto cerealicolo italiano

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa

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L'obiettivo comune deve essere la standardizzazione della qualità nel tempo, superando divisioni e frammentazione
Fonte foto: © Tyler Olson - Fotolia

L'impresa molitoria e pastaria Divella, secondo produttore italiano di pasta secca, ha concluso fino ad ora contratti di filiera su 23mila ettari,
L'obiettivo per l'azienda di Rutigliano (Bari) è quello di assicurarsi, nella campagna cerealicola 2017-2018, dai 700mila agli 800mila quintali di grano duro fino di alta qualità – tra il 35% ed il 40% del proprio fabbisogno - con un tenore minimo di proteine del 14,5% ad un prezzo base corrisposto agli agricoltori compreso tra i 270 euro alla tonnellata, per le coltivazioni in collina, e i 280 euro per chi coltiva in pianura.

Gli accordi di filiera – conclusi con 38 stoccatori - hanno l'ulteriore obiettivo di assicurare un tenore medio delle proteine sul raccolto intorno al 16% e prevede un complesso meccanismo di premialità che può portare il prezzo massimo fino a 360 euro alla tonnellata.

La Divella nella campagna 2016 - 2017 aveva già concluso decine di contratti di filiera sul grano duro in tutto il Centro-Sud Italia per 25mila ettari, alle stesse condizioni prospettate quest'anno. E da questa campagna sono partiti anche i primi tre accordi sul grano tenero di forza: 200 ettari per un prodotto da 14% di proteine.

Ma per Vincenzo Divella, amministratore delegato dell'azienda pugliese, si può fare di più: "Le importazioni di grano duro – dice ad AgroNotizie, che sceglie per lanciare una sfida alle organizzazioni agricole - non si fermano bloccando i porti dove attraccano le navi provenienti dal Canada, ma puntando a produrre in Italia tanta qualità che sia anche costante nel tempo".

Lei nei contratti di filiera ci crede: mi spiega perché?
"Semplice, sono uno strumento che consente di contrastare uno dei mali dell'agricoltura italiana: l'eccessiva frammentazione della proprietà fondiaria, cui consegue molto spesso una quantità enorme di imprese agricole che difficilmente il singolo trasformatore può mettere direttamente sotto contratto. Ma serve anche a battere la volatilità del prezzo di mercato del grano, che colpisce soprattutto gli agricoltori".

E' uno strumento così prodigioso?
"No, ma bisogna lavorarci. Per esempio quest'anno ho concluso 38 contratti di filiera per 23mila ettari sulla campagna 2017 - 2018, con altrettanti stoccatori. Sono loro che poi consentono all'industria di ricevere il grano dei singoli agricoltori, che si occupano di stoccarlo nei silos e tutto il resto. Sto parlando di qualcosa come 700 – 800mila quintali di grano, che facciamo coltivare per il 60% in Puglia, ma anche in Basilicata, Sicilia e Campania. Lo stoccatore consente di sopperire alla frammentazione della maglia aziendale".

E per combattere la volatilità?
"Nello strumento abbiamo inserito la consegna del grano da 3 a 8 mesi; questa clausola - oltre a favorire flussi costanti di materia prima verso l'industria - mette nelle condizioni l'agricoltore di confrontare il prezzo stabilito al quale cederà il proprio grano con i prezzi di mercato. Nel caso questi ultimi risultino superiori a quelli stabiliti nel contratto di filiera, scatta l'adeguamento all'andamento dei mercuriali. E' una componente di protezione aggiuntiva rispetto all'oggettiva protezione dai prezzi di mercato bassi in cambio di una qualità più alta".

In molti contratti di filiera si chiede agli agricoltori di piantare determinate varietà di grano, a che punto siete con l'orientamento varietale?
"Guardi, ogni accordo di filiera resta in vigore per tre anni, ora siamo al secondo anno e abbiamo le prime indicazioni su quali varietà vanno meglio negli areali della Basilicata e della Puglia, ma l'obiettivo è selezionare almeno cinque varietà che consentano anche – a seconda delle aree di semina – di contrastare la mandorlatura del grano in caso di annate piovose, questo perchè vogliamo che la qualità sia più stabile nel tempo e dipenda sempre meno dalle condizioni meteo: una scelta definitiva avverrà con la campagna 2018 - 2019".

"Intanto il nostro investimento in ricerca è ingente, stiamo mettendo a punto una macchina, in collaborazione con l'Università di Bari, che consente la lettura del Dna del grano in consegna, così da riconoscere le varietà prescritte per la semina e verificare la rispondenza tra qualità contrattata e consegnata".

Dai numeri vedo che la Divella punta a coprire il 40% del proprio fabbisogno con il grano italiano, ma si può fare di più?
"Sì, certo, e le dico che le importazioni di grano duro non si fermano bloccando i porti dove attraccano le navi provenienti dal Canada, ma puntando a produrre in Italia tanta qualità che sia anche costante nel tempo.
Mi spiego e le rivelo un piccolo segreto: ho già comprato il grano duro con consegna 2019 a prezzo chiuso e con 15% di proteine garantite ma in Australia, perché in quel Paese, come del resto in Francia, è possibile concludere contratti con grande anticipo perché hanno selezionato le varietà e sono in grado di assicurare una qualità costante nel tempo
".

Si potrebbe fare anche in Italia?
"Sì, ma a patto di essere tutti uniti, di superare divisioni e frammentazioni, che è il solo modo di rendere la qualità ancora più elevata e costante nel tempo".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: AgroNotizie

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Tag: cerealicoltura import/export innovazione ricerca contratti di filiera

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