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Riso e sostenibilità: il progetto Ristec

Finanziato dal Psr della Regione Lombardia e sviluppato dalle Università di Milano e Torino e dall'Ente nazionale risi, dà i primi risultati sulle tecniche esplorate: sommersione invernale, agricoltura conservativa e sovescio

Barbara Righini di Barbara Righini

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Il punto sui primi risultati del progetto Ristec
Fonte foto: © Tim UR - Fotolia

Dopo un anno di sperimentazione e con un altro anno davanti, il progetto Ristec, per una nuova risicoltura, comincia a dare i primi frutti. Il progetto, che intende diffondere l'impegno di tecniche alternative ad alta sostenibilità ambientale, è finanziato con il Psr Regione Lombardia (sottomisura 1.2 'Sostegno a attività dimostrative e azioni di informazione'; operazione 1.2.01 'Progetti dimostrativi e azioni di informazione') e sviluppato dalle Università di Milano e Torino e dall'Ente nazionale risi.

Questa settimana si è tenuto, nel pavese, un field tour, organizzato dall'Ente risi, per fare il punto sui primi risultati riguardanti le tecniche esplorate ovvero: sommersione invernale, agricoltura conservativa e sovescio di colture intercalari particolarmente idonee a superare criticità legate alla fertilità dei suoli.

Gli incontri hanno visto la partecipazione di molti risicoltori della zona e sono stati condotti, in diversi campi sperimentali, da Marco Romani, responsabile del settore agronomia dell'Enr.
 

Sommersione invernale

Le risaie vengono sommerse, con circa 10 cm di acqua, per almeno 60 giorni fra l'autunno e la primavera. La tecnica, provata su 1600 mq di parcelle e anche a livello aziendale, ha lo scopo soprattutto di mantenere un certo habitat acquatico ma ha, allo stesso tempo, riflessi agronomici interessanti.

"Consente - ha detto proprio Marco Romani - una migliore degradazione delle paglie e quindi un migliore turnover degli elementi nutritivi, mitigando i problemi di tossicità delle paglie. C'era l'incognita dell'emissione di metano in atmosfera che l'Università di Torino sta verificando. Secondo i risultati parziali, durante il primo anno, ci sono state zero emissioni di metano e anche di protossido di azoto".

Nonostante risultati che sembrano positivi, la misura non ha avuto grande successo in termini di adesioni da parte dei risicoltori: "Sarebbe necessario - ha continuato Romani - un certo coordinamento fra risicoltori e consorzi. La misura infatti può creare qualche problema nei terreni che non asciugano velocemente e necessita di pianificazione fra gli agricoltori, fra chi vuole sommergere e chi no".
 

Agricoltura conservativa, ovvero minima lavorazione e semina su sodo

La sperimentazione per queste due tecniche, confrontate con la classica aratura, va avanti dal 2012, ha quindi un bagaglio di dati superiore rispetto alla sommersione invernale.

Lo scopo dell'agricoltura conservativa in risaia è quello di prevenire l'erosione e favorire la conservazione della sostanza organica nel suolo. Da non sottovalutare, fra l'altro, l'impatto economico delle due tecniche che consentono un risparmio di carburante e un risparmio di manodopera. Il piano sperimentale dell'ultimo anno prevedeva la valutazione di due genotipi tondi, CL15 e Sole CL, con diversi piani di concimazione.

"I risultati parziali - ha raccontato ancora Romani - evidenziano un livello produttivo, per la minima lavorazione, del tutto comparabile con quello dell'aratura, con una forte riduzione dell'input energetico. Meno bene è andata con la semina su sodo. In questo caso si ha una riduzione di produzione di circa una tonnellata a ettaro. Anche altezza piante e vigore non sono paragonabili a quelle ottenute con la tecnica della minima lavorazione e con la classica aratura. Unica pecca da sottolineare per quanto riguarda la minima lavorazione è quella di un problema che riguarda la mancanza del mantenimento del piano, ci sono infatti diversi dislivelli".

Per quanto riguarda la problematica malerbe, c'è da stare tranquilli: "Quando abbiamo iniziato, nel 2012 - ha detto ancora Romani - la pressione delle infestanti era importante, soprattutto su sodo era molto presente il riso crodo. Dopo i primi due anni siamo passati a varietà Clearfield e ora possiamo dire che non ci sono sostanziali differenze, per quanto riguarda la gestione delle infestanti, fra le diverse tecniche confrontate".
 

Sovescio di coltura intercalare

Dopo decine di anni di monocoltura, il sovescio è una possibilità di miglioramento della fertilità dei suoli che, se ben gestito, porta a un incremento produttivo e a una maggiore sostenibilità economica (si risparmia infatti fertilizzante) e ambientale.

Le prove effettuate con il progetto Ristec hanno permesso di testare la veccia villosa e il trifoglio, come colture intercalare. "Il sovescio - ha continuato Romani - diversifica le comunità microbiche e apporta sostanza organica. I risultati dimostrano che, fra veccia e trifoglio, è la prima a funzionare meglio. Si adatta di più alla condizione di risaia, dove c'è sempre una certa asfissia dei terreni, e resiste maggiormente al freddo. Si sviluppa poi più velocemente in primavera e quindi consente di interrare buoni quantitativi di biomassa precocemente, rispetto al trifoglio. Ciò permette la semina del riso in tempi ottimali. Creando biodiversità, gli stessi residui colturali degradano più velocemente".

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Fonte: Agronotizie

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Tag: riso ricerca sostenibilità agricoltura conservativa

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