Frumento debole? C'è lo zampino dell'anidride carbonica

L'aumento della CO2 ha modificato la crescita delle piante: aumentano i carboidrati, ma non proteine e microelementi. Il risultato? Frumenti con meno glutine. Le ripercussioni di concentrazioni elevate di CO2 interessano quasi tutte le colture. E anche le api ne soffrono

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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L'aumento di anidride carbonica in atmosfera sta modificando la composizione dei semi
Fonte foto: © NGYNA - Adobe Stock

Prima della rivoluzione industriale la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera era di 280 parti per milione. Oggi è arrivata a toccare le 400 e nel 2050, dicono i ricercatori, toccherà le 550 parti per milione. Le attività umane sono dunque la causa del raddoppio della CO2 in atmosfera con le conseguenze climatiche che questo comporta: riscaldamento della temperatura terrestre, aumento dei fenomeni estremi e alternanza marcata di periodi siccitosi e piovosi. Ma c'è un altro cambiamento in atto che però non è sotto la luce dei riflettori quanto il surriscaldamento globale: la crescita alterata delle piante.

Tutti i vegetali sfruttano la luce del sole per sintetizzare carboidrati a partire da acqua e anidride carbonica. Dunque, più CO2 è presente in atmosfera più le piante sono produttive. Una manna per chi deve dare una risposta alla sfida di produrre più cibo per una popolazione mondiale in aumento. Numerosi studi hanno dimostrato tuttavia che accanto ad un aumento della produttività si è avuta anche una diminuzione della qualità. O meglio, i vegetali sono più ricchi di carboidrati, ma non di altri elementi nutritivi, come le proteine, il ferro, lo zinco e il calcio.

"Nel caso dei frumenti cresciuti in ambienti arricchiti di anidride carbonica, il trend osservato è quello di un aumento della produzione a fronte di una diminuzione del contenuto di proteine ed elementi minerali", spiega ad AgroNotizie Luigi Cattivelli, direttore del Centro di ricerca Genomica e bioinformatica del Crea, che ha condotto degli studi sul frumento duro.
"Siamo davanti ad un effetto di diluizione. La quantità di proteine e minerali prodotte per unità di superficie rimane costante, ma aumentando la quantità di carboidrati la loro concentrazione diminuisce".

Insomma, il panino che mangeremo nel 2050 conterrà meno elementi nutritivi di quello attuale. Ma questo vale per tutte le colture, dal pomodoro alla mela, dall'anguria all'orzo. "Se non ci sono altri fattori limitanti, come la mancanza di acqua o di altri nutrienti, ad un aumento dell'anidride carbonica si ha un aumento delle rese. Dai nostri studi è emerso che nei cereali questo aumento porterà ad una diminuzione della quantità di proteine e minerali tra l'otto e il dieci per cento nel 2050 rispetto ad oggi".

Che cosa significa? Per noi italiani ad esempio il fatto di non avere più la pasta 'al dente'. E' il glutine infatti a mantenere la consistenza degli spaghetti una volta gettati nell'acqua bollente. Inoltre avremo cibi meno nutrienti. Che fare dunque? "L'obiettivo deve essere quello di prepararsi al cambiamento", spiega Cattivelli. "Una strada può essere sicuramente quella del miglioramento genetico: selezionare piante che riescano a sostenere un aumento delle proteine oltre a quello dei carboidrati. Anche fertilizzazioni ad hoc possono essere studiate per mantenere costante la presenza di microelementi. Ma non dimentichiamoci che anche le nostre abitudini sono importanti: oggi mangiamo prevalentemente farina bianca che è povera di microelementi che si trovano in stragrande maggioranza all'interno della crusca, che invece scartiamo".

L'aumento di CO2 nell'atmosfera ha conseguenze non solo per noi umani. Dagli Stati Uniti arrivano ipotesi inquietanti anche sulla moria delle api. Lewis Ziska, ricercatore del dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, ha studiato l'effetto dell'aumento di anidride carbonica sulle piante selvatiche, non selezionate nel corso degli anni da parte dell'uomo. Ha comparato il profilo nutrizionale del Solidago contemporaneo, che cresce spontaneo in Europa e Nord America, con dei campioni risalenti fino al 1842 conservati allo Smithsonian natural history Museum di Washington.

E' emerso che il contenuto di proteine del polline di Solidago è crollato di un terzo in meno di duecento anni. Prove di laboratorio hanno dimostrato che un aumento della CO2 porta ad una diminuzione della componente proteica del polline. A pagarne le conseguenze potrebbero essere le api che si nutrono dei fiori gialli del Solidago sul finire dell'estate. Ziska ipotizza che un impoverimento della dieta di questi insetti, unita ad altri fattori, possa essere una delle cause della moria di api che interessa moltissimi paesi.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: cerealicoltura innovazione api cambiamenti climatici cibo e alimentazione

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