Filiera corta, l'alveare che avvicina agricoltori e consumatori

Si chiama "L'alveare che dice sì" ed è una piattaforma web nata in Francia che sposa i principi di sharing economy e chilometro zero

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Questo articolo è stato pubblicato oltre 5 anni fa

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L'alveare che dice sì è nato in Francia ma si sta espandendo in tutta Europa
Fonte foto: L'Alveare che dice sì

Di filiera corta e chilometro zero se ne parla tanto. Per alcuni sono la panacea di tutti i mali di cui è afflitta l'agricoltura italiana, per altri sono modelli meritori, ma irrealizzabili su larga scala. Resta il fatto che queste realtà sono in aumento, come anche gli agricoltori che decidono di usarle come canali aggiuntivi di vendita, utili per spuntare margini più ampi e conoscere i consumatori.

L'alveare che dice ! è un progetto nato in Francia nel 2011 con La Ruche qui dit Oui! e si è espanso velocemente in Germania, Inghilterra, Spagna e anche in Italia. “Abbiamo aperto il primo alveare a Torino nel novembre 2014”, spiega ad AgroNotizie Eugenio Sapora, il primo ad importare il progetto nel Belpaese. “Ora ci stiamo espandendo in tutta Italia, con Alveari nelle principali città”.

Ma cos'è L'alveare che dice sì!? Prima di tutto è un luogo fisico: può essere la casa di un privato, un bar, una palestra, perfino uno studio dentistico. Il gestore dell'alveare contatta gli agricoltori della sua zona e attraverso la piattaforma web propone i prodotti ad amici, colleghi e parenti. Una volta alla settimana gli agricoltori vanno nell'alveare con i loro prodotti e incontrano per un'ora o più gli acquirenti venuti a ritirare la loro spesa.

La transazione avviene automaticamente sul web. L'agricoltore decidere quali prodotti vendere, poniamo del cavolo cappuccio biologico, e sulla piattaforma internet dell'alveare carica i dati, come il prezzo, per esempio 2,19 euro al chilo. I membri del gruppo scelgono i prodotti e li mettono nel 'carrello virtuale'. L'84% della somma va al produttore, quindi 1,85 euro, l'8%, cioè 0,17 euro, all'organizzazione e il restante 8% al gestore dell'alveare.

L'obiettivo è invertire il modello della grande distribuzione - spiega Sapora - in cui all'agricoltore viene data il 20% del prezzo di mercato e il resto rimane nelle tasche degli intermediari. Con questo metodo invece viene riconosciuto il giusto valore al lavoro del produttore, ma anche a quello di chi gestisce l'alveare e tutta la piattaforma web”.

I prodotti venduti sulla piattaforma web possono essere biologi e non, riguardare solo frutta e verdura, ma anche carne e conserve. Il prezzo lo stabilisce l'agricoltore come anche la quantità minima per evadere l'ordine. Sarà poi l'acquirente a decidere se il prezzo è giusto e nel caso si raggiunga la quantità minima richiesta... l'alveare ha detto sì!

Essenziale è l'incontro faccia a faccia. Durante l'ora settimanale in cui si apre l'alveare i membri possono incontrare gli agricoltori, chiedere consigli, scambiarsi idee e fare conoscenza.

Il vantaggio per il contadino è economico, e per gli acquirenti? I prezzi, a guardare il sito, non sono più bassi di quelli di un supermercato e certamente non lo sono rispetto a quelli di un discount. Il plus semmai va ricercato nella possibilità di acquistare prodotti di qualità, a chilometro zero e con la consapevolezza di stare pagando il giusto prezzo alla persona giusta.

La differenza con realtà simili? “Il distinzione principale è che non siamo noi a vendere direttamente i prodotti, ma facciamo solo da tramite”, spiega Sapora. “Il membro dell'alveare sceglie, compra online e ritira dal contadino. Non ci sono altri intermediari".
 

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