Agricoltura montana bergamasca, redditi ancora troppo bassi

Analisi di Confai Academy: nonostante il buon tessuto imprenditoriale e la presenza di giovani nelle aziende, il ritorno economico non è sufficiente per stimolare nuovi ingressi nel settore

Questo articolo è stato pubblicato oltre 6 anni fa

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Confai Academy ha avviato uno studio sull'agricoltura montana bergamasca
Fonte foto: © Claudio colombo - Fotolia

Buon tessuto imprenditoriale e presenza di giovani nelle aziende, ma redditività ancora troppo bassa per configurare una vera e propria ripresa: questa la fotografia dell’agricoltura montana bergamasca risultante dalle prime anticipazioni di uno studio in corso ad opera dell’Osservatorio economico di Confai Academy, la ‘corporate university’ per agricoltori e agromeccanici con sede a Bergamo.

La superficie agricola montana in provincia di Bergamo raggiunge la soglia di circa 32.000 ettari, pari a oltre il 42% dell’intera superficie agraria utile, ripartita tra poco meno di 1200 aziende agricole professionali.

Dalle prime osservazioni – osserva Enzo Cattaneo, segretario generale del centro di formazione e direttore di Confai Bergamo – risulta un’immagine caratterizzata da un buon tessuto imprenditoriale, dove anche la presenza di giovani leve è piuttosto significativa, se si considera che oltre un quarto delle aziende può beneficiare della presenza di un titolare o di un contitolare giovane, ossia con meno di 40 anni. Ciò garantisce un certo dinamismo ad un significativo numero di aziende, per le quali il ricambio generazionale e la propensione all’innovazione sembrano essere maggiormente garantite”.

Nondimeno il punto debole è rappresentato dai ricavi aziendali: in base ad un’analisi a campione condotta dalla stessa Confai Academy emergerebbe un reddito lordo standard - coincidente grosso modo con il fatturato aziendale medio - pari a 21.800 euro, una cifra decisamente ancora troppo bassa per stimolare ulteriori ingressi nell’economia agricola montana, soprattutto in tempo di crisi. Ad ogni modo l’asse portante dell’agricoltura montana bergamasca continua ad essere l’attività zootecnica, praticata sia a fondovalle sia in alta quota, negli oltre cento alpeggi orobici.

Quali le ricette suggerite per migliorare le prospettive future delle aziende agricole montane?
Nessuno di noi ha la sfera di cristallo – dice il presidente provinciale e nazionale di Confai, Leonardo Bolis –  ma quel che è certo è che anche nelle aree montane occorre puntare su una gestione di tipo professionale, indipendentemente dalle dimensioni aziendali. Sicuramente positivo il percorso della multifunzionalità agraria già imboccato da molte aziende bergamasche: si pensi che oltre il 25% del latte prodotto in montagna viene trasformato direttamente in laboratori aziendali o cooperativi, garantendo un maggiore valore aggiunto agli allevatori”.

Per Confai l’agricoltura montana, al fine di acquisire ulteriore dinamismo, dovrà esplorare una pluralità di strade, incluse la realizzazione di impianti agroenergetici di taglia medio-piccola e una più decisa valorizzazione delle risorse forestali. “Un riscontro positivo potrebbe venire anche dalla nuova politica agricola europea 2014-2020 – sottolinea Bolis – che promette di favorire rispetto al passato gli imprenditori agricoli montani sul fronte dei cosiddetti ‘aiuti diretti’ al reddito. Nell’intento dell’Unione europea questi ultimi dovrebbero raggiungere progressivamente la cifra di circa 250-300 euro all’anno per ettaro di superficie coltivata”.

Infine, se si vorrà incentivare la presenza delle imprese familiari nelle aree svantaggiate, le istituzioni dovranno necessariamente rafforzare le politiche pubbliche di rivitalizzazione delle zone marginali, dal potenziamento dei trasporti e della rete viaria minore fino all’espansione della banda larga.

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