Indicazioni geografiche, una risorsa per l'economia e la biodiversità

Di come diffondere le Ig se ne è parlato ad Expo 2015 durante l'Assemblea generale delle indicazioni geografiche lunedì 12 ottobre

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa

Scopri tutte le notizie aggiornate sull'agricoltura, puoi trovarle con la ricerca articoli.

indicazionegeograficatommasocinquemani.png

L'Italia è il Paese al mondo con più Indicazioni geografiche: 276 tra Dop, Igp e Stg
Fonte foto: © Tommaso Cinquemani - AgroNotizie

Le Indicazioni geografiche vivono un momento felice in Europa, con un'ampia diffusione e un crescente riconoscimento del loro valore sui mercati e tra i consumatori. Ma le sfide che hanno davanti sono molte: diffondere il loro utilizzo anche all'estero e combattere le contraffazioni.

A fare il punto della situazione e a proporre soluzioni per un mercato in continua evoluzione ci ha pensato l'Assemblea generale delle indicazioni geografiche che si è riunita all'interno del Padiglione Italia ad Expo 2015.

"Le indicazioni geografiche sono buone per le persone, l'economia e il territorio", spiega Florence Tartanac, della Fao (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura).
"Hanno la capacità di mantenere vitale il tessuto economico di un territorio, conservano le tradizioni e sostengono l'economia in aree che altrimenti sarebbero destinate all'abbandono. Inoltre salvaguardano la biodiversità mantenendo vive colture che altrimenti si perderebbero".

L'Italia è il Paese dell'Unione europea ad avere il più alto numero di denominazioni riconosciute, 276 tra Dop, Igp e Stg.
La sfida ora è quella di promuoverle all'estero, portando i consumatori internazionali a saperle riconoscere e a preferirle ad altri prodotti.
"Le trattative sul Ttip sono cruciali da questo punto di vista", spiega Luca Sani, presidente della commissione Agricoltura alla Camera. "Negli Stati Uniti il concetto stesso di tipicità geografica è sconosciuto. Sarà quindi molto difficile arrivare ad un accordo che porti il governo Usa a riconoscere e proteggere prodotti come il Parmigiano, l'Aceto balsamico di Modena o la bufala campana".

Su questo punto il governo ha promesso di dare battaglia, sia a livello legale sia con un importante progetto di comunicazione e promozione. "Fra pochi giorni partirà la campagna di promozione del segno unico distintivo dell'agroalimentare italiano", racconta Maurizio Martina, ministro dell'Agricoltura. "Abbiamo messo sul piatto 70 milioni di euro per far conoscere ai consumatori statunitensi e canadesi i prodotti del made in Italy, con una presenza forte negli store e sui mezzi di comunicazione”.

Una partita importante è poi quella di internet, opportunità e grande minaccia del dop italiano. Sul web vengono venduti più o meno alla luce del sole prodotti spacciati come italiani, falsi Igp e doc tarocchi.
"Su questi tema ci siamo mossi velocemente raggiungendo accordi con i colossi dell'e-commerce come Alibaba o eBay", sottolinea Martina.

Anche se il resto del mondo è poco attento alle indicazioni geografiche, non bisogna fare l'errore di pensare che sia immobile. Dalla Cambogia al Messico sono molte le associazioni che spingono per la tutela dei prodotti tipici e ottengono spesso buoni risultati.

Qualche esempio? In Marocco l'industria dell'olio di Argan si è strutturata in una cooperative che produce 30 mila tonnellate di olio all'anno, con una filiera controllata e riconosciuta. In Cambogia il governo ha riconosciuto la specificità del pepe Kampot. In Messico, spiega Fernando Cano Trevino, del Consiglio regolatore della tequila, 160 distillerie lavorano sotto l'ombrello di un consorzio che certifica tutta la filiera.

La Turchia ha 183 indicazioni geografiche nazionali, una riconosciuta anche dall'Ue e quattro in via di approvazione. Il Marocco ne ha 38 e presto Bruxelles riconoscerà l'Argan. Ma anche in Serbia ed Albania si sta muovendo qualcosa.
Il concetto di Ig si sta espandendo in tutto il Mediterraneo”, spiega Cosimo Lacirignola, dell’International Centre for advanced mediterranean agronomique studies. “In futuro spero si possa arrivare ad un marchio riconosciuto globalmente: un made in Med”.
 

Ti è piaciuto questo articolo?

Registrati gratis

alla newsletter di AgroNotizie
e ricevine altri

Unisciti ad altre 187.179 persone iscritte!

Leggi gratuitamente AgroNotizie grazie ai Partner