Da qualsiasi parte lo si guardi, l’Expo milanese riserva critiche e polemiche.
All’immagine del grande evento, meneghino di collocazione ma globale per portata internazionale, non hanno sicuramente giovato i ritardi, i maneggi, le indagini per corruzione, i rifiuti seppelliti e poi riscoperti. Nemmeno strappa applausi la spesa di centinaia di milioni di euro in un momento di stretta economica soffocante e con in sospeso molti interventi di urgenza sicuramente più immediata a livello sociale.
Infine, l’Expo ha causato anche un’ulteriore cementificazione del territorio, stimata da alcuni in mille e 800 ettari. E anche questo ha fatto urlare allo scandalo, specialmente guardando ai problemi idrogeologici che la Lombardia sta attraversando, con Lambro e Seveso perennemente da tenere sott’occhio.
 
E fin qui le critiche si consolidano lungo un fronte quanto mai vasto e condiviso.
È semmai su ciò che dovrebbe rappresentare l’Expo in sé che le lacerazioni sono divenute nel tempo taglienti. Da un lato, vi sono i fautori della necessità di renderlo vetrina di tecnologie avanzatissime e una cattedra dalla quale la scienza possa impartire lezioni. Dall’altro si pongono i detrattori più accaniti delle succitate tecnologie, ovvero quelli cui piacerebbe fosse un Expo ogm free, chemical free, multinational free.
Posizioni fra loro ovviamente incompatibili, con fiamme che si accendono sul primo dei due fronti quando si nominino personaggi come Vandana Shiva, la pasionaria indiana anti ogm attuale ambasciatrice dell’evento, oppure certe istanze miranti a trasformare la fiera milanese in una proposta monopolistica di un cibo e di un’agricoltura che cola poesia anziché prosa, spaziando dal libero scambio di semi all’inno al biologico, dai prodotti tipici all’etnico equo e solidale.
L’altro, di fronte, s’infiamma invece quando viene a sapere che l’Expo non sarà affatto l’auspicato feudo delle eccellenze italiane del cibo e della gastronomia, né delle molte istanze poetiche e bucoliche propugnate. Al contrario, ospiterà e farà far business anche a Nestlé, a General Electrics, a Coca Cola e a DuPont. Società molto diverse fra loro, queste, ma accomunate da attività che le fanno porre sullo stesso piano da chi, in fondo, ce l’abbia con il concetto di business in genere e con le multinazionali in particolare, indipendentemente dal segmento di business che occupano.
 
Nestlé. Tramite il marchio San Pellegrino, ha vinto l’appalto per la fornitura dell’acqua e sarà in grande spolvero nello stand svizzero con due torri piene di ogni ben di Dio. Queste si abbasseranno mano a mano che i visitatori preleveranno acqua o dolciumi gratuitamente (l’ingresso in fiera è a pagamento).
Il tutto, alla faccia della tanto auspicata continenza nei consumi. Per taluni, infatti, l’unica acqua a poter scorrere libera dovrebbe essere quella dei rubinetti comunali. Forse, ma qui si entra nel campo dell’ironia, a qualcuno potrebbe risultar gradito anche un chiostro monacale ove digiunare e fustigarsi, sperando così di espiare il peccato di esser nati in un Paese ricco anziché in uno povero. Che poi la Nestlé non abbia mai investito molto per attirare simpatie, pare sensazione ormai diffusa, specialmente dopo l’affairlatte in polvere” che alcuni anni or sono vide il Colosso svizzero al centro di feroci polemiche per le vendite dei propri prodotti in alcuni Paesi africani. Ma il costo dei padiglioni non si copre coi sorrisi, bensì va pagato in denaro sonante, elemento che a Nestlé non manca di certo e che ha contribuito a restituire all’Italia parte degli investimenti sostenuti proprio per realizzare l’Expo. Strano quindi che le medesime persone che prima tuonano contro i soldi spesi, tuonino poi anche contro i denari entranti...
 
General Electrics. Ci mancherebbe… È una delle prime costruttrici al Mondo di centrali nucleari, quindi quale diabolico piano può averla portata a un Expo che, nelle fantasie di molti, doveva essere un inno corale al pannello fotovoltaico?
Poco importa, a questi molti, che il nucleare fornisca fette importanti di elettricità a numerosi Paesi, inclusa quell’Italia che ha votato no all’atomo (unica in Europa) salvo poi continuare a utilizzarlo dopo averne ipocritamente acquistata l’energia dall’estero. E a caro prezzo, per giunta. Ancora una volta, sfugge a troppi che Expo non è la fiera degli Obej Obej, simpatica ricorrenza che si tiene a Milano per Sant’Ambrogio, bensì è un evento di portata planetaria e l’energia nucleare ha quindi tutti i diritti di esservi rappresentata. Anche perché, ricordiamolo, produce senza consumare quei combustibili fossili che contribuiscono proprio al famigerato effetto serra. Ben lo sa la Spagna che ricava dal nucleare oltre il 20% dei propri fabbisogni, raggiungendo il 40% se si aggiungono le pale eoliche.
Ed è la Spagna, mica la Cina o i tanto odiati Stati Uniti...
 
Coca Cola. Anche la bevanda più famosa del Mondo si becca contumelie. A voler essere onesti, al di là dei filmati su web in cui la Bruna frizzante viene adoperata in ogni modo tranne quello giusto pur di farla apparire velenosissima, vi sono alcuni aspetti del Colosso americano che lasciano poco inclini alla simpatia, come per esempio il pasticciaccio dell’acqua ne El Salvador, ove gli impianti industriali avrebbero captato ingenti quantità di acqua lasciando all’asciutto la popolazione locale. E ciò non è carino, soprattutto pensando a un’azienda che fa proprio della simpatia una delle sue migliori armi di marketing. Di sicuro, però, un gigante dell’industria alimentare come Coca Cola ha tutti i diritti di sedersi anche lui al tavolo dell’Expo, visti i miliardi di ricchezza che produce e i miliardi di stipendi che eroga. E chi si era illuso che l'Expo gli fosse stato consegnato in esclusiva per esporre solo fagioli rossi o riso Thai biologico se ne dovrà fare una ragione.
 
DuPont. Infine, la prima vera e grande azienda che si occupa di agricoltura, producendo agrofarmaci e biotecnologie (orrore & raccapriccio!). La chimica, infatti, non la si vorrebbe manco fare entrare dai cancelli milanesi, in barba ai numeri che ricordano come senza agrofarmaci le produzioni globali di cibo calerebbero di percentuali a due cifre. Ogm? Men che meno. Anche perché, analogamente a quanto già si fa con la chimica, si continua a negarne utilità nello sfamare il Pianeta, rilanciando pure l’annosa questione della biodiversità. Che gli ogm rappresentino la bellezza di 14 Sau agricole italiane pare sfuggire ancora una volta. Significa che da essi deriva cibo per qualche centinaio di milioni di persone. Se questo non è “Nutrire il Pianeta”, ci si chiede cos’altro diavolo si dovrebbe esporre a Milano.
Quanto alla biodiversità, poi, non c’è proprio verso. È sempre gara dura far capire che un campo di mais ogm occupa di fatto la medesima superficie che occupava prima un campo di mais convenzionale. Con in più il fatto che non usando insetticidi la vita sotto le sue foglie è di gran lunga più variopinta.
Argentina e Brasile li coltivano estensivamente? Lo avrebbero fatto anche con le colture convenzionali. Perché un conto è criticare l’agricoltura intensiva e mocolturale in sé, punto sul quale si possono trovare molti argomenti in comune, un altro è attribuire colpe inesistenti agli ogm in quanto tali.
 
Solo su un obiettivo ci si può quindi trovare d’accordo con certi articoli contro l’Expo e contro le multinazionali in genere: dobbiamo denunciare le bugie e le menzogne propinate a ogni piè sospinto da ben pagati comunicatori.
Peccato sia sempre più difficile stabilire chi siano questi prezzolati comunicatori. Perché da troppo tempo la faccia sedicente buona del Mondo Ecò, ostènsa da scaltri e fitti imbonitor di popoli, somiglia sempre più a un’ingannevole maschera. Almeno, i “cattivi” sembrano essere quello che appaiono. Un punto a loro favore, almeno sul piano della sincerità.
Circa infine la presunta inconciliabilità delle differenti visioni del Mondo, a chi proprio non riesce a sedere al fianco di multinazionali del nucleare e degli ogm si può sempre ricordare che il Salone del Gusto e Terra Madre si sono appena svolti con grande successo. Forse è proprio l’”Expo 2015 – Nutrire il Pianeta” che non è quindi posto né per loro, né per certi testimonial col terzo occhio fisso in fronte. Perché va bene tutto, ma la prepotenza di voler monopolizzare ogni evento che l’economia manda in Terra con i soliti tormentoni del tipico e dell'eccellenza (spesso solo presunta), non è accettabile né da un punto di vista tecnico, né da un punto di vista banalmente democratico. Che scendano quindi dal loro autoproclamato Olimpo e accettino che intorno ai loro contesti folkloristici vi è tutto un Mondo che vuole crescere. Con o senza di loro, con o senza il loro placet. Che imparino quindi a dividere la mensa anche con gli altri, anziché stracciarsi snobisticamente le vesti quasi fossero sacerdoti di un tempio. Un tempio nel quale, peraltro, muovono da tempo infiniti e spregiudicati mercanti di sogni e di denari.
 
PS - Santa batteria: mentre scrivevo il pezzo la luce è andata via per un paio d’ore. Un black-out che ha preoccupato un intero paesino le cui stufe, caldaie e frigoriferi senza corrente non vanno. E qui nasce il pensiero finale di questo articolo: l’elettricità dovrebbe forse mancare più spesso, come pure il cibo in tavola. Magari in tal modo si capirebbe su quali viscidi stradelli ci si stia incamminando per seguire il Mondo Green e le sue trasognate fantasie a base di pannelli solari e formaggette bio a kmZero.