Biologico, biodinamico, vegano e sostenibile non sono sinonimi!

Le innumerevoli contraddizioni del ddl sull'agricoltura biologica - I Parte. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Esempio di piccolo impianto di permacoltura
Fonte foto: The Educators

Durante la fiera dei prodotti biologici Sana 2019, la neoministra all'Agricoltura Teresa Bellanova ha dichiarato la sua volontà di accelerare l'approvazione del cosiddetto Testo unico sull'agricoltura biologica. Ben vengano politiche a tutela della sostenibilità delle produzioni agricole, del profitto degli agricoltori e riduzione della burocrazia. Purtroppo, dal disegno di legge n. 988 ora al Senato, non è chiaro come tali scopi possano essere raggiungibili, anzi, certe disposizioni presagiscono il contrario.

Il lettore troverà nell'articolo di Tommaso Tetro "L'anima della legge sul biologico" una visione d'insieme del ddl in questione. Il presente articolo esplora le caratteristiche dell'agricoltura biologica e le varianti di quest'ultima: biodinamica, naturale, sinergica, permacoltura, bioidroponica e acquaponica.
 

La costellazione del "bio"

Il prefisso "bio" sembra essere diventato l'etichetta di moda per conferire un valore aggiunto ad un prodotto: un'immagine di qualità e di sostenibilità ambientale. I prodotti più etichettati con il suddetto prefisso appartengono ai settori alimentare, tessile, chimico, farmaceutico ed energetico. Sembra che lo scopo del marketing sia promuovere nella mente del consumatore l'idea che "biologico" sia sinonimo di buono, sostenibile e salubre.

Da un punto di vista semantico tutti i prodotti agricoli sono di origine biologica, in quanto non sintetizzabili. Almeno per ora (si veda La fotosintesi artificiale). Si definisce "agricoltura biologica" un particolare metodo di produzione agricola senza fertilizzanti, pesticidi e agrofarmaci di sintesi. Secondo la definizione adottata dall'Unione europea:
"L'agricoltura biologica è un metodo agricolo volto a produrre alimenti con sostanze e processi naturali. Ciò significa che tende ad avere un impatto ambientale limitato, in quanto incoraggia a:
  • usare l'energia e le risorse naturali in modo responsabile
  • mantenere la biodiversità
  • conservare gli equilibri ecologici regionali
  • migliorare la fertilità del suolo
  • mantenere la qualità delle acque.
Inoltre, le norme in materia di agricoltura biologica favoriscono il benessere degli animali e impongono agli agricoltori di soddisfare le specifiche esigenze comportamentali degli animali".

Esistono però diverse metodologie, filosofie e scuole di pensiero sulla produzione agricola, che in linea di massima rispondono alla definizione europea citata. Di seguito proponiamo un pratico glossario propedeutico alle analisi che realizzeremo nella seconda parte di questo articolo.


Glossario

Agricoltura biologica vegana. È un sistema di coltivazione che estende il divieto d'utilizzo dei prodotti chimici a quelli di origine animale.

Agricoltura biodinamica. Adotta tecniche di compostaggio e concimazione note sin dall'antichità, dal trattato De re rustica di Lucio Giunio Moderato Columella, con l'aggiunta di "preparati biodinamici". Le ipotetiche forze astrali che, secondo Rudolf Steiner e i suoi seguaci, si concentrano nei preparati biodinamici e "potenziano" la crescita delle piante o tengono alla larga i parassiti, non sono altro che la rielaborazione in chiave pseudo-scientifica di credenze magiche ancestrali (si veda Il ramo d'oro di James Frazer). L'autore ha evidenziato in passato la mancanza di basi scientifiche del metodo biodinamico e un sospetto sistema di "scatole cinesi" che fa confluire il marchio "biodinamica" alla Demeter Holding Ltd., azienda che ha sede nel paradiso fiscale delle Isole Cayman (Cara biodinamica quanto ci costi? Parte I e Parte II). Si segnalano anche tre articoli di approfondimento, esterni a questo portale: Biodinamica: ciò che non sanno i consumatori, di Donatello SandroniL'agricoltura biodinamica nascosta dietro quella biologica, di Sylvie Coyaud e L'agricoltura biodinamica funziona davvero?, di National Geographic Italia.

Agricoltura naturale. E' un sistema concepito dal botanico-filosofo giapponese Masanobu Fukuoka, basato il larga misura sulla filosofia zen, descritto nei suoi libri: L'agricoltura del non-fare e La rivoluzione del filo di paglia. In sintesi, il metodo di Fukuoka consiste nel coltivare senza lavorare il terreno, né diserbare, né concimare, né applicare trattamento alcuno. Poi si raccolgono solo i frutti e si lascia il resto della pianta sul campo, a modo di sovescio. Appare come un metodo adatto alla produzione per autoconsumo, nel "quarter acre yard" (un orto da 1.001,7 m2) descritto nei suoi libri, o nei paesi estremamente poveri con bassissimo costo di manodopera. A conti fatti, non sembra però che il metodo Fukuoka consenta ad un agricoltore italiano di pagare 1.500 euro/ettaro di affitto dei terreni, più le tasse, le spese di certificazione e tracciabilità - che scatteranno con l'approvazione in Senato del Ddl -, il personale necessario all'ingente lavoro manuale della coltivazione senza mezzi meccanici… e alla fine dei conti debba guadagnare qualcosa per vivere dignitosamente. Un articolo su tale metodo si trova nel blog di Beppe Grillo, ma non si trova un riferimento esplicito al metodo Fukuoka nei programmi politici del M5S, e né nel ddl sull'agricoltura biologica.

Agricoltura sinergica. E' la fusione tra il metodo Fukuoka con quello permacoltura di Bill Mollison (vedi punto successivo). Consiste nella coltivazione su bancali di paglia, cartone o altri materiali di pacciamatura biodegradabili. Specie diverse - ortaggi, aromatiche, frutticole - vengono intercalate per sfruttare la capacità di attirare insetti benefici o repellere quelli dannosi (Fonte). Il metodo è stato sviluppato da Emilia Hazelip, una permacoltrice catalana, per adattare il sistema di Fukuoka alle aride terre spagnole. Intraprese dunque una serie di sperimentazioni per adattare l'agricoltura naturale alle caratteristiche pedoclimatiche mediterranee. Dal video autobiografico presentato qui sotto si desume che tale metodo richieda molto lavoro manuale. L'autrice non specifica quale fosse l'origine delle sementi - dal video sembrano varietà commerciali di ortaggi - né il consumo d'acqua del suo sistema, né da dove estraesse l'enorme quantità di lana di pecora e paglia necessaria per riempire con bancali alti 50 centimetri il suo mezzo ettaro di terreno. Segnaliamo al lettore un piccolo particolare: il video è stato girato nella campagna vicina alla città francese di Carcassonne, una località certamente "mediterranea" ma palesemente più temperata, umida e fertile della "meseta" spagnola o del nostro Meridione. In ultima analisi, il video non dimostra chiaramente l'idoneità dell'agricoltura sinergica all'ambiente mediterraneo, come sostengono i fautori di tale tecnica. In pratica, il video della Hazelip non fornisce dati di produttività o redditività, ma semplicemente illustra che due persone lavorano mezzo ettaro ottenendo ortaggi meravigliosi, ma non è certo che siano realmente rappresentativi di tutta la produzione.

Ora tentiamo di valutare la redditività di un orto simile in un contesto italiano generico, supponendo, molto ottimisticamente, che:
  • la produttività media del metodo sinergico sia uguale a quella dell'orticoltura convenzionale - circa 250 quintali di prodotto/ettaro anno; 
  • il prezzo medio di vendita dei vari prodotti sia pari a 3 euro/chilogrammo;
  • tutta la produzione venga venduta, senza scarti.

Il guadagno lordo pro capite risultante dalla coltivazione di mezzo ettaro sarebbe pari a:

G = (25.000 kg/ha x 0,5 ha x 3 €/kg)/2 persone = 18.750 €/anno. 

Lasciamo al lettore la stima dei costi (affitto del terreno, acqua, materiale da pacciamatura, sementi, trasporto dei prodotti al mercato, tasse) e le conclusioni in merito...
 
Video 1: Documentario amatoriale di Emilia Hazelip sul suo orto a Carcassonne (Francia). Narrato in spagnolo, con alcune scritte in francese

Permacultura o permacoltura. Abbiamo trattato in dettaglio questa tecnica nell'articolo Redditività agricola: mais, bambù, canapa o permacoltura?. Si tratta di un metodo di coltivazione che non necessariamente rinnega la meccanizzazione o il ricorso a prodotti di sintesi, benché la pratica di tecniche "biologiche" sia pienamente compatibile con i suoi principi. La permacultura consente maggiore resilienza dell'azienda agricola di fronte alla volatilità dei prezzi o a eventi imprevisti, proprio per la sua diversificazione dei prodotti ed economia circolare. Per contro, richiede maggiori investimenti di progettazione e costruzione delle infrastrutture produttive (Foto di apertura dell'articolo) rispetto alla monocoltura da reddito tradizionale e tempi di ritorno più lunghi.

Coltivazione biologica intensiva in serra. Si può considerare "bio" la coltivazione in serra? Secondo un articolo della National Geographic Italia, in Olanda è consentito, perfino con l'immissione di CO2 nelle serre, purché non vengano utilizzati prodotti di sintesi. La maggiore produttività derivante da tale pratica, segnala il menzionato articolo, favorisce una sorta di concorrenza sleale dei prodotti olandesi etichettati "bio" nei confronti degli omologhi italiani, coltivati in campo aperto perché le attuali regole nazionali di etichettatura biologica non consentono la coltivazione in serra.

Idroponica biologica o bioponica. Consiste nella coltivazione su un substrato inerte - lana di roccia, argilla espansa, torba, ecc. - fertirrigato con una soluzione di nutrienti. Di norma i concimi destinati all'idroponica sono prodotti con sali minerali solubili in acqua, quindi di origine "non biologica" benché "naturali" a tutti gli effetti. Sembra che i legislatori europei li equiparino a "prodotti chimici", perché l'idroponica non è considerata "agricoltura biologica". Eppure risponde ai principi enunciati dall'Ue: non provoca contaminazione idrica perché l'acqua circola in circuiti chiusi; non incide sulla fertilità naturale del terreno - perché non utilizza terreno! -; richiede energia elettrica invece di combustibili fossili; e, infine, la serra idroponica, essendo una specie di fotobioreattore chiuso, mantiene la biodiversità e gli equilibri ecologici locali -perché non interagisce con gli ecosistemi. Ci sono già aziende che, per raggirare il problema, propongono "terra liquida" per coltivazione idroponica "bio". In questo contesto il digestato è ideale allo scopo.
L'autore ha realizzato prove di germinazione di semi su compost fertirrigato con digestato liquido, diluito con diverse percentuali di acqua (Foto 1) e sta tuttora conducendo prove di coltivazione in vasche con la miscela che sembra più efficace.

L'influenza del fattore di diluizione del digestato liquido sulla germinazione di semi di cetriolo. I campioni C3 e C4 hanno germinato con una soluzione al 20% di digestato. I campioni C9-C10 con digestato liquido senza diluizione. In questo test le soluzioni con 20%-30% di digestato hanno dato i migliori risultati
Foto 1: L'influenza del fattore di diluizione del digestato liquido sulla germinazione di semi di cetriolo. I campioni C3 e C4 hanno germinato con una soluzione al 20% di digestato. I campioni C9-C10 con digestato liquido senza diluizione. In questo test le soluzioni con 20%-30% di digestato hanno dato i migliori risultati
(Foto Mario A. Rosato)

Acquaponica. Si tratta di sistemi combinati di acquacoltura e idroponica nei quali l'acqua dell'allevamento dei pesci viene utilizzata per fertirrigare le piante, che la purificano prima di ritornare nelle vasche dei pesci. Semplice economia circolare in teoria, ma in realtà si tratta di un sistema piuttosto complesso che richiede molte competenze e investimenti cospicui. Risponde però pienamente alla definizione di "agricoltura biologica" della Ue - almeno in teoria - perché non utilizza concimi chimici o minerali.

Aeroponica. È il concetto più estremo di idroponica, nel quale non c'è nemmeno il substrato artificiale. Le piante vengono tenute da supporti e le radici spruzzate a intervalli regolari con la soluzione nutriente. Valgono tutte le considerazioni già espresse per l'idroponica.

Agricoltura verticale o vertical farming. Si tratta di coltivazioni intensive in strutture verticali, ricorrendo all'idroponica, acquaponica o aeroponica. Il sistema è descritto in dettaglio nell'articolo di Tommasso Cinquemani "Aprirà a Milano la fattoria verticale più grande d'Europa". L'agricoltura verticale fa largo uso di energia elettrica per l'illuminazione artificiale delle piante. Di conseguenza, non è chiaro se questa pratica possa considerarsi "bio" ai sensi della definizione dell'Ue, in quanto potrebbe non rispettare la sua prima condizione: usare l'energia e le risorse naturali in modo responsabile.


Conclusioni

Il testo del ddl 988 approvato dalla Camera ha sollevato molte polemiche sulla definizione di "agricoltura biologica" e sul presunto "riconoscimento ufficiale" dell'agricoltura biodinamica. Nella seconda puntata analizzeremo i punti di vista sia dei fautori che dei detrattori del testo e fino a che punto le diverse tecniche illustrate sopra si possano considerare "sostenibili".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: biologico sostenibilità vertical farm aeroponica acquaponica digestato

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