I primi quarant'anni della Cia

Festeggiati con l'8° Conferenza economica incentrata su migranti e Pac. Il settore primario nazionale ed europeo, pur con tante difficoltà, continua a svolgere un ruolo da protagonista

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa

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'Agricoltura crea valore' era lo slogan dell'incontro
Fonte foto: © Claudio colombo - Fotolia

La Cia festeggia i primi 40 anni dalla nascita (anno 1977, prima si chiamava, dal 1955, Alleanza nazionale dei contadini) con una riflessione sui temi chiave dell'agricoltura moderna: Europa migliore, impresa, mercato e territorio. E lo fa da Bologna, dove la scorsa settimana ha avuto luogo la VIII Conferenza economica del sindacato, uno dei fondatori di Agrinsieme.

C'è spazio anche per la solidarietà, con la consegna da parte del presidente nazionale della Cia, Dino Scanavino, di 100mila euro al Centro di formazione professionale alberghiero di Amatrice, per sostenere la sua ristrutturazione dopo i danni enormi subiti a causa delle scosse. E' il frutto della raccolta fondi "kit amatriciana solidale", che è stata avviata proprio dalla Cia in occasione del Salone del gusto di Torino a settembre 2016 e si è conclusa a fine novembre 2016.
E nel processo di ricostruzione, secondo il vicepresidente di Cia, Antonio Dosi, "si deve ripartire dall'agricoltura in maniera innovativa, superando la sua dimensione multifunzionale verso una dimensione multi-ideale".

Nell'albero stilizzato che è il logo della Conferenza economica 2017, sul claim "Agricoltura crea valore", i rami dell'export agroalimentare, del fatturato, della sostenibilità e dell'occupazione sono verdi e variamente rigogliosi. Unico ramo in sofferenza è quello del reddito. Come si può creare valore aggiunto?

Gli stranieri: una risorsa
Gli ingredienti sono molti, ma non si può non partire dall'Europa, per arrivare alla forza lavoro. Quei migranti che non sempre sono visti di buon occhio ma che, dati alla mano, grazie alla rete di imprese agricole e alimentare che gestiscono talvolta anche in prima persona, versano nelle casse dello Stato oneri fiscali (6 miliardi) e previdenziali (5 miliardi) per un totale che supera gli 11 miliardi di euro. Il loro apporto, in termini di specializzazione e innovazione, li rende ormai indispensabili, all'interno del tessuto imprenditoriale, per garantire la tenuta e la crescita produttiva del made Italy agroalimentare tradizionale e di qualità in tutto il mondo.

Un'azienda agricola italiana su tre conta almeno un lavoratore nato altrove, in molti casi (25mila unità) è anche l'amministratore dell'impresa. In un contesto caratterizzato da un fermo nel ricambio generazionale nei campi (sotto il 7%) e con i titolari d'azienda italiani con un età media superiore ai 60 anni, c'è il rischio concreto di un dimezzamento degli addetti nel settore, entro i prossimi dieci anni. Un pericolo che - secondo la Cia - può essere scongiurato anche con l'ingresso di stranieri in agricoltura. Un'evoluzione, già in atto, testimoniata dai dati sugli occupati nel settore che parlano di 320mila stranieri impegnati di cui 128mila extracomunitari, tra stabili e stagionali.

Cinque strategie per l'Europa dei popoli
E' da questo scenario che si deve ragionare, secondo il presidente Scanavino, per "creare un nuovo modello di sviluppo per l'Europa dei popoli basato su cinque pilastri". Cinque strategie forti, che contemplano azioni concrete e prioritarie, come alimentare un'economia competitiva e sostenibile; combattere la povertà attraverso investimenti nelle aree rurali, lì dove l'inclusione degli immigrati oltre che possibile è utile e necessaria; finanziare la ricerca e l'innovazione; valorizzare le esperienze vincenti in agricoltura; lavorare per una Ue meno burocratica, più solidale e coerente nei comportamenti dei vari Stati membri.

I numeri in Italia e in Europa
Il settore primario, pur tra molte difficoltà strutturali, fattura dai campi 57,6 miliardi di euro nel nostro paese dando lavoro a circa 1,2 milioni di addetti. In Europa sono attive 14 milioni di aziende agricole, che impegnano più di 30 milioni di lavoratori. L'agricoltura, in questo senso, è un asset irrinunciabile guardando al futuro del tessuto sociale ed economico dell'Italia e dell'Unione europea.

Quali strade percorrere, per costruire un'economia efficiente sotto il profilo delle risorse, sostenibile e competitiva? La Cia è certa. Significa produrre di più e meglio, inquinando meno. Le potenzialità ci sono, a partire da una qualità garantita da 3.282 prodotti tutelati da marchi comunitari. Motivo per cui, secondo il sindacato guidato da Scanavino, è necessario indirizzare diversamente le risorse della Pac. L'ultimo budget destinato all'Italia si aggira intorno ai 51 miliardi di euro e i fondi pesano per il 39% sul bilancio dell'Ue.

La Politica agricola comune post 2020, ammonisce la Cia, deve quindi favorire una crescita inclusiva che possa ridare fiducia ai cittadini europei. Questo vuol dire investire nei territori, rafforzare la partecipazione dei cittadini mediante livelli di occupazione elevati e di qualità, combattere la povertà e sostenere lo sviluppo socio-economico delle aree rurali.
Anche in questo ambito, l'agricoltura europea è chiamata a svolgere un ruolo da protagonista, fornendo un importante contributo in termini di Pil e di posti di lavoro diretti e indiretti, grazie all'effetto moltiplicatore derivante dal suo indotto. Il fatturato complessivo del settore primario comunitario vale oltre 340 miliardi di euro. Gli agricoltori devono poter continuare a svolgere la preziosa funzione di gestione delle terre (land management) e per questa attività occorre che vengano dedicati loro incentivi specifici.
Un obiettivo fondamentale soprattutto per le aree geografiche più marginali dove l'agricoltura, attraverso i servizi ambientali e il sostegno economico, rappresenta spesso l'unico freno allo spopolamento.

La Pac, in ogni caso, rimane importante. Lo ha ribadito, in un collegamento, il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina: "Sarebbe una follia rinunciare alla Pac - ha affermato -. Più che le parole, parlano le paure degli agricoltori inglesi che con la Brexit rischiano di perdere le coperture garantite fin qui dalla Politica agricola comunitaria. Quella paura ci dice che non c'è futuro, non c'è prospettiva, al di fuori del progetto europeo".

Poi, "è giusto discutere dei grandi limiti della Pac, che va sicuramente migliorata ma - ha concluso Martina - non ci si può rinunciare".

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