Quando il controllato paga il controllore, si sa, la credibilità delle certificazioni non viene mai giudicata molto specchiata. Non è infatti per caso se da sempre aleggia il sospetto che, parlando di bio, qualche ente certificatore abbia più a cuore il fatturato datogli dai clienti che l’amor di verità. Sospetto corroborato dai molti scandali su derrate false-bio, ma regolari sulla carta, scoperte negli ultimi anni dalle Autorità inquirenti.
 
Diverso invece quando il controllore dà contributi al controllato, come avviene infatti nei Piani di sviluppo rurale, i famosi Psr. Lì è assoluto interesse del controllore verificare che gli agricoltori percettori di sussidi siano ligi e fedeli alle promesse mantenute. I disciplinari, del resto, chiedono proprio questo: fedeltà in cambio di contributi economici.
 
Questi temi vennero approfonditi anche da Rai3 nella puntata di Report del 14 dicembre 2014, incentrata sul riso biologico coltivato nella Provincia di Vercelli e sulla quale si ebbe già modo di scrivere e commentare (Leggi l'articolo). Strane apparivano infatti le produzioni, praticamente pari a quelle del convenzionale. Strana anche la possibilità di far convivere nella medesima azienda agricola risaie condotte a bio con altre a convenzionale. Strana infine la presenza di aziende certificate bio che rinunciavano ai relativi contributi previsti dai Psr. Soldi facili ai quali potrebbe sfuggire ai profani il perché un agricoltore debba rinunciarvi.
Ai profani, non agli esperti del settore, i quali sanno appunto la differenza nei rapporti fra controllore e controllato quando s’invertano i flussi di denaro che intercorrono fra loro.
 
Ora il tema del riso falso-bio viene ripreso da “La Stampa”, ove è stato pubblicato un articolo dal titolo “Pesticidi e falso bio aumentano i controlli”. Leggendolo s’impara che perfino Legambiente ora vuole scendere in campo, o meglio, in risaia, per scovare gli agricoltori che vogliano la moglie ubriaca e la botte piena, ovvero le produzioni del convenzionale ma i prezzi al quintale del biologico. La Regione Piemonte si è anch'essa attivata in tal senso. Quindi si attendono ora gli sviluppi.

Ai posteri l'ardua sentenza

Legambiente monitorerà, segnalando i casi a suo avviso sospetti. Ok. E da lì in poi cosa succederà? Verranno passate le carte a chi? Si spera non a qualcuno che abbia tutto l’interesse di covare la segnalazione fino all’ultimo giorno utile per rispondere, differendo poi il più possibile nel tempo i campionamenti e le analisi di laboratorio nella speranza che dopo svariati mesi di erbicidi non se ne trovi più.
Perché se così avvenisse, non si sarà risolto proprio un bel niente, continuando i furbacchioni a fare i furbacchioni e i fessacchiotti a pagare un botto per comprare riso assolutamente uguale a quello convenzionale, proprio perché è convenzionale di fatto. Non lo è però nell’etichetta e infatti il portafoglio se ne accorge subito della differenza. Uno dei classici esempi di come la furbizia dei singoli si trasformi sempre in stupidità collettiva.
 
Non a caso, anche l’antidoping nello sport è da sempre un passo indietro rispetto al doping stesso. Perché quando dei privati abbiano interessi su cui speculare, questi diventano più scaltri e veloci dei dipendenti a stipendio pubblico deputati a beccarli. Forse, seguendo questa logica, quando i consumatori, soggetti privati anch’essi, diverranno a loro volta più scaltri e attenti di quanto siano oggi, il problema del falso-bio si risolverà da solo.