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Biostimolanti, le interviste ai relatori del terzo congresso

A Miami AgroNotizie ha incontrato gli speaker e posto loro alcune domande per approfondire i temi trattati

Mariano Alessio Vernì di Mariano Alessio Vernì

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Image Line è stata media partner del Terzo congresso mondiale biostimolanti
Fonte foto: © razihusin - Fotolia

Nell'articolo "Biostimolanti, voce ai relatori del 3° Congresso di Miami", avevamo descritto ruoli e competenze dei relatori scientifici. Durante le giornate del convegno abbiamo incontrato alcuni di essi e, collegandoci direttamente all'intervento ascoltato, gli abbiamo posto alcune domande per approfondire i temi trattati.
 
A Rajiv Khosla, docente di agricoltura di precisione presso la National academy of sciences di Washington D.C., abbiamo chiesto quali sono le relazioni pratiche tra applicazione dei biostimolanti e agricoltura di precisione e, nel ribadire che ci sono interessanti opportunità d'interconnessione tra biostimolanti e "precision farming", ci ha fatto un esempio.
Attualmente l'agricoltura di precisione prevede di dividere un appezzamento in tre zone: basso, medio ed elevato potenziale produttivo. Di conseguenza la fertilizzazione ne terrà conto e cercheremo di spingere al massimo le zone ad alto potenziale.
Con modalità tutte ancora da definire, si potrebbe applicare la regola delle "quattro R" (dall'inglese right = giusto). Scegliendo, quindi, il giusto biostimolante da distribuire al momento adeguato, nella dose più adatta ed esattamente nel posto prescelto, si potrebbero livellare le capacità produttive dell'appezzamento e, di conseguenza, distribuire un'identica dose di fertilizzante a prescindere dai potenziali produttivi.
Sarà compito del biostimolante (fornito in maniera differenziata) stimolare molto le zone a bassa resa, un po' meno quelle a medio potenziale ed ancora meno le aree ad elevata capacità produttiva.
 

Contando invece sull'esperienza accumulata dal direttore del Central Africa hub Bernard Vanlauwe, nelle zone estreme del continente africano, lo abbiamo sollecitato a descriverci quali sono le prospettive per i biostimolanti per migliorare le rese produttive nelle aree tropicali e in zone caratterizzate da elevate temperature e scarse precipitazioni. Ci ha detto che, al momento in Africa c'è uno scarso utilizzo dei biostimolanti ma che c'è un elevato potenziale di crescita se si favorisce l'impiego di prodotti adeguati associati ai fertilizzanti più corretti.
Confida inoltre nel fatto che l'uso e la diversificazione aumenteranno nel tempo e che le zone aride avranno più bisogno di biostimolanti considerando il cambiamento climatico in atto. Alcuni biostimolanti già risolvono il problema e in futuro c'è un buon potenziale di sviluppo nei regimi secchi, ad esempio coltivati a mais, ma sempre in coordinamento con tutti gli altri input, non solo relativamente ai nutrienti: vi sono ancora alcuni intoppi che devono essere risolti.
 

Proseguendo sulla linea di come si possano le piante adattare, abbiamo posto a Danny Geelen, professore al dipartimento di plant production all'università belga Ghent, alcune domande più specifiche. Sapendo che le piante sono in definitiva costituite da pochi composti chimici, com'è possibile pensare che riescano a reagire persino a repentini cambiamenti ambientali? Ci ha spiegato che in buona parte tutto dipende dalla selettività e che proprio studiando in maniera approfondita le capacità selettive delle piante è anche possibile aggiustare i parametri del biostimolante per renderlo più preciso.
Ci siamo poi addentrati nelle possibili manipolazioni genetiche e come possano esserci relazioni tra queste e l'uso dei biostimolanti. Ci ha risposto con un esempio legato ad alcuni studi relativi alla modifica dei recettori per riuscire a gestire la chiusura degli stomi. Ha confermato che l'azione dei biostimolanti può migliorare attraverso la genetica e che si potrebbe, in futuro, modificare la risposta della pianta per farla reagire o meno a diversi prodotti chimici. In tal modo sarebbe possibile riuscire a controllare proprio il comportamento della pianta e le sue risposte.


Abbiamo poi spostato la nostra attenzione verso gli aspetti regolatori di cui abbiamo trattato nell'articolo "I biostimolanti nell'Unione europea (e non solo)".
Al riguardo abbiamo sentito Patrick du Jardin, professore di biologia vegetale, che da sempre è al lavoro sul nuovo regolamento Ue per i fertilizzanti. Gli abbiamo, quindi, chiesto un commento sulla nuova definizione di biostimolante uscita dalla discussione del Parlamento.
Ci ha spiegato che non si tratta della versione definitiva del testo ma che ormai siamo quasi alle battute finali. Ha sottolineato come sia interessante il fatto che il parlamento ha ritenuto di migliorare, ampliandola, la definizione di biostimolante che, oltre a poter migliorare l'efficienza dell'uso dei nutrienti, la tolleranza allo stress abiotico e la qualità dello colture, è stato previsto possa agire sulla disponibilità di nutrienti confinati nel suolo o nella rizosfera, sulla degradazione dei composti organici nel suolo e sull'umificazione.
È importante che i biostimolanti siano stati inseriti nella norma sui fertilizzanti perché, in tal modo, è più chiara la loro azione nell'area legata alla nutrizione e a come migliorarne l'efficienza, cosa peraltro prevista anche dall'economia circolare. Infine ha sottolineato che si è ritenuto opportuno separare la tolleranza agli stress in abiotici e biotici, lasciando ai fitosanitari il controllo di quest'ultima categoria. In sostanza i biostimolanti sono deputati ad aiutare le piante a vivere in condizioni di ambienti aridi, di gelo o in terreni salini mentre non devono esercitare alcun controllo sugli stress di natura biotica.
 

Non è stato invece possibile intervistare direttamente Russell Jones senior scientist presso l'Epa, in quanto, come appartenente ad un'agenzia governativa avrebbe avuto qualche difficoltà burocratica a rilasciare dichiarazioni personali.
Riportiamo, nel filmato, una parte della sua relazione che, in generale, ha riguardato lo stato dell'arte della normativa Usa sui fitosanitari e le aree di sovrapposizione con quelle che potrebbero essere le "scappatoie" per i biostimolanti.
Come si intuisce anche loro sono alle prese con le difficoltà legate a come tracciare una chiara linea di demarcazione tra biostimolanti e fitosanitari. Infatti la norma di riferimento resta sempre l'atto che disciplina gli agrofarmaci (Fifra), collateralmente al quale è stato emanato un nuovo atto (Priea 4, ancora non approvato dalle Camere statunitensi) che consentirà di ottenere, entro 4 mesi, una risposta dall'autorità dietro il pagamento di poco meno di 2.400 dollari. Nel caso in cui l'agenzia riterrà il prodotto non ricadente sotto la norma dei fitosanitari, sarà possibile includerlo come "non-Fifra" e, verosimilmente, ritenerlo un biostimolante ma assolutamente non un regolatore per le piante.
 

Ci permettiamo una riflessione personale su tempi e costi ipotizzati negli Usa per confrontarli con quelli italiani. Oggi, a fronte del pagamento di 3mila euro per richiedere l'inserimento di un nuovo tipo di fertilizzante negli allegati di legge, il Mipaaf impiega tra i due ed i tre anni prima di giungere al termine del percorso autorizzativo.
 
Concludiamo con due interviste dai contenuti molto scientifici.

Donald L. Smith, direttore e ceo di BioFuelNet Canada ci ha parlato dei microrganismi endofitici, in particolare sulle opportunità di sviluppare nuovi biostimolanti da derivati di radice di pianta su cui far sviluppare microbi, batteri, ecc. Si tratta di un'area con un elevato potenziale, associato ad un basso costo di gestione in quanto sarebbero davvero esigue le concentrazioni di prodotti da utilizzare.
I derivati di tali prodotti andrebbero a regolare lo sviluppo della pianta, con particolare efficacia in condizioni di stress (es. in ambienti ostili allo sviluppo delle coltivazioni) andando quindi ad espandere le aree coltivabili disponibili.
 
 
Si è concentrato sui microbi del suolo Stijin Spaepen, dottore e ricercatore dell'Istituto Max Planck di Monaco, in particolare su come interagiscono i microbioti radicali in condizioni di scarsa disponibilità di nutrienti. Ci ha spiegato che il microbiota delle radici ha effetti diretti sull'assorbimento dei nutrienti in quanto è direttamente condizionato dalla biodisponibilità del suolo.
Ha descritto i suoi studi su come, a basse concentrazioni di fosforo, si notino modifiche nel sistema microbico in generale e, in particolare, di come alcuni funghi e batteri "migliorino" la loro attività e rendano il fosforo disponibile mobilizzandolo verso la pianta.
In futuro bisognerà guardare al microbiota nella sua totalità e non solo riguardo alla mobilizzazione dei nutrienti.


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