Mal dell'esca, ecco dieci consigli per difendere le viti

Il mal dell'esca colpisce con sempre maggiore frequenza i vigneti e ad oggi non esistono cure per le viti malate

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Segni di mal dell'esca su foglie di vite
Fonte foto: Winetwork

Il mal dell'esca è una malattia di origine fungina che si sviluppa a carico della parte legnosa della vite. È una malattia ancora poco conosciuta e di difficile studio perché causata da un complesso di numerose specie fungine (tra cui Phaeomoniella chlamydospora, Phaeoacremonium minimum e Fomitiporia mediterranea) che attaccano il legno della vite portando la pianta ad un indebolimento generale e infine alla morte.

Il mal dell'esca può presentarsi sotto diverse forme e avere diversi sintomi, a seconda dei patogeni coinvolti e delle caratteristiche del vitigno (vigoria, età, cultivar, etc.). I sintomi del mal dell'esca sono caratterizzati dal formarsi sulle foglie di aree necrotiche internervali, bordate di giallo o di rosso. I frutti possono disseccare o avvizzire. In ogni caso il danno alla produzione dell'impianto è sensibile. Nel legno possono essere osservati molti tipi di necrosi che si possono sovrapporre: necrosi brune, bruno rosse, annerimenti puntiformi per infezioni vascolari e carie del legno, di colore chiaro e consistenza spugnosa.
 
Danni da mal dell'esca su grappolo di Barbera
Danni da mal dell'esca su grappolo di Barbera
(Fonte foto: Daniele Eberle, agronomo)

Una cosa è certa, non esistono cure contro questa malattia che impensierisce sempre di più i viticoltori. Ci sono però delle buone pratiche per limitarne la diffusione. "La migliore strategia per difendere il proprio vigneto è quella di agire in maniera preventiva, evitando che le piante si ammalino o che una infezione si diffonda da una vite all'altra", spiega ad AgroNotizie Laura Mugnai, professoressa all'Università di Firenze e coordinatrice del progetto lanciato dall'Unione italiana vini proprio con l'obiettivo di monitorare la diffusione del mal dell'esca in Italia e individuare varietà tolleranti e le migliori pratiche per la gestione della malattia.
 

Dieci buone pratiche per difendere le viti dal mal dell'esca

Il fatto che non esistano cure non significa che le viti non possano essere difese dai funghi che causano il complesso del mal dell'esca. Ecco allora dieci consigli per i viticoltori che vogliono ridurre il rischio di contagio.

Impianto. Nella realizzazione di un nuovo impianto è prima di tutto buona norma rivolgersi a vivai certificati e scegliere piante di buona qualità, con apparato radicale ben sviluppato e in cui la ferita d'innesto sia completamente cicatrizzata.

Inoltre è bene ricordare che la manifestazione dei sintomi del mal dell'esca è favorita in vigneti con cattivo drenaggio o ristagno di umidità nel terreno e dunque occorre riservare grande attenzione alla preparazione del terreno, e al contenuto di sostanza organica che certamente favorisce la capacità di difesa della pianta.

Varietà. Non tutte le varietà di vite sono suscettibili allo stesso modo alla manifestazione dei sintomi associati al complesso del mal dell'esca. È bene dunque, compatibilmente con il territorio e l'indirizzo aziendale, scegliere cultivar poco suscettibili. Ad esempio Pinot Nero, Syrah e Malbec hanno una minor suscettibilità al mal dell'esca, mentre Cabernet sauvignon, Sauvignon blanc, Trebbiano toscano, Gewürztraminer e Barbera sembrano maggiormente vulnerabili.

Piante vigorose. Come è facile intuire le prime fasi del vigneto sono le più delicate e piante sane e vigorose resistono meglio ai patogeni. Ma anche se è importante fornire acqua e nutrimento alle barbatelle per farle sviluppare al meglio, non bisogna esagerare: eccessivo vigore corrisponde a maggiore manifestazione dei sintomi. Mantenere il vigneto complessivamente in salute e soprattutto in equilibrio, è una buona pratica da seguire anche dopo l'entrata in produzione.

Potatura. Alla tecnica di potatura come strumento per contrastare lo sviluppo del mal dell'esca abbiamo dedicato un articolo specifico. In sintesi è indispensabile rispettare il flusso dei vasi linfatici, evitando tagli di ritorno e assicurando un congruo cono di disseccamento. Questo permette alla pianta di approntare le dovute difese all'eventuale ingresso dei funghi patogeni.
 
Un esempio di taglio di ritorno
Un esempio di taglio di ritorno
(Fonte foto: Daniele Eberle, agronomo)

Trichoderma. "I prodotti a base di Trichoderma si sono dimostrati utili nel prevenire le infezioni fungine causa del mal dell'esca. Le spore di Trichoderma, applicate in vigneto con gli atomizzatori, colonizzano le ferite di potatura impedendo l'attecchimento dei funghi patogeni", sottolinea Laura Mugnai. "A vantaggio di questa tecnica c'è la facilità d'uso e l'economicità. È anche possibile utilizzare prodotti specifici che garantiscono una efficace protezione sia fisica che chimica per difendere i tagli di potatura. È bene invece non usare i mastici, che anzi hanno un effetto negativo".

Occorre ricordarsi di lavare sempre bene l'irroratrice prima di usare prodotti a base di Trichoderma, specialmente se l'ultimo trattamento è stato eseguito con un fungicida. La temperatura ideale di applicazione è sopra i dieci gradi, ma questa può variare con i diversi prodotti sul mercato. Il trattamento va eseguito subito dopo la potatura (e comunque come indicato in etichetta).

Le ferite dovrebbero essere trattate con l'agente di biocontrollo utilizzando un irroratore con ugelli orientati sul cordone e sul ceppo. Una migliore copertura si ottiene spegnendo i ventilatori, applicando alti volumi di acqua a bassa pressione, con ugelli che producono gocce di grandi dimensioni e dirigendo gli ugelli verso la zona delle ferite di potatura.

Distruzione delle piante malate. Il legno del tronco o i residui della potatura possono essere fonte di inoculo di nuove infezioni. Si consiglia di allontanare dall'impianto i residui legnosi di piante malate il prima possibile e di triturare i residui di potatura e incorporarli nel terreno. In Italia è vietato bruciare tronchi e sarmenti.

Ricostituzione del fusto da pollone. Se la pianta mostra sintomi il primo intervento per tentarne il recupero è effettuare un taglio di ricostituzione sopra il portainnesto e sotto la necrosi (possibilmente proteggendo la ferita con prodotti antifungini). In questo modo la pianta è in grado di emettere nuovi polloni utili poi al rinnovamento della vite.

È anche possibile giocare d'anticipo, facendo crescere un pollone dal piede della vite per alcuni anni e solo successivamente intervenire con un taglio deciso alla base della parte infetta. In questo modo è possibile salvare la pianta e portarla in produzione immediatamente.
 
Potenziale progressione dell'infezione fungina dal cordone verso le parti basali del tronco
(Fonte foto: Winetwork)

Innesto. In Francia viene talvolta utilizzato un altro metodo per preservare la qualità (così strettamente legata all'età) del vigneto: reinnestare le piante malate. È necessario tagliare la vite sotto la porzione di tronco infetto e controllare che non vi siano carie. Si deve quindi procede all'innesto della nuova pianta (quello a incastro è il più efficace). Bisogna procedere in primavera o in autunno, quando la linfa è in circolazione ma non è molto attiva. Meglio comunque la primavera e in periodi non piovosi.
 
Un esempio di sovrainnesto
Un esempio di sovrainnesto
(Fonte foto: winetwork)

Dendrochirurgia. Con certe forme di allevamento (in particolare guyot) e in impianti di grande valore è possibile tentare di recuperare la produttività di piante colpite da mal dell'esca asportando la parte compromessa dai funghi che causano carie. È una tecnica tuttavia molto complessa da mettere in pratica che richiede tempo (da cinque a venti minuti a pianta) e una mano esperta. Se eseguita correttamente i tassi di ripresa sono molto elevati, ma la dendrochirurgia deve essere effettuata assicurandosi di asportare tutto il legno malato.
 


Affidarsi a soluzioni scientificamente provate. Negli anni il passaparola ha diffuso false notizie relativamente a pratiche in grado di salvare le piante (nanoparticelle di rame e acqua ossigenata iniettate nella corteccia o l'uso di chiodi di rame inseriti nel tronco). Si tratta tuttavia di pratiche prive di efficacia e che non hanno alcun tipo di sperimentazione scientifica alle spalle.

"Studi recenti hanno invece dimostrato che un grosso aiuto nel ridurre in modo significativo i sintomi fogliari può venire da trattamenti sulla chioma, con un prodotto a base di estratti di alghe e minerali. I dati pubblicati in proposito dall'Università di Teramo e da colleghi sono a questo riguardo molto incoraggianti", sottolinea Laura Mugnai. "In un momento così complicato per la viticoltura è bene non farsi abbagliare da facili promesse, ma affidarsi solo a prodotti la cui efficacia è scientificamente comprovata"

Per il futuro la ricerca offre una ulteriore speranza. In questo articolo riportiamo i risultati preliminari di uno studio condotto dal Crea i cui ricercatori stanno valutando l'impiego di un virus in grado di contrastare i funghi che causano il mal dell'esca nelle piante di vite.

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