Mal dell'esca, la difesa della vite passa dalla potatura

Per i viticoltori inverno significa potare le viti. Ecco alcuni consigli per eseguire tagli a regola d'arte, scongiurando l'insorgenza di fitopatologie

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Una pianta colpita da mal dell'esca
Fonte foto: Consorzio di tutela del Gavi

Dalla Valle d'Aosta a Pantelleria si affilano le forbici. Con l'arrivo dell'inverno è giunto il momento di potare le viti per eliminare i sarmenti e preparare le piante alla primavera, quando con il pianto si darà inizio ad una nuova stagione produttiva.

La potatura invernale è una attività faticosa e lunga, che tuttavia è di fondamentale importanza. Ecco perché non bisogna prenderla sottogamba, evitando di farsi prendere dalla fretta di completare il lavoro.

“Fino a qualche anno fa la potatura era intesa semplicemente come lo strumento per programmare la produzione di uva dell'anno successivo, sia in termini di quantità di grappoli che di qualità delle bacche. Oggi non è soltanto questo. La potatura ha anche il ruolo di garantire una lunga vita alla pianta, mettendola al riparo da fitopatologie come il mal dell'esca", spiega ad AgroNotizie Daniele Eberle, agronomo consulente viticolo operante in Piemonte.

Oggi i vigneti devono affrontare una pressione particolarmente elevata dei patogeni. Il mal dell'esca, che negli ultimi tempi ha visto coinvolte un numero crescente di piante, è in grado di disseccare in poco tempo le viti, creando un danno considerevole al viticoltore. E durante la stagione produttiva malattie come la peronospora e l'oidio mettono in costante pericolo le produzioni, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo.

"Attraverso una potatura accorta e lungimirante è possibile ridurre il rischio di contrarre il mal dell'esca e si mette l'impianto nelle condizioni di essere meno sensibile e quindi difeso più efficacemente da funghi e insetti", sottolinea Eberle.
 

Mal dell'esca, si comincia con la potatura

Il mal dell'esca è una malattia causata da un gruppo di funghi patogeni che colonizzano i vasi linfatici della vite, compromettendo il flusso di acqua e nutrimento nella pianta e quindi portandola al disseccamento. Su questa fitopatologia c'è ancora molto da imparare, ma è assodato che la via d'ingresso principale dei patogeni nel legno è rappresentata dai tagli di potatura.

"Per evitare contagi bisogna evitare tagli rasi, lasciando sempre almeno due o tre centimetri di tralcio, il cosiddetto cono di disseccamento esterno al flusso linfatico. Inoltre occorre evitare i tagli drastici, come quelli di ritorno. Quei tagli cioè che si effettuano sul fusto della pianta e che quindi espongono il cuore della vite al complesso di funghi causa del mal dell'esca", sottolinea Eberle.
 
Un esempio di taglio di ritorno
Un esempio di taglio di ritorno
(Fonte foto: Daniele Eberle)

Per proteggere i tagli dalle infezioni è possibile usare alcuni prodotti di sintesi oppure biologici, a base di Trichoderma. Un fungo benefico che colonizza la ferita e impedisce a funghi indesiderati di intaccare il legno. Non è invece necessaria la sterilizzazione della lama di taglio, come si dovrebbe fare quando si pota l'olivo, perché le principali avversità della vite sono di origine fungina e non batterica, come appunto nel caso della rogna dell'olivo.
 

Mal dell'esca, anche una questione di tempistica

Un altro aspetto fondamentale è la scelta del momento della potatura. "Prima di tutto è assolutamente sbagliato potare quando la vite ha ancora le foglie ed è quindi in una fase vegetativa. La potatura deve essere eseguita a pianta spoglia e, per evitare infezioni, dovrebbe avvenire a stagione inoltrata".

Le infezioni di mal dell'esca possono avvenire durante tutto l'inverno e la primavera, quando si hanno temperature tra 4 e 10 gradi ed elevata umidità. Se si pota a novembre e il germogliamento è i primi di aprile si lasciano ai funghi quattro-cinque mesi di tempo per intaccare il tessuto potato e raggiungere i vasi linfatici, diffondendosi poi in tutta la pianta.

Potando invece a ridosso del pianto si lascia meno tempo ai funghi che potranno sì attaccare la ferita, ma che non riusciranno ad espandersi a tutta la pianta perché nel frattempo la vite, ormai in fase vegetativa, avrà isolato il moncone che poi andrà disseccandosi autonomamente durante la stagione.

"Per chi ha molti ettari da potare il suggerimento è quello di partire con i vigneti o le varietà meno suscettibili, oppure con una migliore esposizione e maggiormente ventilati, lasciando invece per ultimi quelli più critici", suggerisce Eberle.
 

Non sottovalutare la spollonatura

Come detto per preservare la sanità della pianta è meglio evitare i tagli rasi per non creare ferite al ceppo della pianta che possono essere il punto di ingresso per i patogeni. Se la spollonatura viene fatta efficacemente il numero dei tagli da eseguire sul tronco si riduce. Infatti molti dei tagli rasi vengono fatti per rimediare a polloni sfuggiti all'operatore.
 
Una pianta colpita da mal dell'esca
Una pianta colpita da mal dell'esca
(Fonte foto: Daniele Eberle)

"Lasciare crescere i germogli nati da gemme dormienti sul tronco (polloni, ndr) porta alla formazione, alla base del germoglio, di nuove gemme, le gemme della corona. Intervenire con un taglio raso per eliminarle espone la pianta al rischio di contagio da mal dell'esca", spiega Eberle. "Meglio allora tagliare il tralcio lasciando un moncherino di alcuni centimetri, che si seccherà da solo, e intervenire in momenti successivi per eliminare i germogli che via via nasceranno intorno, ma prima che siano più lunghi di 20-30 centimetri".
 

Numero di gemme e malattie fungine

Al momento della potatura occorre decidere quante gemme lasciare per pianta per il taglio del capo a frutto o dello sperone. Per decidere il numero di gemme per pianta bisogna prima di tutto avere in mente il livello qualitativo del vino atteso (obiettivo di mercato) ed il rispetto dei disciplinari Dop che impongono soglie produttive. Un numero sovradimensionato di gemme rispetto al carico produttivo ideale significa dover intervenire successivamente per diradare i grappoli.

È bene poi, nel caso ad esempio del guyot, non avere un accavallamento dei capi a frutto. Alla schiusura delle gemme, nel caso di sovrapposizioni, si genera una densità di germogli troppo elevata e una parete fogliare compatta e poco arieggiata, controproducente dal punto di vista fisiologico e sanitario. Una quantità di foglie eccessiva crea infatti zone umide, in particolare attorno al grappolo, che favoriscono lo sviluppo di funghi e rendono meno efficaci i trattamenti di difesa.
 
Danni da mal dell'esca su grappolo di Barbera
Danni da mal dell'esca su grappolo di Barbera
(Fonte foto: Daniele Eberle)

Il buon potatore lascia sulla pianta il numero minimo di gemme necessarie alla produzione e al rinnovamento della pianta per la stagione successiva. Concedendosi al massimo qualche gemma extra nel caso qualcuna si dissecchi, per poi procedere ad una operazione di rifinitura dopo il germogliamento, eliminando i germogli non uviferi, in sovrannumero o in posizione non idonea.

"Il potatore deve agevolare il lavoro di chi lo seguirà nei mesi successivi", spiega Eberle. "Ad esempio, quando poto il guyot non devo lasciare più speroni per pianta, altrimenti chi interverrà successivamente dovrà perdere del tempo a eliminare quelli in eccesso. Lo stesso vale per le gemme sullo sperone, che non devono dare origine a più di due germogli. La potatura e la scelta dei germogli (scacchiatura) devono essere viste come due operazioni sinergiche e complementari".
 

Che fare dei sarmenti?

Dopo la potatura a terra rimane una gran quantità di sarmenti che devono essere eliminati. "La cosa a mio avviso più utile, economica e sostenibile è trinciarli direttamente in vigna. Utilizzando per la concimazione sostanza organica o compost, eventualmente arricchiti da complessi microbici, si agevolerà la mineralizzazione del materiale vegetale senza appesantire il bioma del terreno. I microrganismi che si svilupperanno, oltre a degradare la biomassa, giocheranno anche un ruolo nel controllo dei microrganismi patogeni che potrebbero eventualmente essere presenti nel legno e infettare le viti".

A meno di vigneti particolarmente vigorosi, con produzioni di biomasse importanti, è preferibile dunque il trattamento in loco. In caso invece di piante morte a causa del mal dell'esca, ma anche a causa della flavescenza dorata, è di fondamentale importanza procedere con l'eradicazione e l'allontanamento della vite, tempestivo, e senza fare cumuli a bordo vigneto.

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