Greening, luci e ombre

Secondo un sondaggio della Coldiretti il 54% degli operatori lo giudica positivamente perché ne vede benefici, mentre il 32% ritiene la normativa e gli obblighi che ne derivano troppo complessi. Per il 14%, invece, è irrilevante

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa

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Sono circa 300mila le aziende che sono state analizzate
Fonte foto: © sdecoret - Fotolia

La maggior parte degli agricoltori ha compreso gli obiettivi del greening e il 40% lo giudica positivamente, mentre un terzo ha un'opinione negativa. Gli agricoltori che giudicano negativamente il greening sono concentrati principalmente nelle regioni dove ha creato i maggiori vincoli: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Puglia. A dirlo è un sondaggio di Coldiretti riportato nel documento "Dove sta andando la Pac: mercato, semplificazione, sviluppo rurale e Brexit" e riportato su questo sito.

Più precisamente, Palazzo Rospigliosi ha analizzato l'impatto del nuovo obbligo sulle aziende italiane attraverso un'indagine interna, che ha visto coinvolti circa mille operatori degli uffici Coldiretti dislocati su tutto il territorio nazionale e che seguono le aziende agricole nella presentazione della domanda di accesso al pagamento.
L'indagine è stata implementata attraverso un questionario strutturato in cinque sezioni: le prime quattro di inserimento dati e relative ai diversi obblighi previsti, mentre la quinta sezione riguardante considerazioni generali di tipo qualitativo. In quest'ultima sezione è stata richiesta l'opinione degli agricoltori e degli operatori sull'obbligo di greening.

In totale sono state analizzate circa 300mila aziende. In base alle indicazioni fornite, circa il 37% delle aziende analizzate ha dovuto rispettare almeno un obbligo di greening.
E' emerso, inoltre, che la maggior parte degli operatori giudica positivamente il greening (54%) sia per i benefici che dovrebbe generare sull'ambiente, sia per il suo ruolo di giustificazione dei pagamenti diretti agli occhi dell'opinione pubblica.
Gli operatori, tuttavia, segnalano che il greening non può essere considerato positivamente per le aziende che si trovano a dover rispettare obblighi la cui definizione è arrivata in ritardo rispetto all'inizio della campagna agraria e quindi dell'organizzazione delle attività aziendali.

Il 32% degli operatori valuta il greening negativamente, per la complessità della normativa e degli obblighi che ne derivano e per la diminuzione delle superfici dedicate a produzioni necessarie alle attività di allevamento.
Il 14% degli operatori valuta il greening irrilevante in quanto di fatto già inglobato negli ordinamenti colturali delle aziende da loro gestite.

In generale, si legge sempre nel documento che Coldiretti ha elaborato per una partecipazione attiva al dibattito in Europa, si può affermare che in Italia il greening non ha causato forti disagi alle aziende agricole in quanto la maggior parte di esse, nonostante fossero tenute al rispetto di almeno un obbligo, non hanno dovuto apportare cambiamenti all'ordinamento colturale. I maggiori disagi nel rispetto della diversificazione e delle Efa (Ecological focus area) si sono verificati nelle regioni in cui era prevalente la monocoltura (ad esempio Veneto per il mais e Puglia per il grano duro).

L'applicazione degli obblighi di greening solo sulle superfici a seminativo con esclusione delle permanenti si è rivelata particolarmente vantaggiosa per l'agricoltura mediterranea, come viene sottolineato nello studio condotto dalla Commissione.
A oggi non si conosce il futuro del greening nel post 2020, ma è ragionevole supporre che la "componente verde" sarà comunque presente, se non altro per contribuire a giustificare la spesa per la Pac, ma anche nella prossima programmazione si dovrà prestare attenzione agli aspetti caratterizzanti l'agricoltura mediterranea, così come fatto con le colture permanenti nella fase negoziale della Pac 2014-2020.

A livello Ue, il totale dei seminativi delle aziende agricole che hanno l'obbligo di diversificare le loro colture per rispettare le soglie di diversificazione è pari all'8% della superficie totale dei seminativi, corrispondente a circa il 10% dei seminativi soggetti a diversificazione.
In Italia circa il 37% degli agricoltori soggetti all'obbligo di diversificazione (pari a circa 44mila agricoltori, pari ad una superficie di circa 180mila ettari) hanno dovuto apportare cambiamenti al proprio ordinamento colturale.

Considerando la dimensione economica delle aziende, quelle di dimensione maggiore hanno una percentuale inferiore di ettari da diversificare, mentre le aziende di piccola e media dimensione sono più affette dalla necessità di diversificazione. In termini assoluti, più del 50% delle aziende che devono diversificare le loro colture appartengono alla classe che varia da 8mila a 50mila euro. E' bene precisare che molte delle aziende rientrano nell'esclusione dimensionale dell'applicazione del greening.
I 918mila ettari che sono stati soggetti a diversificazione sono investiti principalmente a grano, mais e orzo.

Aree di interesse ecologico (Efa)
A livello europeo, la superficie di seminativo appartenente ad agricoltori soggetti all'obbligo di Efa corrisponde al 68% dei seminativi totali, con picchi intorno al 90% in Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Ungheria e Slovacchia, mentre le percentuali più basse (<40%) si registrano negli Stati membri dove gli agricoltori hanno beneficiato maggiormente delle esclusioni (Malta e Grecia), dove c'è un'alta percentuale di prati permanenti (Irlanda e Austria) e dove è stata applicata l'esclusione delle foreste (Finlandia).

Analizzando le tipologie di esclusioni di cui gli agricoltori hanno potuto beneficiare, la più comune è legata alla dimensione aziendale (superficie a seminativo < 15 ettari): a livello europeo hanno usufruito di tale esclusione circa il 70% della superficie soggetta ad esclusione, con picchi vicini al 100% in Danimarca, Irlanda, Grecia, Croazia, Cipro, Lituania, Malta, Olanda, Austria e in Romania.
In Italia le esclusioni dall'obbligo di Efa sono dovute principalmente alle tipologie di colture che occupano i seminativi (oltre il 75% dei seminativi occupati da prato permanente, terreni a riposo, o leguminose) e per la dimensione aziendale.

Considerando i fattori di ponderazione da applicare alle superfici da destinare ad Efa, a livello europeo risultano occupati ad Efa il 9% dei seminativi, corrispondenti a quasi il doppio dell'obbligo imposto dalla normativa, pari al 5% (in Italia pari circa al 9%). Non considerando i fattori di ponderazione, i seminativi destinati ad Efa arrivano in media tra tutti gli Stati membri al 14% (in Italia pari a circa il 12%).

A livello europeo, le Efa maggiormente utilizzate per il rispetto dell'obbligo sono le azotofissatrici, i terreni lasciati a riposo e le catch crops (quest'ultime non attivate in Italia).
Tra gli elementi caratteristici del paesaggio spiccano nell'utilizzo le siepi e le fasce alberate (67%). I margini dei campi, invece, rappresentano il 15% del totale e sono state utilizzate in 17 Stati membri, tra cui l'Italia.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: azienda agricola ambiente greening sondaggi

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