Le multe latte e l'algoritmo galeotto

Il Tribunale di Roma ha archiviato il procedimento sulla gestione delle quote latte. Spiegata la presenza, solo teorica, di vacche di 999 mesi negli algoritmi utilizzati dalla Banca dati nazionale

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

Questo articolo è stato pubblicato oltre 5 anni fa

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Il calcolo della produzione di latte si basa sulle consegne reali a latterie e caseifici
Fonte foto: © Alberto Masnovo - Fotolia

Chi ancora sperava nelle indagini della magistratura per evitare le multe latte dovrà arrendersi. Il Gip (giudice indagini preliminari) Giulia Proto ha infine deciso per l'archiviazione del procedimento che prendeva le mosse dalle analisi dei Carabinieri delle Politiche agricole che nel 2010 gettarono molte ombre sulla correttezza dei dati raccolti in merito alla produzione di latte. E se la produzione dichiarata non era quella reale, si pensò allora, tutto il sistema delle multe poteva essere messo in discussione. Fra i molti elementi di distorsione che le analisi dei Carabinieri presero in considerazione, uno in particolare fece molto discutere.
Per calcolare la consistenza dei capi da latte in attività registrati sulla Banca dati nazionale (Bdn) gestita dallo Zooprofilattico G. Caporale di Teramo, venivano infatti comprese le vacche di 999 mesi di età. Un'incongruenza di tale portata non poteva passare inosservata. Difficilmente l'età produttiva di una vacca supera i dieci anni di età, e certo non arriva a compierne 83, come lascerebbe invece pensare l'algoritmo con il quale i dati vengono elaborati in Bdn. Se vacche di 83 anni non esistono, ma vengono tuttavia conteggiate, questo il dubbio che ne è scaturito, la reale produzione di latte è inferiore rispetto a quella dichiarata. Con la possibilità dunque che nessuna multa sia dovuta.

Agea e Bdn
A questa tesi hanno hanno fatto riferimento molti ricorsi presentati dagli allevatori per contestare le multe ricevute. Per di più veniva sollevato il dubbio sulla legittimità dell'operato di Agea e dei danni che ne sarebbero derivati agli allevatori e allo Stato italiano. Ma la presenza di vacche di 999 mesi di età in Bdn è motivo di distorsione della reale produzione di latte? Questo l'interrogativo al quale si è voluto dare risposta. Il magistrato ha così chiarito con efficacia la differenza fra le registrazioni della Bdn e quelle di Agea. Solo quest'ultima è incaricata della gestione delle quote per conto dello Stato ed è lei a comunicare alla Ue il dato sulla produzione nazionale. Il calcolo è fatto sulla scorta delle fatture mensili che riportano la quantità di latte comunicata dagli allevatori e quindi dai trasportatori. La latteria che riceve il latte trasmette il dato alla Regione tramite il Sian (sistema informatico agricolo nazionale) che fa capo ad Agea, che alla fine raccoglierà i dati di ogni Regione. Il tutto, ovviamente, con una serie di certificazioni ad ogni passaggio. E allora la Bdn a cosa serve? Il suo compito è esclusivamente quello di fornire alle Regioni un parametro che permetta di evidenziare situazioni anomale. Stalle che producono poco latte, ad esempio, pur avendo un elevato numero di animali in allevamento. O stalle che producono in misura eccessiva rispetto agli animali allevati. E in questo caso scattano i controlli, o per meglio dire scattavano, visto che il regime delle quote è andato in “pensione” il primo aprile.

Il perché dei 999 mesi
E delle vacche “decrepite”, quelle di 83 anni, che ne è stato? La loro presenza, spiega l'ordinanza di archiviazione del Tribunale di Roma, è motivata dalla necessità di contemplare la presenza di vacche di qualunque età, superando l'iniziale vincolo che voleva escludere dalla Bdn gli animali di oltre 120 mesi. Vincolo che ha creato problemi, come nel caso di un piccolo allevatore sardo che aveva in produzione, incredibilmente, animali di oltre 10 anni di età. Animali però non contemplati nella prima versione della Bdn, quella i cui algoritmi si fermavano ad animali di 120 mesi. Di conseguenza la stalla dell'allevatore sardo di questo esempio aveva una produzione eccessiva rispetto al numero di capi teoricamente presenti. Di qui la decisione di elevare a 999 mesi (in pratica il massimo ammesso dal sistema informatico) il vincolo presente nell'algoritmo, in modo da includere con certezza tutti gli animali presenti, non importa di quale età. Spiegato l'arcano, e chiarito che in ogni caso il dato produttivo reale è quello di Agea (proveniente dalla raccolta del latte e dalla consegna alle latterie) e non quello di Bdn, utile solo come verifica di congruità, la partita è chiusa. Così, scrive in chiusura dell'ordinanza di archiviazione del procedimento il Gip Giulia Proto, “ La modifica del parametro dell'algoritmo da 120 mesi a 999 mesi non ha comportato alcun documento falso in quanto nessuna falsificazione ha potuto comportare sui dati comunicati all'U.E., con conseguente insussistenza del reato di cui all'art. 479 c.p.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: latte leggi e decreti unione europea quote latte

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