La parola "chimico" evoca spesso una sorta di diffidenza, quando non addirittura di repulsione. L'industria chimica soffre quindi di una percezione decisamente negativa a livello di opinione pubblica, nonostante il cammino compiuto negli ultimi decenni sia stato importante. Fra le locomotive che hanno trainato l'evoluzione del settore chimico industriale vi è Responsible Care, il cui 21esimo rapporto annuale è stato presentato in occasione di un convegno tenutosi a Milano il 3 novembre 2015. Un evento che ha visto partecipare i principali stakeholder della politica e della società economica e civile.
 

Programmi ambiziosi

Responsible Care è un programma ad adesione volontaria che mira proprio a rendere sempre più sostenibile l'industria chimica e oggi conta 168 aziende aderenti solo in Italia. Complessivamente, questo raggruppamento di società rappresenta circa il 55% del business chimico.

Chi aderisce al Programma si impegna sul fronte della sicurezza e della salubrità dei posti di lavoro, come pure sul fronte dell'ambiente e della salute di consumatori e cittadini. I costi per le aziende aderenti non sono da poco: il 2,5% dei fatturati viene infatti investito in tali miglioramenti, rappresentando circa il 22% degli investimenti complessivi. Oneri economici notevoli, quindi, ma i risultati li giustificano ampiamente.

Sul piano della sicurezza, nelle aziende Responsible Care gli infortuni sono fra i più bassi del mondo del lavoro, con soli 7 infortuni per ogni milione di ore lavorate. Sul piano ambientale sono stati invece ridotti gli assorbimenti di energia, grazie a continue innovazioni nelle tecnologie e nei processi. Dal 1990 a oggi sono calati perciò di quasi il 40%, con significative ricadute anche sul fronte delle emissioni di gas serra, calati dalle quasi 30 MtCO2 equivalenti del 1990 alle 11,2 del 2013, segnando quindi una riduzione che sfiora il 60%.

Anche NOx e SO2 sono diminuiti sostanziosamente, i primi del 91% e i secondi del 99%. Praticamente, quasi annullati. Ottimi risultati anche sul fronte della risorsa idrica, con una riduzione dei consumi da 2.134 Mm3 a 1.371 fra il 2005 e il 2014. Ma non solo: mentre nel 2005 il 35,1% derivava da acquedotti, nel 2014 tale percentuale era scesa al 20%. Perché non contano solo i volumi assoluti, ma anche e soprattutto la tipologia di
acque utilizzate.

Grazie infine all'efficienza degli impianti di depurazione, il Cod (Chemical oxygen demand) delle acque reflue è diminuito del 77% a partire dal 1989. In parole povere, all'ambiente serve molto meno ossigeno per "digerire" le molecole emesse dall'industria chimica.

Si spera quindi che possa beneficiare dei medesimi miglioramenti a due cifre percentuali anche la reputazione del settore chimico industriale.