La Polonia che minaccia di non inviare più armi all'Ucraina (allarme che dovrebbe essere rientrato), la Turchia che sta discutendo con Mosca la fornitura di 1 milione di tonnellate di grano russo a prezzi speciali concordati, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite di settembre, quella che affronta i grandi temi come l'obiettivo "Fame Zero" e i cambiamenti climatici, che per il The New York Times "assomiglia a volte a un'annuale orgia d'ipocrisia".

 

È il pazzo collage innescato dal conflitto fra Russia e Ucraina e che ha sullo sfondo la guerra del grano. Sono coinvolti due fra i più importanti produttori ed esportatori di cereali al mondo e la schizofrenia della situazione si sta riverberando sulla geopolitica e, inevitabilmente, sul rally dei prezzi, con speculazioni, attacchi, barriere alzate inaspettatamente e contro ogni logica sancita dal Wto o - nel caso dei Paesi dell'Europa Centro Orientale come Polonia, Ungheria, Romania, Slovacchia e Bulgaria - persino dai regolamenti che governano l'Unione Europea.

 

E quello che si sta vivendo è molto peggio di un mercato con prezzi alle stelle, come nel 2022, in particolare all'inizio dell'invasione russa, o di un mercato con prezzi che a malapena coprono i costi di produzione, come lamentano oggi molti agricoltori. A mandare in tilt il mercato è l'incertezza, il rally, il non poter programmare.

"Molti operatori, in particolare quelli di una certa dimensione, possono contare su studi e analisi di mercato che permettono in parte di prevedere gli andamenti futuri dei listini" spiega con una sintesi perfetta Giulio Gavino Usai, responsabile economico di Assalzoo, l'Associazione di riferimento dell'industria mangimistica. "Ma in un quadro particolarmente complesso e incerto, diventa difficile e rischioso, anche attraverso gli strumenti dei futures o dei contratti a termine, fare programmazione".

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Italia: i tassi di autoapprovvigionamento

Lo spaccato della mangimistica italiana riflette il quadro di un Paese, come l'Italia, che deve fare i conti con tassi di autoapprovvigionamento che in alcuni frangenti sono fortemente preoccupanti. Prendiamo i dati in prestito da Teseo.Clal.it, aggiornati alla seconda metà di settembre. Ebbene, l'autosufficienza italiana è pari all'81,8% per il sorgo, per il 64% per i semi di girasole, per scendere ulteriormente nel caso dell'orzo (59,1%), del frumento (51,8%), fino a livelli che proiettano scarsa serenità nel caso del mais (48,9%) e della soia (28,2%).

 

Questo significa essere dipendenti dall'estero, così come nel caso del gas, dell'energia, del petrolio, dei fertilizzanti, con tutto ciò che ne consegue in termini di insicurezza o di incertezza nelle forniture o nei prezzi di mercato. Non è l'argomento principale dell'articolo, ma non possiamo non ricordare l'appello dei molti player del sistema agroalimentare che hanno invitato a definire politiche più attente a promuovere l'autosufficienza o, per dirla con il nuovo nome del Ministero dell'Agricoltura, per migliorare quella sovranità alimentare che passa anche da più alti livelli di autosufficienza produttiva ed energetica.

 

Black Sea Initiative: ancora tutto sospeso

Un passo indietro - dopo la parentesi nazionale, che vede preoccupati anche altri soggetti della filiera zootecnica o dei cereali-pane-pasta per una maggiore stabilità produttiva - per tornare al quadro internazionale.

 

Lo scorso luglio la Russia non ha rinnovato l'accordo per l'esportazione di grano ucraino attraverso il Mar Nero, sostenendo che le richieste di Mosca legate al parziale ritorno nel circuito bancario internazionale Swift, alla possibilità di esportare prodotti agroalimentari e fertilizzanti e di vedersi allentare le sanzioni internazionali erano state completamente disattese.

 

Finora, gli sforzi del segretario dell'Onu, António Guterres, e del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, non hanno sortito effetti positivi. L'Ucraina ha così provveduto, grazie anche all'appoggio dell'Unione Europea, a individuare nuove rotte per l'export di cereali, attraverso la terra ferma e le ferrovie, passando attraverso le cosiddette "corsie della solidarietà".

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Il blocco di Visegrád

Tuttavia, tali nuove rotte avrebbero - secondo gli agricoltori locali - provocato il crollo dei prezzi interni di cereali in Polonia (quella che finora sta adottando la linea più dura, in quanto prossima al voto nazionale a metà ottobre, insieme all'Ungheria di Viktor Orbán, da sempre filo-putiniano dichiarato), in Bulgaria, Romania, Slovacchia e, appunto, Ungheria.

 

Dopo un primo aiuto di Bruxelles sia in chiave economica (con 100 milioni di euro) sia con il blocco all'export del grano e dei cereali provenienti dall'Ucraina in quei Paesi, per evitare appunto distorsioni dei prezzi e ribassi a scapito degli imprenditori agricoli locali, dallo scorso 15 settembre la situazione per la Commissione Ue si sarebbe normalizzata, tanto da non prorogare ulteriormente le agevolazioni concesse nei mesi precedenti. Da qui, le schermaglie fra i Paesi dell'Ue geograficamente più a Est, per difendere il reddito agrario interno. Che però, tendenzialmente, dipende più dall'andamento dei mercati mondiali che da fattori meramente interni, anche se una maggiore pressione dell'offerta interna per il "transito" del grano ucraino ha inevitabilmente pesato.

 

La Francia

Dopo il blocco di Visegrád, i più irritati, in Europa, sono i francesi, in particolare per il rovesciamento che hanno subìto in Africa - il golpe in Niger ha una marcata matrice antifrancese -, che si sta ripercuotendo anche sul fronte dell'export di cereali.

 

La Russia, infatti, forte di un export che nel 2022 ha raggiunto i 49 milioni di tonnellate di grano, sta vendendo sottocosto o a prezzi molto agevolati grano e cereali, così da influenzare politicamente i Paesi africani più poveri e aumentare la propria influenza geopolitica, con risultati concreti sia sui territori che nelle eventuali sedi diplomatiche, come l'Onu, ad esempio.

 

Una situazione che ha fatto sentenziare il presidente dei cerealicoltori francesi, Eric Thirouin, con un lapidario "il mercato mondiale del grano non funziona più". La spiegazione, data da Thirouin al quotidiano Les Échos, sarebbe legata a un mutamento sensibile dello scenario mondiale, al punto da passare da uno stato di fatto globalizzato a una fase "compartimentata", con anche "la Cina e gli Stati Uniti che hanno smesso di avere un approccio globale".

 

Quello che è certo è che la Francia, uno dei grandi produttori mondiali di grano, ha maggiori difficoltà a collocare il proprio frumento in Africa e continuerà ad averle se il fattore prezzo giocherà nettamente a favore della Russia, che al momento sembra perfettamente in grado di governare questa strategia di guerra alimentare.

 

Quale futuro?

Difficilissimo, in questa situazione di caos in cui anche i cambiamenti climatici rivestono un ruolo di primaria importanza. Non dimentichiamo che fino almeno all'estate 2024 El Niño riscalderà una parte del pianeta, innescando aumenti di temperatura e, forse, anche fenomeni siccitosi nell'Emisfero Nord, con probabili abbondanti precipitazioni in alcune aree dell'Emisfero Sud.

 

Il team di Teseo, il portale dedicato ai mercati delle materie prime agricole, ha provato a individuare alcuni elementi sensibili, che potrebbero aiutare a individuare i trend per il prossimo anno, con l'avvertenza che in uno stato di alta volatilità come quella che stiamo attraversando, potrebbe bastare un soffio per squadernare qualsiasi previsione, anche la più ponderata.

 

Mais e soia: produzioni mondiali in aumento

La produzione mondiale di mais è prevista per il 2023-2024 in aumento del 5,1%, con l'Unione Europea in forte crescita (+13,7%). Anche gli stock finali dovrebbero rafforzarsi a livello mondiale del 4,8%, raggiungendo così il volume record di quasi 314 milioni di tonnellate (stima Teseo su dati Usda).

 

Verso l'alto anche le produzioni stimate per il 2023-2024 di soia, con volumi in crescita dell'8,4% e magazzini mondiali in aumento del 15,8%, vicini ai 120 milioni di tonnellate.

 

Scendono le produzioni di grano e orzo

In leggera flessione, invece, la produzione globale di grano (-0,4%) con stock finali in frenata del 3,2%, che portano i magazzini mondiali appena sotto i 259 milioni di tonnellate.

 

Giù anche l'orzo, con una produzione stimata per il 2023-2024 in diminuzione del 6,4% e stock finali più deboli del 9,4%. Effetto, forse, di un rallentamento globale previsto delle produzioni zootecniche, con conseguente minore necessità di disponibilità di materie prime per alimentare gli animali.

 

I prezzi in Italia del mais

Il team di Teseo si è spinto a ipotizzare in via preliminare l'andamento del prezzo del mais in Italia, dove si attendono per il 2023 produzioni in aumento, grazie anche al miglioramento significativo delle rese dei terreni per condizioni climatiche decisamente più rosee rispetto all'estate 2022.

 

Il prezzo degli Stati Uniti, che rappresenta il riferimento per il mercato mondiale, si mantiene in diminuzione, non solamente in seguito ad una maggiore produzione, ma anche per la scarsa domanda all'export registrata negli ultimi mesi. Restano, purtroppo, incertezze legate alle importazioni italiane di mais, per le quali l'Ucraina - sottolinea Teseo - rappresenta il 26% delle forniture del 2023.

 

Il prezzo della farina di soia in Italia

In moderata diminuzione anche il prezzo della farina di soia in Italia, secondo le prime stime abbozzate da Teseo in questa fase si assiste ad un aumento delle produzioni di soia a livello mondiale, tanto di semi e di farina, con particolare riferimento al Sudamerica, negli Stati Uniti la produzione sta incontrando difficoltà legate al clima avverso che limita le aspettative dei raccolti.

 

Gli Stati Uniti si trovano proprio ora nella fase di raccolta del prodotto, per cui l'incertezza degli esiti potrebbe nell'immediato sostenere i prezzi mondiali.
In Italia la produzione di soia è attesa in aumento, grazie a rese maggiori e a condizioni climatiche più favorevoli rispetto allo scorso anno. La domanda in Italia si mantiene in questa fase positiva, con importazioni in crescita sia per la farina che per i semi di soia.