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Ci vorrebbe l'olio di ricino…

…per far partire la bioeconomia italiana. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Foglie e frutti di ricino
Fonte foto: AgriFarming

Il ricino (Ricinus communis) è una pianta originaria dall'Africa orientale e dall'India. Oggi è diffusa in tutto il mondo. Il suo nome deriva dal latino Ricinus, che significa "zecca", perché i suoi semi dotati di caruncola rassomigliano al parassita (Foto 1).

Nei paesi tropicali è un arbusto perenne e può raggiungere oltre i 10 m di altezza, ma nelle zone temperate raramente cresce oltre i 2 m e non sopravvive all'inverno. Cresce bene se la temperatura media annua è compresa fra i 7 °C e i 27 °C, ma muore se ghiaccia o se la temperatura supera i 38 °C per lunghi periodi. Tollera la siccità - 200 mm annui - ma per avere buone produzioni richiede fra 600 e 1.050 mm di precipitazioni, concentrate in una stagione vegetativa che va da 140 a 180 giorni (Dati James A. Duke, Handbook of Energy Crops, 1983).

I semi si caratterizzano per contenere fra il 35% ed il 50% di ricinoleina, un trigliceride composto da acido ricinoleico.

Tralasciando il noto utilizzo come lassativo, protagonista di un periodo buio della storia italiana, l'olio di ricino ha una infinità di applicazioni industriali ed il suo prezzo è in continuo aumento. Il mercato mondiale dell'olio di ricino vale circa 1,3 miliardi di dollari (Dati 2015). Il principale produttore mondiale è l'India con 1.554.000 tonnellate di semi, quindi all'incirca 621mila tonnellate di olio - seguita dal Mozambico con 77.424 tonnellate di semi - dalla Cina con 40mila tonnellate di semi e una lunga lista di paesi tropicali, dove la produzione è di poche migliaia di tonnellate (Dati della Fao, elaborazioni Factfish GmbH).
I principali importatori sono: la Cina (274 M USD), la Francia (99 M USD), gli Stati Uniti (72,6 M USD), la Germania (44,3 M USD) e l'Italia (20,7 M USD). (Fonte dei dati: Observatory of Economic Complexity del MIT).

Semi di ricino
Foto 1: semi di ricino
(Fonte foto: Indiamart)


Il potenziale del ricino per la bioeconomia

L'olio di ricino è composto per oltre l'80% di acido ricinoleico, irritante delle mucose intestinali che induce la peristalsi, da dove proviene il suo noto effetto lassativo. L'olio, ricavato dai semi, è il prodotto più utilizzato, ma l'intera pianta del ricino ha una lunga serie di interessanti proprietà industriali.
  • L'olio è molto vischioso, anche a temperature elevate, ma resiste fino a -2 °C senza solidificare. Viene utilizzato come materia prima per la produzione di lubrificanti per motori ad alte prestazioni e di fluido per freni, avendo caratteristiche simili ad un olio SAE 40 (Castor Oil: Properties, Uses, and Optimization of Processing Parameters in Commercial Production, Vinay R. Patel et al.).
  • L'olio di ricino è abbastanza stabile all'ossidazione, ma se trattato tra i 250 °C e i 300 °C in presenza di catalizzatori, diventa un olio siccativo, cioè polimerizza a contatto con l'aria, formando una pellicola lucida e flessibile. Per tale motivo è utilizzato per la preparazione di pitture e vernici.
  • La reazione dell'acido ricinoleico con acido solforico, processo noto come solfonazione, produce un tensioattivo, noto come "rosso turco", utilizzato per la preparazione di detersivi, shampoo, agenti antischiuma e di un agente bagnante per la coloratura tessile.
  • La collocazione del gruppo funzionale OH all'interno della molecola dell'acido ricinoleico lo rende più polare rispetto ad altri acidi grassi. Pertanto, è una ottima materia prima per la produzione di sapone.
  • L'olio di ricino è la materia prima utilizzata nella sintesi dell'acido sebacico, componente principale per la fabbricazione di fibre di poliammide 6.10, nota commercialmente come nylon.
  • La fermentazione dell'olio di ricino mediante il lievito Yarrowia lipolytica produce γ-decalactone, utilizzata come aroma di pesca nell'industria alimentare (Fonte: Y. H. Hui, Feng Chen, Leo M. L. Nollet, Handbook of Fruit and Vegetable Flavors, editore John Wiley & Sons, 2010).
  • I semi contengono ricina, una delle sostanze più tossiche conosciute, per la quale non esiste un antidoto. Al di là degli usi bellici, attribuiti al KGB, il pannello residuo dell'estrazione dell'olio contiene fra 1,5 e 5% di ricina, viene utilizzato in Africa e Asia come esca topicida. La ricina è un topicida ecocompatibile perché i batteri del suolo e l'esposizione a temperature superiori a 50 °C la inattivano (International castor oil association), a differenza dei veleni utilizzati attualmente - tallio e stricnina - che si sciolgono durante la putrefazione dell'animale avvelenato e possono andare ad inquinare le falde.
  • Nei paesi tropicali è tradizione piantare ricini in vicinanza delle abitazioni perché si dice che mantengano lontane mosche e zanzare. L'efficacia degli olii essenziali di ricino come repellenti di insetti è plausibile, come d'altronde per la maggior parte di tali estratti, ma non è scientificamente dimostrata e meriterebbe una ulteriore ricerca. Sono stati studiati invece gli effetti antimicrobici dell'olio essenziale di ricino nel trattamento di infezioni e micosi cutanee.
  • Se coltivato come pianta annuale, il tronco e i rami non arrivano a lignificare, per cui sono composti fondamentalmente da cellulosa. Nei paesi africani e in India le fibre vengono utilizzate per la produzione di corde, in Europa si potrebbero utilizzare sia per produrre carta che pellet combustibili.
  • Il pannello rimanente dopo l'estrazione meccanica dell'olio contiene il 9% di umidità, il 6,5% di olio - recuperabile mediante estrazione con solvente - il 20,5% di proteine, il 49% di carboidrati e il 15% di ceneri. Nei paesi tropicali viene utilizzato come fertilizzante, avente il 6,6% di N, il 2,6% di P2O5, e il 1,2% di K2O. Il rapporto C/N (carbonio/azoto) è pari a 5,5 (James A. Duke, Handbook of Energy Crops, 1983).
  • Potenziale bioenergetico: la resa in olio o biodiesel - nel caso di coltivazione annuale irrigua e meccanizzata - va da mille a 2.700 l/ha con punte di 5mila kg/ha per coltivazioni selezionate. La biomassa residua, da avviare a pellettizzazione o a digestione anaerobica, è composta da tre sottoprodotti: 250-500 kg/ha di gusci, 1.500-2mila kg/ha di pannello di semi, 10-20 tonnellate/ha di steli e foglie (Megueni Clauilde et al., Yielding ability and oil content of three castor bean accessions cultivated in the environmental conditions of the both agroecological zone of Northern Cameroon, 2013).
  • Fitodepurazione: il ricino accumula nelle sue radici i metalli pesanti dei suoli inquinati, in particolare cromo e cadmio. I contaminanti non passano ai semi e dunque neanche all'olio. Tale capacità rende la pianta specialmente interessante per bonificare aree inquinate - si pensi all'area circostante all'Ilva o alla Terra dei Fuochi - mantenendo nel contempo la produttività del terreno. 


Conclusioni

L'Italia è un importatore netto di olio di ricino, un mercato che vale circa 20 milioni di euro all'anno. Il ricino è una pianta poco esigente in materia di suoli, potendo tollerare anche quelli inquinati. Richiede tra i 45 e i 135 kg di N/ha, tra i 40 e i 50 kg di P2O5/ha, l'irrigazione tra i 1.200 e i 2mila m3/ha, su un periodo di crescita estivo di circa 180 giorni. È molto resistente ai parassiti.

Con tali caratteristiche rappresenta una opportunità interessante per le aziende agricole dell'Italia meridionale, ma il collo di bottiglia attuale è la scarsa disponibilità di macchinari specifici per la raccolta e la decorticazione dei semi.
Le realizzazioni che si trovano in commercio sono di due tipi: le mietitrebbie, simili a quelle utilizzate per il mais, e una macchina dotata di rulli scuotitori che ricorda le vendemmiatrici. Le macchine scorticatrici specifiche per i frutti del ricino sembrano essere tutte di produzione asiatica, presumibilmente sprovviste dell'omologazione CE.

La filiera del ricino si propone dunque come una possibile nicchia di mercato anche per le aziende metalmeccaniche del nostro paese.

Video 1: Macchinario del tipo a rulli scuotitori

Video 2: Macchinario tipo mietitrebbia

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: import/export olio video filiera bioeconomia

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