Gli alveari selvatici, cioè gli alveari che non sono gestiti dall'uomo e vivono da sé in natura, stanno riscuotendo sempre più interesse dal punto di vista scientifico.

Riportiamo allora la traduzione integrale dell'articolo di Claudia Garrido e Raffaele Dall'Olio dal titolo "Free-living colonies: trick or treat?" (Alveari selvatici: dolcetto o scherzetto?).

Un articolo, pubblicato sulla rivista Bee World, che affronta i vari aspetti di questo fenomeno in un modo divertente, come si capisce già dal titolo, ma ovviamente in maniera strettamente rigorosa dal punto di vista scientifico.


Alveari selvatici: dolcetto o scherzetto?

Il termine api da miele è attribuito a tutti gli insetti del genere Apis. Al di là di alcuni dibattiti ancora in corso su quale sia l'origine geografica di questo genere, la diffusione naturale delle api da miele copre l'Africa, la Penisola arabica e l'Europa, con la massima diversità biologica riscontrabile in Asia.

Le api da miele sono degli impollinatori generalisti e offrono il loro servizio in moltissimi ecosistemi che vanno dall'equatore ai limiti dei due circoli polari. L'ape da miele più studiata è senza dubbio l'ape da miele occidentale, detta anche ape da miele europea, cioè Apis mellifera. Per questo motivo nei prossimi paragrafi useremo il termine ape da miele o semplicemente ape per indicare Apis mellifera, se non diversamente specificato.


C'era una volta...

Le api sono usate dall'uomo da migliaia di anni: evidenze archeologiche ci riportano a un'epoca almeno di 4500 anni fa, mentre è molto probabile che l'apicoltura in Europa si sia sviluppata intorno al neolitico recente, quando si è affermata l'agricoltura ed è iniziata la domesticazione degli animali (Bloch et al., 2010; Mazar et al., 2008).

Inizialmente gli alveari selvatici non erano gestiti dall'uomo, ma "cacciati" per raccogliere miele, covata e cera (Crane, 1999). Esistono rappresentazioni rupestri di uomini che raccolgono miele da alveari selvatici che risalgono a 10mila anni fa (Dams & Dams, 1977), e la pratica della raccolta di prodotti da alveari selvatici viene fatta ancora oggi e interessa tutte le specie del genere Apis e, in alcune zone tropicali, anche altri apoidei (Michener, 2000).

Le prime forme di apicoltura erano strettamente legate alla presenza di popolazioni di api ferali, e venivano mantenute naturalmente tramite la sciamatura, una forma di riproduzione tipica delle api: gli apicoltori provvedevano a catturare gli sciami selvatici, per poi sistemarli in contenitori di ceramica, in tronchi vuoti o in cesti di paglia intrecciata o altro (Roffet-Salque, 2016). E così in queste arnie l'attività di questi primi apicoltori risultava più agevole.


Un cambiamento di prospettiva

Catturare le api all'interno di contenitori offrì all'uomo non solo l'opportunità di "possederle" e di gestirle da vicino, ma anche la possibilità di spostarle e di commercializzarle. Oggi, infatti, le api da miele non sono limitate al loro naturale areale di distribuzione, ma sono presenti in tutto il mondo, ad eccezione delle zone artiche e antartiche.

La nascita della "moderna apicoltura", come noi la conosciamo, avvenne durante il diciottesimo e il diciannovesimo secolo con lo sviluppo della tecnica del favo mobile e dell'arnia a telaini estraibili: gli alveari potevano essere molto più gestiti e il miele veniva raccolto senza interventi distruttivi da parte dell'uomo. E quel che conta di più, la sciamatura poteva essere simulata, grazie alla divisione degli alveari, la così detta sciamatura artificiale, cosa che permetteva di riprodurre e di mantenere le popolazioni gestite dall'uomo senza dover raccogliere gli sciami ferali.

Inoltre, la conoscenza della biologia dell'accoppiamento delle api (Dzierzon, 1845) e l'innovazione tecnica offerta dalla pratica del traslarvo (Doolittle, 1889), permisero ai moderni apicoltori di allevare le loro regine e di usarle negli sciami artificiali prodotti. Una scorciatoia che permette di saltare le fasi imposte dalla selezione naturale e, in questo modo, scegliere la composizione genetica della popolazione che è diventata  una pratica standard dell'apicoltura.

Tuttavia, nonostante la loro origine ferale e la lunga relazione con gli esseri umani, le api non sono mai state domesticate (Darwin, 1869) e mantengono ancora la loro natura selvatica mentre vengono gestite dall'uomo (Fontana et al., 2018). La moderna apicoltura, con la pratica del traslarvo, dell'inseminazione artificiale e degli incroci in popolazioni isolate, può influire sulla diversità genetica di una popolazione (vanEngelsdorp & Meixner, 2010), ma a lungo termine questi effetti sono mitigati dalla peculiare biologia riproduttiva delle api e dalla loro architettura genomica (Wallberg et al., 2015). Specialmente al di fuori dell'areale di distribuzione naturale, la diversità genetica delle api è limitata (vanEngelsdorp & Meixner, 2010).

Da una parte, l'apicoltura ha ridotto la pressione dell'uomo sulle api non gestite grazie alla diminuzione della "caccia" alle api e della raccolta del miele. Dall'altra, la sempre maggiore diffusione dell'apicoltura ha iniziato a mettere alla prova gli alveari ferali, e anche altre popolazioni di impollinatori, a causa della competizione per le risorse alimentari e della diffusione delle malattie (Alger et al., 2019; Fürst et al., 2014; McMahon et al., 2015; Wilfert et al., 2016).

Mentre si concentrava sugli ulteriori sviluppi delle tecniche apistiche, l'uomo ha progressivamente diminuito la sua attenzione verso le popolazioni non gestite. Ciononostante, la riduzione delle colonie ferali era favorita dalla pressione antropica sugli habitat adatti per la nidificazione: gli alberi cavi e le fessure nelle rocce utili per la costruzione dei nidi diventarono sempre più rari nei boschi coltivati e negli areali agricoli.

Il drastico cambio di prospettiva avvenne alcune decenni fa quando la varroa fece il salto di specie dal suo ospite originario, Apis cerana, alla ben più diffusa e globalmente commercializzata Apis mellifera. Ci vollero circa due decenni, dagli anni '60 agli anni '80 del novecento, perché il parassita colonizzasse praticamente l'intero areale di distribuzione del suo nuovo ospite, Apis mellifera. Anche se ci mise un po' più di tempo a raggiungere l'America, comprese le Hawaii, e la Nuova Zelanda, oggi la varroa è diffusa in tutto il mondo eccetto l'Australia.

Il suo nuovo ospite, Apis mellifera, non aveva sviluppato i meccanismi di difesa verso il parassita, cosa che ha permesso alla varroa di riprodursi prolificamente, portando a morte le colonie. Inoltre i trattamenti contro la varroa fatti dagli apicoltori hanno aiutato sempre di più le api al di là dei loro naturali meccanismi di difesa, limitando di fatto l'azione della selezione naturale.

Alveari non trattati comunque sopravvivono, diventando testimonianza vivente che dei meccanismi di difesa esistono. Da un altro lato gli alveari selvatici, compresi gli sciami che sfuggono agli apicoltori, sono dei serbatoi incontrollati di parassiti e malattie. E oltre a questo sono accusati di minacciare il successo dei programmi di miglioramento genetico con geni "indesiderati"!
 

L'Isola che non c'è esiste! Sta accadendo un po' dappertutto?

Sfortunatamente ci sono pochi dati sugli alveari ferali, dal momento che la maggior parte degli sforzi degli studiosi di apidologia nel mondo si sono concentrati sul miglioramento della salute delle api gestite dagli apicoltori.

L'obiettivo principale era quello di sostenere le priorità legate l'apicoltura. Nella struttura dell'attuale modello agricolo il ruolo delle api nel preservare gli equilibri degli ecosistemi naturali va in secondo piano rispetto all'impatto economico dell'apicoltura sulla produzione di cibo e sulla sicurezza alimentare. Conseguentemente abbiamo ancora una mancanza di dati cruciale sulla biologia, il comportamento e le dinamiche delle api in natura e del loro attuale stato di salute e di sopravvivenza. Conoscere questi aspetti aumenterebbe sicuramente la nostra conoscenza delle api. E questa conoscenza può tornare utile anche nel rapporto apicoltore ape, mentre si cerca di gestire le api per le necessità dell'uomo.

E' piuttosto interessante che dove la moderna apicoltura non ha preso rapidamente piede, per questioni tradizionali e per uno scarso interesse per un servizio di impollinazione intensivo, le popolazioni selvatiche di api siano ancora floride. Questo può indicare che l'apicoltura, laddove è indirizzata a una forma intensiva per la massimizzazione dei profitti, disturbi in maniera continua il processo di coevoluzione ospite parassita. Un naturale coadattamento si è raggiunto con successo nella sottospecie africana Apis mellifera scutellata, naturalmente distribuita nei paesi sub sahariani orientali.

Un altro caso è rappresentato dall'ape africanizzata, frutto dell'incrocio tra sottospecie di api europee e api africane (Rosenkranz, 1999). Le api africanizzate sono diffuse nelle zone tropicali e subtropicali delle Americhe. Comunque queste popolazioni sono diverse per varie caratteristiche dalle api usate per l'apicoltura in Europa o in Nord America, che sono più suscettibili a parassiti e malattie. Ad esempio la sciamatura fa parte dell'apicoltura in Brasile, dove gli apicoltori hanno imparato a gestire le api africanizzate. In che modo queste differenze influiscono sulla minor suscettibilità o sulla resistenza alle malattie di queste api però non è ancora chiaro. Dall'altro lato le api africanizzate hanno un comportamento difensivo più spiccato di quelle europee, cosa che le rende più aggressive e quindi meno adatte per essere usate in zone densamente abitate.


La sopravvivenza del più adatto

Al di fuori dell'areale naturale di distribuzione delle api da miele, Tom Seeley ha studiato gli alveari liberi non gestiti che vivono nella foresta di Arnot, a Ithaca, nello stato di New York. In questa zona una popolazione ferale di Apis mellifera vive nonostante la presenza della varroa. A quanto sembra questa popolazione non è influenzata dagli sciami naturali provenienti da alveari gestiti da apicoltori al di fuori della foresta di Arnot (Seeley, 2007). Le colonie non gestite di questa foresta hanno un livello di infestazione più basso rispetto a quello delle colonie allevate nelle zone limitrofe. Questo potrebbe essere influenzato dalla bassa densità di alveari, dalle piccole dimensioni delle colonie e dalla loro frequente sciamatura (Loftus et al., 2016; Seeley & Smith, 2015) e anche dall'azione della selezione naturale (Mikheyev et al., 2015).

In Europa, diverse popolazioni di api sopravvivono senza trattamenti contro la varroa e senza specifiche cure da parte degli apicoltori, anche in condizioni di allevamento (Le Conte et al., 2020). Nel così detto "esperimento di Gotland", dove un popolazione di alveari di Apis mellifera venne lasciato praticamente a se stesso sull'isola di Gothland in Svezia, per veder se e come sopravvissero, le colonie che sciamavano hanno mostrato un livello di infestazione di varroa più basso rispetto a quelle che non sciamavano e risultavano resistere più a lungo senza trattamenti (Fries et al., 2003). In ogni caso le colonie figlie non hanno mostrato queste caratteristiche quando venivano allevate al di fuori dell'isola, suggerendo che l'interazione con l'ambiente giochi un ruolo importante nello sviluppo della tolleranza, come dimostrato in uno studio su scala europea (Büchler, 2014).

Recenti studi hanno evidenziato la presenza di alveari non gestiti in condizioni naturali in una foresta di faggi in Germania (Kohl & Rutschmann, 2018). Il contributo della foresta a mantenere colonie ferali è stato recentemente studiato da Requier e collaboratori nel 2020 e i risultati mostrano ancora l'importanza fondamentale della biodiversità dell'habitat e della disponibilità di siti naturali dove nidificare. Tuttavia i dati sui livelli di infestazione mancano così come i dati sulla loro sopravvivenza rispetto a quella degli alveari allevati.

Ancora, gli sforzi di un gruppo di ricercatori guidato da Grace McCormack ha descritto l'origine e lo stato attuale di colonie selvatiche in Irlanda, evidenziando una più elevata resilienza genetica delle sottospecie locali ed il loro migliore adattamento (Browne et al., 2020; Hassett et al., 2018).

Attraverso uno specifico monitoraggio promosso dalla "task force Survivors" dell'associazione di ricerca Coloss, sono in corso osservazioni di lungo termine su colonie ferali e non gestite e, se tutto andrà bene, questo monitoraggio, condotto anche con l'iniziativa di citizen science Honey Bee Watch, porterà a una migliore valutazione dell'attuale stato delle api allo stato selvatico e ad una miglior comprensione del meccanismo che permette alle colonie non gestite di sopravvivere.


Specchio, specchio delle mie brame...

L'attuale pandemia da Covid-19 sta evidenziando molti aspetti critici nella nostra struttura economica globale: soprattutto sta mostrando la stretta relazione tra la società umana e l'ambiente e la resilienza dell'ecosistema alla pressione antropica.

Nelle regioni dove è sviluppata l'agricoltura intensiva, l'apicoltura è praticata in modo prevalente come attività economica da reddito. In particolare il reddito dell'apicoltore è basato sulla impollinazione guidata delle colture da affiancare alle produzioni apistiche. L'attività apistica per questo è strettamente legata all'agricoltura e alla coltivazione di piante nettarifere.

Ma cosa accadrà agli apicoltori statunitensi quando delle varietà autofertili di mandorli produrranno delle mandorle apprezzate dal mercato? Cosa accadrà agli apicoltori europei quando i cambiamenti climatici ridurranno costantemente i raccolti di miele, mentre le autorità comunitarie hanno difficoltà nel dare regole sulle importazioni di miele a basso prezzo? Questa situazione secondo il Copa-Cogeca minaccia la sopravvivenza di più di 10 milioni di alveari sparsi per tutta Europa (Copa-Cogeca position paper on the european honey market 2020). E la riduzione degli habitat per gli impollinatori naturali sta già minacciando la sostenibilità dell'agricoltura statunitense (Reilly et al., 2020).

E' totalmente giusto e legittimo per un imprenditore chiudere il proprio business se diventa meno redditizio. Ma in apicoltura questo ha delle conseguenze per il nostro ecosistema e per la nostra comunità. Possiamo accettare tutto questo senza un piano di riserva? Dovrebbero tutti i portatori di interesse (e quindi anche i cittadini!) essere coinvolti nella definizione di una cruciale politica a lungo termine?

Un sistema agricolo e di gestione del territorio rivolto agli impollinatori (che comprenda sia i privati cittadini che gli enti pubblici) potrebbe beneficiare sia le api allevate che quelle ferali, ad esempio andando a compensare le risorse alimentare in caso di problemi di raccolto, trovando alternative ai fitofarmaci e ad altre pratiche agricole intensive ecc...

Gli apicoltori non professionali, che conducono pochi alveari sono altrettanto importanti per il mantenimento delle condizioni di salute delle popolazioni di api, quanto gli apicoltori professionisti. Gli hobbisti da una parte, permettendo la sciamatura, sono uno strumento importante per favorire popolazioni di alveari selvatici e per promuovere tecniche apistiche più sostenibili, ma dall'altra dovrebbero imparare ad essere professionali nelle cure e nella gestione della sanità degli alveari come lo sono i professionisti (Jacques et al. 2017).

Le aree protette dovrebbero regolamentare l'apicoltura per preservare le comunità locali di impollinatori selvatici (comprese gli alveari ferali). La diversità degli impollinatori infatti aumenta la resilienza del sistema di impollinazione sia per le piante coltivate che per quelle selvatiche (Ollerton, 2017).

Le attuali conoscenze non permettono di definire regole da incidere nella pietra per quanto riguarda la conservazione degli impollinatori, ma sono sufficienti per definire obiettivi di lungo termine. In particolare, le contromisure sulla diminuzione degli impollinatori e sulla degradazione degli habitat dovrebbero essere continuamente riviste alla luce dei nuovi risultati scientifici e delle situazioni locali.


Si ringrazia l'editore per l'autorizzazione alla traduzione
 
Claudia Garrido, ha conseguito il dottorato di ricerca in biologia all'Università di Hohenheim in Germania, collabora con enti di ricerca in Italia e all'estero come consulente in apidologia per l'agricoltura e la medicina veterinaria e gestisce il sito www.bee-safe.eu

Raffaele Dall'Olio, ha coseguito il dottorato di ricerca in biologia all'Università di Bologna, collabora come consulente per enti di ricerca nazionali e internazionali su tematiche legate all'apicoltura e all'apidologia.