Vita e morte dell'albero in città

Anche le piante muoiono: una certezza che deve farci riflettere su come concepiamo la presenza dell'albero nelle nostre vite e farci interrogare sulla nostra idea dell'essere amanti della natura. A cura di Alfonso Paltrinieri, socio dell'Associazione Pubblici Giardini

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Un tiglio caduto. L'albero di città cede a seguito del danneggiamento delle sue radici
Fonte foto: Alfonso Paltrinieri - Associazione Pubblici Giardini

Tutto ciò che è vivente è destinato al decadimento, un processo naturale che si conclude con la morte. Nulla di ciò che è vivo sfugge a questa regola. Perciò anche l'albero, incredibile e generoso compagno di viaggio della nostra esistenza terrena, nasce, si accresce, decade ed infine muore.


Nel bosco, nulla di questa creatura preziosa va perduto.

La pianta morta, completamente demolita e scomposta infine in parti elementari, è resa funzionale alle altre creature che qui vivono. Diventa così rifugio e fonte di sostentamento di piccoli animali, uccelli, funghi ed insetti, nutrimento per il suolo. Nel bosco, tutto ha un preciso senso ed una propria logica di sopravvivenza, funzionale alla vita di questa multiforme e complessa entità chiamata ecosistema. Tutto è qui importante, tutto necessario. Qui l'individuo è parte fondamentale di un tutto. Ma non ne è il centro. L'improvvisa caduta di un grosso albero non è cagione di pericolo, ma un semplice evento.

 

Differente è invece il destino di un albero che vive nelle nostre città.
Qui la caduta di un albero può rappresentare un reale pericolo per l'uomo e per le sue attività. Inserito in modo sicuramente forzato in un ambiente dove nulla, o quasi, può considerarsi naturale, egli non deve mai poter rappresentare fonte di pericolo per chi lo abita.

 

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Provate ad immaginare.
Quintali di legna che improvvisamente si schiantano al suolo. Se nel bosco la causa principale del decadimento di un albero è da individuarsi solitamente nei normali processi della vita di una qualsiasi creatura, compresi anche gli eventi eccezionali che possono accadere (vento, fulmine, eccetera), cerchiamo di comprendere la diversità di vita che accompagna invece l'albero in città, e che spesso ne causa la precoce senescenza.


Invece che un bel letto di foglie che, decomponendosi lentamente, diventa nutrimento sempre abbondante e disponibile, l'albero di città trova attorno a se un bel letto d'asfalto. Le sue radici, che oltre a fornire sostegno e veicolo per le sostanze nutrienti elementari disciolte nell'acqua presente nel terreno, necessitano anche d'aria, anelano un'opportunità di soddisfare tali esigenze primarie. Opportunità spesso solo agognata.

 

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Albero in cantiere

(Fonte foto: Alfonso Paltrinieri - Associazione Pubblici Giardini)


Gli alberi in città vivono solitamente spazi angusti, impermeabili, poveri di nutrimento ed aria. Non vi ricordate come li consideriamo così fastidiosi quando dobbiamo parcheggiare il nostro "feticcio a quattro ruote" il più vicino possibile al centro città o al panificio? Le radici, così prigioniere e limitate, forzano il manto opprimente che la nostra cecità ha conficcato attorno a loro, e diventano motivo di inciampo e di danno alla privata e alla pubblica proprietà. E le foglie, così invadenti, lordano ogni dove intorno a noi...

 

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L'inserimento di alberi in ambiente urbano, tecnicamente definito "forestazione urbana", poggia anziché sul nostro desiderio arcano di vivere tra i boschi, sulla povertà della nostra cultura, che vede sempre nell'albero un costo, un maleficio, un danno e non un segno di decoro, di civiltà, di lungimiranza e di benessere, un reale patrimonio per la collettività.


L'inserimento di un albero in un ambiente antropizzato, cioè modellato dall'uomo, diventa e resta opera difficile ed onerosa, oltre che motivo di preoccupazione.
L'albero diventa poi fastidio quando l'uomo deve raggiungere ogni luogo attraverso le sue infrastrutture ed i suoi servizi tecnologici. Il taglio delle radici diventa spesso consuetudine senza avere la consapevolezza che questo gesto è l'inizio della sua decadenza.

L'albero di città cede a seguito del danneggiamento delle sue radici, che sempre esplorano spazi ben più ampi della sua chioma. E questa recisione resta il motivo principale della sua caduta.


L'ambizione dell'uomo sull'albero giunge poi alla pretesa di preservarne l'esistenza ad ogni costo, senza valutarne la pericolosità che può derivare da una gestione scellerata e dalla reale incapacità di comprendere che, piantare un albero, non significa ficcarlo in un buco e basta. Il vivente ha sempre bisogno di cure, di attenzioni, di consapevolezza, di spazio…

 

In nome poi della nostra più o meno presunta origine contadina, crediamo cosa banale e semplice operare qualsiasi intervento sull'albero, senza conoscere alcuna delle regole che sovrintendono la vita di questa creatura. E come ci sentiamo onnipotenti con in mano un paio di forbici o, peggio, con una motosega!


Se diamo per scontato, ad esempio, che sia l'elettricista a realizzare l'impianto elettrico delle nostre abitazioni, e che sia il meccanico a riparare la nostra autovettura, crediamo invece che chiunque possa operare un taglio su un albero, perché cosa banale. Se questi professionisti hanno frequentato scuole nelle quali apprendere il loro mestiere, perché anche il giardiniere non dovrebbe avere un suo percorso formativo?


Occorre perciò finalmente sancire come anche l'opera del giardiniere sia degna di rispetto e doverosa di studio e specializzazione, e che soltanto mani sapienti ed appassionate meritino tale appellativo. La professione del giardiniere richiede non solo esperienza, ma anche sacrificio, passione, continue verifiche ed aggiornamenti professionali essendo l'arboricoltura, cioè la scienza che studia la creatura albero nel suo complesso, in continuo divenire e sviluppo, alla stregua della medicina.
Ambedue infatti si occupano del vivente.

 

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Anche se il paragone possa apparire certamente forte, e forse inadeguato, resta valido l'invito a considerare l'albero con occhi nuovi e capaci di accertarne, oltre che le esigenze di vita, la sua crescita, la ineluttabilità del suo decadimento e della sua morte.


Un discorso a parte meriterebbe poi lo scarso rispetto di cui siamo solitamente dotati nel nostro fare quotidiano. Questa negligenza si riversa così chiaramente anche contro la pianta, da cui pretendiamo l'impossibile, e verso cui dimentichiamo di essere riconoscenti. Perché al di là di ciò in cui noi crediamo, o di ciò che siamo, ricordiamoci sempre che sarebbe impossibile vivere in un mondo privo di vegetazione.

 

Alfonso Paltrinieri, Associazione Pubblici Giardini, Delegazione Emilia Romagna


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