Biologico, biodinamico e sostenibile non sono sinonimi!

Le innumerevoli contraddizioni del ddl sull'agricoltura biologica - II Parte. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Gro Harlem Brundtland, primo ministro di Norvegia, durante lo storico discorso del 19 ottobre 1987 all'assemblea generale delle Nazioni Unite per l'ambiente e lo sviluppo. Il cosiddetto Rapporto Brundtland è stato il primo studio scientifico sul concetto di 'sviluppo sostenibile'
Fonte foto: Environmental History Resources

Nella I Parte abbiamo esplorato le differenze fra i diversi metodi di coltivazione che rispondono alla definizione di "agricoltura biologica" della Ue. Tuttavia, come vedremo, il ddl 988 ancora al vaglio del Senato, non li contempla. In questa II Parte passiamo in rassegna i dibattiti a favore e contro al menzionato ddl, ascoltando le voci contrapposte dei vari gruppi portatori di interesse.
E' doveroso richiamare il concetto di sostenibilità delle diverse pratiche agronomiche e il metodo utilizzato per misurarla, che ci consentirà di capire perché nessuno dei sistemi proposti è del tutto sostenibile.
 

Il dibattito agricoltura biologica Vs agricoltura integrata

L'intenzione del presente paragrafo è risparmiare al lettore ore di ricerca in internet, fornendo in un'unica pagina una raccolta delle argomentazioni a favore e contro l'attuale testo del ddl 988. Le argomentazioni sono presentate in ordine cronologico, almeno per i documenti che riportano una data certa. Per dovere di informazione ci asterremo di formulare commenti su una posizione o l'altra, invitando il lettore a trarre le sue proprie conclusioni.

Durante l'iter di discussione del ddl un gruppo di ricercatori e professionisti ha redatto e presentato al Senato un documento (Contributo tecnico-scientifico alla discussione del 9 gennaio 2019) nel quale evidenzia, articolo per articolo, alcune carenze e contraddizioni del ddl 988. Tale documento è stato sottoscritto inizialmente da 213 esperti: docenti, ricercatori, dottori agronomi e imprenditori agricoli. Successivamente al 09/01/2019 altre 233 persone lo hanno sottoscritto e il Gruppo Agrarian Science ha lasciato aperta la possibilità di sottoscriverlo in questa pagina.

La Federbio (Federazione delle associazioni per l'agricoltura biologica e biodinamica) ha risposto alle osservazioni suddette con un post nella propria pagina web.

L'Apab (Associazione per l'agricoltura biodinamica) ha risposto attraverso il blog personale del suo presidente Carlo Triarico.

La Fidaf (Federazione italiana dottori in agraria e forestali) ha pubblicato la controreplica a Federbio dei redattori del Contributo tecnico-scientifico in questione.

Elena Cattaneo, docente all'Università di Milano e senatrice a vita, ha espresso le sue perplessità per "la favola del biologico" contenuta nel ddl 988, in un reportage pubblicato da Il Sole 24 Ore.

La replica a Elena Cattaneo di Roberto Pinton, segretario di Assobio, è stata pubblicata da Il Fatto Alimentare.

Il presidente della Fidaf, Andrea Sonnino, ha espresso al Senato la posizione ufficiale della federazione. Il testo dell'audizione è scaricabile da questo link.

L'articolo 11 del ddl 988 è l'oggetto principale di una terza lettera al Senato firmata lo scorso 9 gennaio da Aissa (Associazione delle società scientifiche agrarie), Conferenza di agrariaFisv (Federazione italiana scienze della vita) e Anbi (Associazione nazionale dei biotecnologi italiani) che in qualche modo ricalca la posizione di Fidaf e Agrarian Science.

Infine, un documento dal titolo Contributo al dibattito scientifico sull'agricoltura biologica è stato redatto dal gruppo di docenti per la Libertà della scienza e pubblicato nella pagina personale di Paolo Bàrberi nella piattaforma ResearchGate. Nella stessa pagina è riportata l'e-mail alla quale coloro che lo desiderino possono inviare la propria adesione. Lo studio è stato ripubblicato da Federbio e nei siti di varie associazioni, testate giornalistiche e blog "green" fra i quali: Il Fatto Quotidiano, Slow Food, Gambero Rosso, Società dei Territorialisti, La Decrescita, Cambia la Terra, MC Editrice, Terra Viva, e una lista di altri siti, troppo lunga per riportarla qui per intero.

Immediata la risposta di Agrarian Science.


Ciò che necessita l'agricoltura italiana: sostenibilità

Tralasciando gli attacchi personali e tentativi denigratori di alcuni soggetti nei confronti della fazione antagonista, dal dibattito emergono a grandi linee due scuole di pensiero: quella che potremmo chiamare "flessibile", che difende il concetto di agricoltura integrata e quella "purista", adottata dai redattori del ddl 988, che si basa sull'esclusione aprioristica di ogni ricorso a prodotti "chimici", miglioramenti genetici (che non vuol dire necessariamente Ogm!) e altre pratiche.

Propedeutica alla seconda parte della trattazione che ci occupa è la definizione di agricoltura integrata.

L'agricoltura integrata è un metodo di coltivazione regolato dalla norma UNI 11233:2009 - Sistemi di produzione integrata nelle filiere agroalimentari - Principi generali per la progettazione e l'attuazione nelle filiere vegetali. Si basa su tecniche di basso impatto ambientale per la sistemazione e preparazione del suolo, semina, rotazione delle colture, limitato impiego di fitofarmaci (sostituiti dove possibile da metodi naturali) biodiversità, specificità territoriali, tracciabilità. L'agricoltura integrata tende alla sostenibilità e alla sicurezza alimentare attraverso sistemi di produzione agricola che privilegiano l'utilizzo delle risorse e dei meccanismi di regolazione naturale, andando a sostituire - quando possibile - le sostanze chimiche e limitando l'impatto ambientale. In Italia esistono tre certificazioni possibili: Agriqualità, marchio appartenente alla Regione Toscana; Qualità Trentino, che appartiene alla omonima regione ma è affidato in gestione alla Trentino sviluppo Spa; e il Sistema di qualità nazionale di produzione integrata (Sqnpi) istituito con dm n. 1347 del Mipaaf.

L'agricoltura integrata risponde in linea di massima alla definizione di agricoltura biologica dell'Ue (vedi puntata precedente) in quanto l'utilizzo di sostanze e processi "non naturali" è limitato a interventi puntuali, solo in caso di necessità.

Sorge dunque spontaneo domandarsi: per quale motivo dunque si dovrebbe escludere l'agricoltura integrata - che tra l'altro è già normalizzata e dispone di ben tre sistemi di certificazione pubblici - dal futuro Testo unico sull'agricoltura biologica? Per quale motivo il ddl 988 ha definito espressamente il supporto ad un sistema di certificazione privato - che, ribadiamo, confluisce in una holding con sede nelle Isole Cayman- anziché potenziare in qualche modo i sistemi pubblici esistenti? Perché il testo non considera minimamente le produzioni bioponiche, acquaponiche o coltivazioni in serre arricchite con CO2? Certamente l'arricchimento dell'atmosfera della serra non si può considerare una pratica "biologica" quando la CO2 proviene da combustibili fossili, ma lo è a pieno titolo se la CO2 viene recuperata dal biogas (si veda La valorizzazione della CO2) oppure dalla combustione di biomasse per il riscaldamento delle serre, o dalla fermentazione di bevande come birra e vino. Infine, sistemi produttivi poco diffusi come l'agricoltura naturale, l'agricoltura sinergica e la permacoltura sarebbero meritevoli di speciale supporto, non tanto per l'etichettatura "bio", ma per la loro capacità di creare con un investimento minimo dei posti di lavoro e un reddito - decisamente più dignitoso e sostenibile del "reddito di cittadinanza" o altre forme assistenziali - per disoccupati e cassintegrati. Eppure, il ddl 988 non accenna nemmeno a questa possibilità.

Ciò che emerge dalle mutue accuse, fra difensori e detrattori del ddl 988, è un comune denominatore: ognuno dei gruppi portatori d'interesse difende la propria idea di sistema produttivo agricolo come la più sostenibile. In realtà, né l'agricoltura biologica - nella forma in cui la concepiscono i redattori del ddl 988 - né l'agricoltura integrata e men che meno la biodinamica si possono considerare intrinsecamente sostenibili. Il fatto è che "sostenibilità" di un prodotto, servizio o processo produttivo è un concetto abbastanza difficile da quantificare. Il metodo utilizzato per analizzare la sostenibilità di un prodotto o di un processo produttivo si chiama Lca (Life cycle analysis). È certamente un metodo imperfetto e ancora in continua evoluzione, ma alla data attuale non esiste di meglio. La metodologia Lca è definita dalla norma UNI EN ISO 14040:2006. In poche parole, la Lca assegna dei punteggi a dei singoli parametri per ottenere poi un punteggio finale riferito all'unità di prodotto in analisi.

Ad esempio, per valutare quale sia il metodo di coltivazione della cipolla più sostenibile in Sicilia si devono analizzare per ciascuna delle alternative:
  • le "emissioni equivalenti" di CO2;
  • il consumo di acqua nelle condizioni locali; 
  • i costi colturali - inclusi i costi di trasporto e distribuzione - i costi delle eventuali certificazioni, della tracciabilità e adempimenti burocratici;
  • le "emissioni equivalenti" di inquinanti (tutti i prodotti tossici emessi dal processo vengono convertiti ad una unità di riferimento per ciascuno dei ricettori: acqua, suolo e atmosfera);
  • la tossicità equivalente contenuta nel prodotto (ad esempio tracce di rame o altri metalli pesanti);
  • i costi e benefici sociali, ad esempio numero di posti di lavoro e la morbilità associata ai medesimi;
  • il consumo energetico, tenuto conto anche del mix di vettori energetici.

Ai precedenti criteri si aggiunge una lunga lista di altri parametri, ciascuno riferito all'unità, che tipicamente è la tonnellata di prodotto. Il lettore può già intuire che i risultati dipendono dalle condizioni al contorno, cioè dalle situazioni ambientali, sociali ed economiche locali e in un momento di riferimento preciso (solitamente l'anno precedente all'analisi). Ad esempio, una data tecnica di coltivazione di cipolla potrebbe essere sostenibile in Sicilia ma non in Lombardia, e viceversa. Oppure, non è detto che i risultati della Lca della coltivazione di cipolla in Sicilia siano automaticamente applicabili alla coltivazione di lattuga nello stesso contesto geografico.

Rappresentazione grafica del concetto di sostenibilità
Foto 1: Rappresentazione grafica del concetto di sostenibilità.
Disegno dell'autore, tratto da Purvis, B., Mao, Y. and Robinson, D. (2018). Three pillars of sustainability: in search of conceptual origins. Sustainability Science. ISSN 1862-4065.

Un esempio di Lca, tratto da un settore completamente diverso dall'agricoltura, mostra chiaramente come la proposizione "naturale = sostenibile" - implicita nel ddl 988 e difesa da Federbio, Apab, M5S, associazioni e blog simpatizzanti e infine dalla neoministra Teresa Bellanova - possa essere falsa o vera. Pertanto, non vale come logica universale. L'esempio mostra come una pavimentazione in asfalto, nel contesto di una grande città come Barcellona, con le condizioni socio-economiche e ambientali del 2011, può essere più sostenibile di una pavimentazione in pietra naturale (Mario A. Rosato Asfalto più sostenibile della pietra: un paradosso della Lca).


Conclusioni

Possiamo dire con buon margine di certezza che, nel dibattito sul ddl 988, tutti i soggetti coinvolti hanno un po' di torto nelle loro argomentazioni perché la sostenibilità di una coltura o di una pratica agricola è sempre relativa. Di conseguenza, non è corretto privilegiare un sistema di produzione agricola rispetto ad un altro, prescindendo dal suo contesto, perché si rischia di sprecare risorse ed ottenere l'effetto contrario.

Nella prima parte della trattazione abbiamo dimostrato la scarsa redditività dell'agricoltura sinergica, quindi insostenibile secondo l'analisi costi-benefici che farebbe una banca o un agricoltore proprietario di molti ettari di terreno e mezzi meccanici moderni. Ricordiamo che "sostenibilità" è il punto di incontro fra le necessità sociali, economiche e ambientali (Foto 1). Quindi un ortaggio coltivato da disoccupati in un orto urbano, utilizzando la "poco produttiva" tecnica sinergica, ma venduto a chilometro zero, è più sostenibile dello stesso ortaggio coltivato a centinaia di chilometri di distanza, per quante certificazioni "bio" o "biodinamica" possa avere quest'ultimo. Senza dimenticare che il costo di tali certificazioni, sommato al trasporto, si rifletterà sul prezzo rendendo il prodotto "certificato" inaccessibile alle fasce sociali di reddito basso, quindi insostenibile.

Chiude la nostra analisi un concetto che meriterebbe ulteriori approfondimenti, in quanto fornisce un metodo obiettivo - privo di componenti ideologiche - per potenziare la concorrenzialità del Belpaese: l'intensificazione sostenibile.
L'intensificazione sostenibile ha l'obiettivo di incrementare le produzioni riducendo gli impatti ambientali dei processi coinvolti. La Aissa ha prodotto un documento di 74 pagine su questo importante tema, scaricabile in questa pagina. Il documento parte dall'analisi del concetto di agricoltura intensiva e sottolinea la sua necessità, in futuro, di declinarsi nel concetto: "più conoscenza per ettaro". Nel menzionato studio, il tema centrale della sostenibilità viene affrontato attraverso l'esame degli indicatori che permettono di contestualizzarla dal punto di vista ecologico, sociale ed economico, cioè secondo la metodologia Lca.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: biologico sostenibilità certificazione

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