La chiacchierata col professor Luigi Costato, consigliere dell’Accademia dei Georgofili, docente emerito di Diritto agrario, già preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara dal 1991 al 2000, parte dalla notizia del divieto imposto dalla Lombardia alla cessione dei diritti di impianto dei vigneti al di fuori dei confini regionali, con lo scopo di preservare la produzione vitivinicola territoriale e si trasforma fin da subito in un discorso più ampio sul mercato agricolo e sui sistemi delle quote. Partiremo da qui.

Professor Costato, i sistemi delle quote hanno ancora senso?
“Sono in via di liquidazione. Se prendiamo ad esempio il settore lattiero caseario, il meccanismo che porta alla fine del regime delle quote e all’avvio della liberalizzazione è già stato definito in termini temporali (1 aprile 2015). Così anche nel vino, seppure con modalità diverse, un impatto molto inferiore e tempistiche più dilatate nel tempo (2030). Ma devo ammettere che sì, i sistemi delle quote hanno ancora un senso, anche liberalizzando e non considerando  il vino come prodotto trasformato dell’uva”.

Banalizzando al massimo: è favorevole o contrario alla liberalizzazione?
“La liberalizzazione è possibile, però il mercato dei prodotti agricoli, e in particolare il mercato del vino, non funziona come il mercato degli altri prodotti”.

Qual è la differenza?
“Il tempo. Quando un imprenditore decide di produrre vino pianta delle viti. Deve attendere che entrino in produzione e poi deve affermarsi sul mercato con il proprio vino. Passano anni. Questo per dirle che i tempi del mercato agricolo sono enormemente dilatati, non è come produrre bulloni, che si possono produrre dal giorno dopo che è stata messa in piedi un’industria. Tutto ciò significa che, se il mercato dei bulloni non è più adatto ad assorbire il prodotto, si possono trovare varianti in tempi estremamente rapidi”.

I tempi dell’agricoltura invece no.
“Infatti. Sono molto più lunghi, soprattutto se prendiamo in considerazione il vino, con la conseguenza che non consentono di avere un mercato libero ed efficiente. Servirebbero pertanto regole, che invece abbiamo distrutto”.

Professore, la sua è una posizione protezionista o sbaglio?
“Diciamo che una certa forma di dirigismo in agricoltura, tenuto anche conto di alcune variabili ineliminabili, a partire dal meteo, lo ritengo necessario”.

Quindi, tornando al divieto di vendita dei diritti di impianto generati in Lombardia al di fuori dei confini regionali, qual è la sua opinione?
“La delibera lombarda è una posizione di natura politico-economica, rispettabilissima, anche se non so fino a che punto può avere effetti. In ogni caso l’operazione può avere senso. Tuttavia, nel vino, così come per altri prodotti, si scontrano due concezioni antitetiche fra Paesi del Nord e del Sud Europa. Il Nord vuole anche lo zuccheraggio, il Sud no. Se invece guardiamo il settore del latte, il discorso si ribalta: il Nord chiede la liberalizzazione completa, i Paesi dell’area mediterranea invece sono contrari. Siamo alle prese con sottofondi economico-sociali che non si possono cancellare semplicemente perché si invoca una certa forma di liberismo. Anche il mercato dei prodotti agricoli dovrà essere rivisto”.

Dice?
“Senz’altro. Anche se la recente Pac, approvata da pochi giorni, comincia ad avere qualche retrogusto stantio, per così dire”.

Viene forse concessa molta discrezionalità ai singoli Stati. Come vede questa libertà?
“Alla rinazionalizzazione sono contrario, perché sono un europeista convinto”.

Non le sembra che sia una Pac che tende alla rinazionalizzazione?
“Non in maniera esagerata, però abbiamo assistito a qualche escamotage per scaricare la responsabilità”.

Ad esempio?
“La definizione di agricoltore attivo. Lasciare che venga definito autonomamente dagli Stati membri è un modo dell’Unione europea di non assumersi responsabilità, delegando i singoli Paesi a risolvere il problema. Ma così facendo potrebbe anche essere che in Italia, o altrove, si arrivi ad assumere posizioni estremamente rigide. Se si dicesse che l’agricoltore attivo è solo quello che coltiva? Staremo a vedere. Certo la mia concezione della Pac è diversa, io sarei stato favorevole ad una Politica agricola comune così come impostata dal primo piano Marshall”.

Ribadisce il concetto: le non crede nel mercato libero dei prodotti agricoli.
“No. Le faccio un altro esempio: i cereali. C’è una asimmetria informativa tale per cui l’imprenditore agricolo, per quanto possa gestire grandi dimensioni, è piccolo di fronte al mercato aperto. Non avrà mai le informazioni che potranno avere, in tutto il mondo e grazie ad una fitta rete di contatti, i grandi trader. Sostenere pertanto che grazie ai cerealicoltori si ha un libero mercato significa mentire. I prezzi dei cereali li fanno i grandi trader. Una volta, invece il mercato lo pilotava la comunità europea con il prezzo garantito. Oggi, di fatto, abbiamo rinunciato alla sovranità europea”.

La politica fatta attraverso i prodotti agricoli.
“Sì. Per rimanere sulla cronaca di questi giorni, vorrei ricordare che in passato l’Europa ha mandato tanto di quel grano e tanta di quella farina in Egitto, per tenere lontano l’Egitto dalle sirene sovietiche, che non può immaginare. Forse oggi non lo è più così in maniera evidente, ma il grano è stato anche uno strumento politico e di pressione”.

Qual è il suo commento sulla battaglia del vino fra Cina e Ue?
“Ci troviamo di fronte a problemi contradditori. Col trattato di Marrakech abbiamo scelto di liberalizzare il commercio e ridurre i dazi. Può essere una soluzione benefica a lungo termine, ma avendo costi di produzione completamente diversi diventa tutto più complicato. Questa smania di liberalizzazione funziona nelle misura in cui i costi di produzione sono abbastanza omogenei. L’agricoltura ha una sua specificità e occorre tutelarla. Mescolare l’agricoltura con macchine utensili è come mescolare l’oro con l’acciaio, il giorno con la notte, il vino con l’aceto”.