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Soia, dietro c'è un mondo

Negli ultimi anni la coltivazione di soia è decollata, con ripercussioni agroambientali, demografiche, economiche e sociopolitiche. Paolo Annicchiarico del Crea ci spiega cosa c'è dietro

Lorenzo Cricca di Lorenzo Cricca

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In Italia gli ettari coltivati nel 2017 sono 318mila e le tonnellate prodotte 1,1 milioni
Fonte foto: ©Blusezhou - IStockPhoto

La storia recente dell'umanità è molto legata alla soia, più di quanto crediamo: una coltura che vive costantemente sotto la pressione di vincoli agro-ambientali, demografici, economici e sociopolitici. 

Partiamo facendo una fotografia della produzione mondiale di soia. Dal 1990 ad oggi è cresciuta significativamente e l'incremento registrato è del 231%. Nel 2017, in base alle più recenti previsioni dell'Usda, si stima un volume di oltre 347 milioni di tonnellate. A guidare questa crescita è stato l'aumento delle superfici coltivate, a differenza di quanto accaduto con il mais dove la leva è stata l'aumento delle rese. Nel 2014 in base ai dati Faostat la produzione è stata di oltre 306 milioni di tonnellate su una superficie superiore ai 117 milioni di ettari.
In Italia, in base ai dati Istat, la superficie coltivata è più che raddoppiata passando dai 153mila ettari del 2012 ai 318mila del 2017. Nel 2016 il volume è stato di circa 1,1 milioni di tonnellate. Con questi dati l'Italia è il primo produttore europeo, tre volte superiore rispetto alla Francia che è il secondo. Ciò nonostante la nostra autosufficienza è solo del 20%.
 

SOIA



Ma perché questo incremento? Una spiegazione ci viene data da uno studio del 2016 di Etienne Pilorgé and Frédéric Muel (dal titolo 'What vegetable oils and proteins for 2030?'). Essi stimano un'evoluzione delle colture proteiche ed oleaginose da oggi al 2030, alla luce di quanto sta accadendo a livello mondiale dal punto di vista macroeconomico, demografico, ambientale e sociopolitico.
La soia in Europa rientra in questo trend, così come altre leguminose da granella, ma soprattutto per esigenze zootecniche. Pur con prevedibili incrementi, il consumo di leguminose per l'alimentazione umana resterà inferiore rispetto al consumo animale. E' evidente che il diffondersi di diete a base di proteine vegetali sarà comunque un'opportunità per la nostra agroindustria.

AgroNotizie ha chiesto a Paolo Annicchiarico, ricercatore del Crea - Centro di ricerca per le produzioni foraggere e lattiero-casearie di Lodi, di farci capire meglio l'importanza di questa pianta e su quali equilibri svolge un ruolo strategico.

Che cosa rappresenta oggi la soia per l'Italia?
"La soia oggi è molto importante nel nostro paese. Siamo il principale produttore europeo, e questa pianta è alimento cardine delle diete vegetariane e dell'alimentazione animale. La richiesta nei prossimi anni è destinata a crescere, sia a livello umano che animale. Due percorsi diversi ma paralleli: da una parte l'aumento dei consumi di carne nel mondo (Paesi meno sviluppati) e dall'altra parte la maggiore richiesta di proteine vegetali (Paesi più sviluppati)".

L'Italia e l'Europa possono quindi svolgere un ruolo importante?
"Assolutamente sì. C'è un'immensa mancanza di proteine vegetali a livello europeo, in particolare quelle non Ogm. Su questo fronte 14 Paesi europei nel luglio 2017 hanno sottoscritto un documento dove s'impegnano a sostenere soia europea. Si chiama "Eu soya declaration". Tre i principali obiettivi: ridurre la dipendenza dalle importazioni dai Paesi terzi che supera il 90% del fabbisogno europeo, avere a disposizione soia Ogm-free, creare un piano di sviluppo di piante proteiche per avere un positivo impatto sia sui terreni agricoli che sull'ambiente".
 
C'è bisogno di soia europea Ogm-free
(Fonte foto: © DarcyMaulsby - IStockPhoto)


Qual è il vero rapporto tra soia e Ogm?
"Partiamo da un elemento assodato. Oggi in Europa non si può coltivare soia Ogm". Al momento l'unica varietà autorizzata in Ue per fini commerciali è il MON 810*, mais Ogm resistente alla Piralide. E solo in alcuni Paesi. Nel 2013 gli ettari coltivati erano 150mila, di cui 137mila ettari in Spagna.
"Però il settore zootecnico dell'Unione dipende in misura significativa dalla produzione di Paesi terzi per soddisfare il proprio fabbisogno. Nel 2013 l'Ue ha importato 18,5 milioni di tonnellate di farina di soia e 13,5 milioni di tonnellate di soia (Fonte European Commission - Press releases database). Tali importazioni provengono essenzialmente da Paesi terzi nei quali è diffusa la coltivazione di Ogm: il 90% proviene infatti da quattro Paesi in cui i terreni coltivati a soia Ogm rappresentano circa il 90% della superficie totale. Per superare questa situazione è necessario creare produzioni e filiere Ogm-free in Europa".

Nel 2013 il 43,8% proveniva dal Brasile (in cui l'89% della soia coltivata era Ogm), il 22,4% dall'Argentina (dove il 100% della soia coltivata era Ogm), il 15,9% dagli Stati Uniti (in cui il 93% della soia coltivata era Ogm), e il 7,3% dal Paraguay (in cui il 95% della soia coltivata era Ogm). (Fonte European Commission - Press releases database)
 
La soia può aiutare a rendere l'agricoltura più sostenibile
(Fonte foto: © 1737576 - Pixabay)

Come la soia può essere importante nel processo di sostenibilità ambientale?
"La soia, grazie alla simbiosi radicale con il batterio Rhizobium leguminosarum, è una pianta azotofissatrice. Essa riesce a ridurre l’azoto molecolare, presente nell’atmosfera, trasformandolo in ammoniaca. Un modo del tutto naturale per aumentare la disponbilità di azoto nel suolo da usare nei processi di biosintesi, in alternativa all'uso di azoto da fertilizzanti industriali che vengono prodotti con un processo energeticamente dispendioso. Il vantaggio ecologico è molto interessante. Diamo due dati: in Europa l'azotofissazione contribuisce solo per l'11% dell'intero flusso di azoto alle colture, mentre quasi il 50% dell'input d'azoto viene lisciviato nelle acque.
E poi trasportare soia da Paesi lontani ha altri svantaggi: rischi d'insicurezza alimentare, elevati costi energetici di trasporto ed una deforestazione e costi ambientali e sociali che non sono più sostenibili. E' necessario cambiare modello di agricoltura".


Può spiegarci meglio l'aspetto legato alla deforestazione?
"Due grandi paesi produttori di soia sono il Brasile e Paraguay. Qui la deforestazione è reale e drammatica. Milioni di ettari di foreste, praterie e savane sono stati convertiti in terreni agricoli, direttamente o indirettamente, come conseguenza del boom globale della domanda di soia. Questo è un problema immenso. Non solo ambientale, ma anche socioeconomico. Ad esempio anche quello migratorio: i popoli dell'Amazzonia vengono cacciati dai loro villaggi e costretti a sopravvivere nelle grandi città del sud America e non solo".
 
La soia è tra le piante protagoniste della nuova Pac
(Fonte foto: © Jcesar2015 - Pixabay)

Come la soia oggi è inserita nella nuova Pac?
"In Europa si è parlato poco di soia, purtroppo. Troppe volte è stata lasciata fuori volutamente dai confronti politici, per accordi politici e commerciali. Oggi qualche cosa sta cambiando. La soia ha infatti un suo ruolo nella nuova Pac grazie al greening, ovvero una serie di misure finalizzate ad interventi ambientali e paesaggistici vincolanti per accedere al cosiddetto 'pagamento verde'.
Inoltre l'Ue ha deciso di aiutare gli agricoltori che coltivano soia attraverso un contributo ad ettaro, che in Italia però è stato recepito limitando al solo nord Italia. Similmente le altre colture proteiche hanno invece visto curiosamente circoscritto il contributo alle sole aree del centro-sud Italia. Inoltre gli obblighi di rotazione, anche se non stringenti, hanno aiutato indirettamente questa leguminosa".


Parliamo di ricerca. Come si sta sviluppando il miglioramento genetico della soia?
"Partiamo dall'Europa: i programmi di breeding stanno crescendo, anche in Paesi che non hanno la soia nella propria tradizione agricola (Belgio, Germania, Polonia, Lituania, etc). Qui i risultati sembrano essere interessanti.
In Italia però non ci siamo resi conto di questo cambiamento e siamo rimasti al palo. Per anni l'Ersa del Friuli Venezia Giulia è stata l'unico Ente di ricerca che, con crescenti difficoltà, ha portato avanti un programma di miglioramento genetico della soia. Oggi si è aggiunto il Crea di Lodi, anche grazie al progetto ZooBio2Systems su 'Foraggi, mangimi, breeding e biodiversità in sistemi zootecnici biologici' finanziato dal Mipaaf che finirà però nel marzo 2018. Le possibilità di miglioramento della soia tramite migliori varietà italiane sono concrete ed importanti, ma il finanziamento nazionale alla ricerca si è finora limitato a questo progetto (il cui budget per la soia è stato peraltro modesto), mentre il finanziamento alla ricerca da parte europea ha per molti anni escluso in modo evidente la soia dalle colture d'interesse.
I parametri su cui ci siamo concentrati sono: produrre soia con poca acqua, piante che resistano a condizioni climatiche con alte temperature estive e perduranti (quest'anno l'infertilità dei baccelli è stata altissima), migliori rese produttive, quantità proteica sempre maggiore e aumento dei caratteri nutraceutici (visto anche l'uso alimentare)".



Che tipo di rapporto c'è tra soia ed innovazione tecnologica?
"Come oramai tutte le colture anche la soia beneficia di questa rivoluzione tecnologica ed agronomica. Sia dal punto di vista produttivo che nella gestione delle risorse. Un aspetto interessante è l'agricoltura di precisione o precision farming, che cerca di stabilire una stretta correlazione tra le caratteristiche del terreno e le pratiche agronomiche di qualità.
Ci sono alcuni agricoltori italiani che stanno sviluppando un sistema virtuoso in quest'ottica. Un esempio è Marco Soave, di Villafranca di Verona, che da otto anni sta adottando lo strip till su mais e soia. Dalla sua attività si evince che a parità di produzioni e rese c'è un risparmio economico anche del 50%. Inoltre la salute del terreno ne ha beneficiato ed in periodi di massima siccità il terreno trattato con lo strip till ha richiesto l'uso di meno acqua".

 

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