Difesa, tutti pazzi per i droni-irroratori

Da John Deere a Dji si moltiplicano le aziende che presentano droni per l'irrorazione delle colture. Ma a frenare la corsa all'innovazione è una normativa restrittiva

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Volodrone ha un payload di 200 chilogrammi
Fonte foto: Volocopter

Applicare agrofarmaci dall'alto, grazie all'utilizzo di piccoli velivoli, è un'idea tutt'altro che nuova. Come abbiamo scritto in questo articolo, in Giappone sono più di vent'anni che gli agricoltori trattano i campi di riso con mini-elicotteri comandati a distanza e dotati di irroratrici.

Ma con l'avvento dei droni le frontiere della difesa si sono spinte più in là. Oggi la tecnologia permette di avere strumenti completamente autonomi, estremamente versatili, che mappano i campi e applicano gli agrofarmaci con precisione e in sicurezza.
 

John Deere punta sui droni

In questa frontiera crede, tra gli altri, John Deere che ad Agritechnica ha presentato il prototipo di un drone per l'irrorazione delle colture. Insieme alla tedesca Volocopter, che ha sviluppato il primo 'taxi dei cieli', la multinazionale a stelle e strisce ha messo in campo Volodrone.


Si tratta di un multicottero, dotato di diciotto rotori, in grado di trasportare in aria fino a 200 chilogrammi. Questa irroratrice volante è alimentata da una batteria al litio con una capacità sufficiente a mantenere in volo il drone per circa trenta minuti. Il tempo di coprire circa tre ettari.

John Deere ha fornito l'attrezzatura per l'irrorazione, mentre Volocopter il suo drone per usi commerciali. Si tratta di un velivolo senza pilota sviluppato non specificatamente per l'agricoltura, ma in grado di svolgere un gran numero di funzioni: da trasportare merci in aree urbane fino alla movimentazione di materiali nei cantieri.
 
Il sistema di irrorazione di Volocopeter è stato messo a disposizione da John Deere
Il sistema di irrorazione di Volocopeter è stato messo a disposizione da John Deere
(Fonte foto: Volocopter)


Dji porta sui campi il suo Agras T16

Anche la cinese Dji è entrata con prepotenza nel mercato dell'irrorazione aerea che valuta poter valere circa 5,9 miliardi di dollari. Il suo Agras T16 è un drone, già impiegato nella campagne asiatiche, dotato di sei rotori e in grado di trasportare in cielo un carico di sedici litri. La miscela fitoiatrica viene poi diffusa attraverso otto ugelli per una superficie coperta, dichiara l'azienda, di dieci ettari in un'ora.

 

Dji, che oggi è leader a livello globale nel settore droni, ha messo in campo tutta la sua tecnologia avionica. Il drone è infatti in grado di evitare ostacoli, ma anche di seguire il profilo del terreno con pendenze disomogenee e di seguire piani di volo predefiniti. E grazie alla possibilità di mappare il suolo e di riconoscere gli alberi da frutto, il drone è in grado di chiudere gli ugelli quando non si trova sopra la chioma dell'albero.


Muro burocratico sulla strada dell'innovazione

Insomma, dalla Cina agli Stati Uniti gli esempi di aziende che stanno investendo nella possibilità di applicare agrofarmaci con i droni si moltiplicano. Ma senza andare lontano anche in Valtellina si sono fatte delle prove e nel 2018 Dronezone aveva fatto richiesta ad Enac di avere il permesso per effettuare dei test.

Perché dunque in Europa non si vedono in campo i droni? L'ostacolo è normativo. Ad oggi infatti la legge vieta l'applicazione di agrofarmaci con mezzi aerei (a meno di deroghe). Si tratta di una normativa approvata in passato, quando di droni non si sentiva neppure parlare, per evitare che i campi fossero irrorati tramite elicottero. Uno strumento che causa una enorme deriva. Un fenomeno che dovrebbe invece essere scongiurato dai droni, che volano a pochi metri sopra la coltura.

Un altro nodo da sciogliere riguarda i prodotti stessi. Le grandi multinazionali dell'agrochimica stanno infatti lavorando per mettere a punto formulati in grado di essere efficaci anche a bassissimi volumi. Se Volodrone può impiegare circa trenta litri ad ettaro, il drone della Dji non arriva a cinque. Servono dunque agrofarmaci adatti per essere applicati dal cielo raggiungendo il target senza disperdersi in ambiente.

La sfida è enorme, ma i vantaggi potenziali di utilizzare i droni sono altrettanto interessanti:
  • Possibilità di trattare aree difficilmente raggiungibili.
  • Possibile riduzione dei costi di trattamento.
  • Applicazione autonoma dell'agrofarmaco e dunque salvaguardia della salute dell'operatore.
  • Possibilità di intervenire anche subito dopo la pioggia.
  • Massima precisione nell'applicazione.
  • Possibile minore deriva.

Come sottolineato anche dalla Fao ci si aspetta ora che il legislatore metta mano ad una normativa anacronistica, permettendo lo sfruttamento di questa tecnologia rivoluzionaria.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: agrofarmaci difesa video sostenibilità pan droni irrorazione

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