Rischio arboreo: viaggio tra futuro & passato

Partendo dall'immaginare un futuro della gestione arborea in ambito urbano, torniamo ad una suggestiva panoramica sullo stato attuale delle cose, per intuire la strada verso le future green city. A cura di Paolo Bellocci, socio dell'Associazione Pubblici Giardini

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Fonte foto: © 3000ad - Adobe Stock

Giugno 2062, Unità Verde Urbano di una metropoli del Centro Italia.


- Giulia, preparati, ci sono due alert su alcune popolazioni arboree del quartiere Nord, occorre andare sul posto, prima di dare input gestionali.


- Marco, ho controllato ieri i dati dei droni e non c'era nulla di rilevante, anche sulla rete di sensori radicali niente di nuovo: vediamo prima gli ologrammi arborei, li abbiamo elaborati solo un mese fa, sono affidabili… e poi oggi è torrido.


- Giulia, i nostri dati si incrociano con quelli dei satelliti dell'Unione, avranno riscontrato qualcosa, prendi gli scanner, gli esoscheletri da treeclimb e andiamo a vedere… Giulia, gli strumenti ci aiutano ma gli alberi sono vivi, cambiano di continuo, e poi finché ci sono io si segue la vecchia scuola: guardare, annusare, toccare! Ricordi Shigo?!


- Chi?!


- Quello nella foto dietro la mia schiena, lascia stare, vai.


- Marco, facciamo un giro a vuoto e ci sono 40° fuori… Finiamo le previsioni di impatto delle tempeste autunnali, perché quelle invece sono certe! Non mi risudo una dose di acqua per due allert, ci mandiamo i microdroni, li programmo sugli ultimi ologrammi, entrano ovunque, si vede con quelli.


- Proprio perché fa caldo ci serve che gli alberi siano in salute nel reale, non sugli schermi. Giulia, sai quanto vale un albero oggi e quanto incide sulla spesa sanitaria? Sai le correlazioni albero mortalità, soprattutto nelle aree a basso reddito, tipo il quartiere Nord? Sai quanto ci costa far crescere un albero con questo clima? Non possiamo sottovalutare nulla, non siamo più nel 2022… muoviti.


- Marco, ci vorrà un'ora per arrivarci e già sudo, almeno toglimi una curiosità: ma come facevate con gli alberi nel 2022?


- Allora, nel '22 eravamo agli albori di un nuovo modo di gestire le alberature, ancora non avevamo metabolizzato l'approccio gestionale medico clinico, ma si iniziava a sperimentarlo grazie ad alcuni arboricoltori e accademici pioneristici. Lo so che oggi ti sembra strano, ma fino a quel periodo dominava un approccio novecentesco più tecnico industriale, a cui si sommava mancanza di evidenze scientifiche, un po' di paura del nuovo, ma soprattutto un'arretratezza socio culturale verso il mondo vegetale, insomma le solite cose di ogni fase primitiva.


Quando mi assunsero nel '22, ci chiamavamo "uffici verde pubblico" e questi uffici non erano neppure presenti in tutti i comuni. Fu dalla pandemia del '20, quella del covid-19, quando ci chiusero in casa, che iniziammo a capire che il verde urbano era una parte del diritto alla salute. Mi sembra che fu nel '22 quando entrò nella Costituzione il tema generale dell'ambiente e con lui il verde urbano. Prima il nostro mondo era visto come qualcosa di ornamentale, estetico, solo dopo si capì appieno che invece era salute.


La cosiddetta "Legge Verde" arrivò solo nel '28, per salvare l'investimento fatto con quella cosa chiamata Pnrr: pensavamo che la soluzione fosse solo nel progettare e realizzare, comprare e fare, la gestione era qualcosa di distaccato, quasi alieno.


Pensa che fino al '28 non c'era un modello base di valutazione delle alberature, non esisteva neppure il sito governativo in cui da decenni confluiscono tutti i dati delle valutazioni arboree, che poi ci produce le evidenze, linee guida e input gestionali. All'epoca, nella maggioranza dei casi, ogni valutatore produceva una scheda diversa, cioè eravamo pieni di dati ma tutti in "lingue" diverse, insomma, inutilizzabili. Lo so, ti sembra la Preistoria.


All'epoca si guardava sostanzialmente se l'albero potesse cadere oppure no, non si poneva molta reale attenzione ai benefici che forniva. Il sistema legislativo giudiziario non aveva ancora recepito, come ha fatto poi,  la vera natura del mondo arboreo, cioè quell'incertezza propria degli organismi cellulari. Poi sommaci la pochezza di evidenze su cui basarsi, la scarsità di risorse economiche e umane. Prevaleva la cultura del colpevole su quella dell'errore. Motivi per cui c'era sempre una eccessiva dose di motivata paura che ci faceva pensare solo "cadrà o no?". È per questo che si usavano le classi di propensione al cedimento, le Cpc.


- Forse le ho studiate nelle prime lezioni di arboricoltura legale, mi ricordo che il professore disse: le Cpc stavano all'arboricoltura come l'accetta stava alla chirurgia, può essere?


- Giulia, le Cpc erano delle rudimentali sintesi della sicurezza di un albero, che creavano un linguaggio primordiale, quindi semplice, per poter parlare di alberi con quasi tutti. Immagina le Cpc come un rudimentale alfabeto fatto solo di "sì" ,"no" e "boh?": erano gli albori di una nuova era, rispetto a tutto quell'universo arboreo che oggi conosciamo ed esploriamo.


Negli anni '20 ancora i cambiamenti climatici non ci avevano manifestato la nostra vulnerabilità connessa alla dipendenza dalle piante, o meglio la davamo per scontata, il cervello nella nostra storia evolutiva non aveva mai "pensato" che le piante potessero abbandonarci: c'erano sempre state. Nessuno avrebbe "accettato" che le piante fossero una forma di vita di importanza pari alla nostra: gli ecosistemi orbitanti, si vedevano solo nei film di fantascienza.


Nel '22 circolavano già i primi protocolli sulla valutazione del rischio arboreo, ma ancora non erano molto diffusi. Rispetto agli algoritmi biomatici di oggi sarebbero sembrati dei giocattoli tipo i computer dei primi voli spaziali, ma erano i semi di un nuovo modo di agire, ma soprattutto di pensare. Se non mi sbaglio uno si chiamava Traq e uno Qtra, che fantasia, eh?! Un altro lo chiamarono Areté, e poi altri di cui non ricordo bene il nome. Tentavano di dare una "forma" al rischio arboreo, alle probabilità, ci aiutavano a liberarci dalle paure e dalle percezioni errate, per guardare l'albero anche nel suo potenziale magnifico sviluppo futuro.

 

Ti ripeto, la società voleva che cercassimo solo quel remoto pericolo che alberi o rami potessero caderci addosso, solo dopo capimmo il vero pericolo: la nostra salute dipendeva dalle piante. Eravamo nell'era dei social media, apparirono i soliti sciamani dell'arboricoltura, l'ignoranza veniva scambiata per verità, avevamo il metodo scientifico ma lo mettevamo poco in atto con gli alberi. Per fortuna grazie ai protocolli e ad un approccio epidemiologico arrivarono le prime evidenze e venne fatta luce, il resto poi è storia. Fondamentale fu il risveglio della ricerca universitaria, anestetizzata fino agli anni '30 da una visione arretrata del mondo arboreo che impediva l'arrivo di risorse, assecondando una certa stasi accademica.


- Marco, meno male che nel '22 non ero ancora nata, avrete avuto ancora le vecchie stagioni, ma stavate per non avere più gli alberi… siamo arrivati, oddio come adoro questa fantastica ombra!

 

A cura di Paolo Bellocci, Associazione Pubblici Giardini, Delegazione Regione Toscana

 

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