Campagne patrimonio Unesco, un affare per chi?

Aumenta il numero delle aree agricole e rurali italiane presenti nella Heritage list Unesco. Per molti un'opportunità di crescita economica e di tutela di tradizioni secolari. Per altri una minaccia alla sostenibilità

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Il paesaggio delle Langhe-Roero e Monferrato
Fonte foto: Istituto Superiore sui Sistemi Territoriali per l’Innovazione

L'Italia ha un patrimonio storico unico al mondo. E questa non è una novità. La novità è che da qualche anno sono sempre di più le zone agricole del nostro paese che stanno entrando a far parte della lista dei beni riconosciuti dall'Unesco. E così l'Italia è arrivata ad ottenere ben 55 siti 'certificati' sui 1.121 totali.

Capofila di questo tipo di riconoscimenti è stata l'area cinese di Yuanyang, famosa per le terrazze di riso più grandi al mondo. Si tratta di un'area di 2mila chilometri quadrati, la cui terrazza più alta si trova a quasi 2mila metri sul livello del mare e che va preservata per evitare che il cambio delle tecnologie di produzione e l'afflusso di sempre maggiori turisti possa danneggiare un equilibrio molto delicato.
 

Quattro riconoscimenti Unesco per l'Italia

Poi siamo arrivati noi italiani, che ci siamo visti riconosciuti come patrimonio culturale immateriale dell'umanità quattro paesaggi o colture. La prima è stata la coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria, inserita nella prestigiosa lista nel 2014. Una tipologia di coltivazione basata sulla creazione di buche nel terreno profonde circa 20 centimetri e che vede la vite prendere la forma di piccoli alberelli all'interno di queste conche. L'obiettivo è quello di preservare le scarse risorse idriche presenti nell'isola e riparare le piante dal vento.

La seconda è stata la pratica dei muretti a secco, diffusa nelle campagne settentrionali come in quelle meridionali. Ancora oggi queste barriere svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle alluvioni, nel combattere l'erosione del suolo e nel creare le migliori condizioni microclimatiche per l'agricoltura. "La tecnica del muretto a secco - ha voluto ricordare Coldiretti - riguarda la realizzazione di costruzioni con pietre posate una sull'altra senza l'utilizzo di altri materiali se non un po' di terra. Una tradizione realizzata e conservata nel tempo grazie al lavoro di generazioni di agricoltori".

Il terzo patrimonio immateriale è il paesaggio vitivinicolo del Piemonte (Langhe-Roero e Monferrato), che 'costituisce una testimonianza unica di una tradizione culturale viva e un esempio eccezionale di rapporto tra l'uomo e la natura per più di due millenni'. Il riconoscimento Unesco è un modo per premiare non solo la terra da cui vengono vini di qualità come Barolo e Barbaresco, ma anche per far arrivare fondi da Roma. Ad esempio il ministero per i Beni culturali quest'anno ha stanziato 99mila euro per il progetto 'La tutela dell'autenticità di un paesaggio vivente tra tradizione, innovazione e globalizzazione'.

L'ultima 'meraviglia' italiana sono le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, nel Trevigiano. Un'area che è stata inserita nella lista lo scorso 7 luglio, facendo brindare gli amministratori locali e i viticoltori della zona, certi che questo porterà un incremento economico sia legato alla produzione che al turismo.
 

Riconoscimento Unesco, un affare per chi?

Ma il marchio di tutela Unesco è effettivamente un affare? A parte la possibilità di poter accedere direttamente al fondo riservato del ministero dei Beni culturali non ci sono significativi finanziamenti diretti da parte dell'organismo delle Nazioni Unite. Semmai si è 'costretti' a rispettare vincoli maggiori nel caso si vogliano fare delle trasformazioni importanti sui siti oggetto della tutela.

Il vero vantaggio, ben più consistente, è quindi il maggiore afflusso turistico. Il marchio Unesco garantirebbe un aumento dei guadagni dovuti alla spesa turistica di almeno il 30%. Secondo uno studio dell'Accademia Aidea, ad esempio, Villa Adriana a Tivoli avrebbe una spesa turistica riconducibile solo al marchio Unesco di quasi 500mila euro. Pompei di quasi 10 milioni. Case study è poi il territorio dell'Etna: entrato nell'Heritage list dell'Unesco nel 2013, sta vivendo un boom dell'enoturismo grazie ai suoi splendidi paesaggi vitati. Stando ai dati di ViniMilo, nel giro di tre anni i turisti sono aumentati di quasi il 50%, da 83mila a 149mila.

"Attualmente tra i vigneti e le colline del Prosecco ogni anno arrivano circa 400mila turisti", ha spiegato Innocente Nardi, presidente del Consorzio Docg. "Pensiamo che l'effetto Unesco porti un potenziale di crescita fino al 20% in più all'anno". Le aziende dei quindici comuni del Trevisano che rientrano nell'area inserita nell'Unesco hanno già iniziato a investire in nuovi percorsi gastronomici, in accoglienza e nel potenziamento delle visite alle cantine.

Insomma, le opportunità ci sono per chi le sa cogliere. Il rischio principale, semmai, è quello della sostenibilità. Di solito il riconoscimento Unesco comporta due vincoli: il mantenimento e la tutela delle caratteristiche originali del sito assegnatario e la sua costante valorizzazione. Ma l'attenzione turistica maggiore a cui sono sottoposti molti paesaggi pone seri problemi al mantenimento dei paesaggi stessi.

The Guardian ha parlato di 'Unesco-cidio', raccontando la fatica fatta dalle destinazioni Unesco per trovare un equilibrio fra i benefici economici e la necessità di preservare il paesaggio e la cultura che hanno portato al riconoscimento.

Il problema della sostenibilità se l'è posto anche il presidente del Veneto, Luca Zaia, parlando di possibili nuove costruzioni nell'area del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene: "Non daremo mai l'autorizzazione a costruire nuovi alberghi. Le colline ci serviranno come apripista per un mercato nuovo. Oggi quell'area conta circa 250mila turisti l'anno, il nostro benchmark nei prossimi dieci anni è di arrivare a 1,5 milioni. Ma non ci sarà alcun nuovo albergo. Vogliamo sviluppare un sistema rispettoso, e stiamo facendo tutte le norme per arrivare all'albergo diffuso, fatto dal recupero di tutti i micro-casolari esistenti in quelle zone. L'Unesco lo sa bene. Il 60% del territorio delle colline di Conegliano-Valdobbiadene è boscato, e qui i vigneti esistevano già nell'800".

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Fonte: Agronotizie

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Tag: viticoltura mercati multifunzionalità

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