Morie di api: quando il colpevole viene da lontano

Dal mondo accademico indice puntato contro i cambiamenti climatici, responsabili principali della diminuzione delle popolazioni apistiche mondiali

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

Questo articolo è stato pubblicato oltre 11 anni fa

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Api, influenza dei fenomeni climatici e ambientali

Che il clima non influisse solo sull’umore è cosa nota. Che lo stress indotto dalle recenti modifiche climatiche potesse costituire la più importante premessa all’impatto sulle api, pochi lo supponevano. E’ in questa chiave di lettura che l’Università degli Studi di Milano ha comunicato i dati delle propria “Ricerca su possibili influenze dei fenomeni climatici e ambientali quali fattori determinanti l’assottigliamento delle popolazioni apistiche mondiali”. Al Circolo della Stampa di Milano, Umberto Solimene, del Centro ricerche in Bioclimatologia Medica, Biotecnologie e Medicine Naturali e Vincenzo Condemi, responsabile di Biometeolab, hanno condiviso con la stampa le evidenze scientifiche da loro individuate sul tema.

“Risale a Ippocrate – esordisce Solimene – la prima considerazione degli aspetti climatici sulla salute dell’uomo”. Per il fondatore della medicina, perfino l’esposizione di una città, i venti dominanti, le stagioni, avevano un effetto generale sulla salute che non poteva non essere considerato quando un medico fosse chiamato a calarsi nel caso particolare. Molto più recentemente, il Phoen è stato correlato con le statistiche sugli incidenti stradali, perché questo vento caldo influiva sui livelli di attenzione degli automobilisti più delle piogge o della neve. Stessa evidenza a Milano, dove il numero minimo di incidenti è nei periodi piovosi e massimo in quelli ventosi. Quindi il cambio di clima va inteso soprattutto come una fonte di stress che influisce sui nostri comportamenti, sulle nostre forze, sul nostro sistema immunitario. Ma i cambiamenti climatici hanno influenze anche su di una miriade di fenomeni differenti, amplificandone o comprimendone le manifestazioni. Dalla biodiversità al turismo, dall’agricoltura all’approvvigionamento idrico. Le teorie allarmistiche sul futuro del mondo si scontrano ovviamente con quelle tendenti a minimizzare. Di certo, il clima tenderà a cambiare verso il caldo ancora per alcuni decenni.
 
Per Solimene, l’ape può essere considerato un micromodello biologico aperto, idoneo allo studio delle interazioni con il clima. La “Colony Collapse Disorder” implica, come anomalie, la scomparsa immediata degli adulti, ma con assenza di cadaveri negli alveari. Favi, miele, e polline sono in ordine all’interno nelle arnie. L’ape regina appare in perfetta forma, anche per l’ovideposizione, ma resta privata delle api che l’accudiscono. Inoltre è stata osservata la mancanza di saccheggio da parte di altre colonie, prassi abituale in altri casi, come pure la tarma della cera non subentra come normalmente avviene. Tutti eventi ancora da spiegare debitamente. Solimene ricorda come si debba tenere conto anche delle alterazioni del campo magnetico terrestre e delle influenze locali di campi eletromagnetici prodotti dalle attività antropiche. Come pure l’eventuale influenza di tutti gli agenti chimici immessi dall’uomo nell’ambiente, e non solo gli agrofarmaci.

La ricerca è stata condotta su due serie storiche di dati, avendo record risalenti fin al 1850: da fine XIX sec al 2008 la temperatura media è aumentata di circa 1,3 °C. Si stima un ulteriore aumento di 1,5 °C nei prossimi decenni. Soprattutto i mesi di fine inverno e di fine autunno hanno mostrato innalzamenti significativi. Perdite simili di colonie risalgono in bibliografia al 1868, quando già si segnalavano casi di questo tipo (Tennessee USA). Nel corso del XIX secolo se ne sono ripetuti svariati, come pure negli anni ’60 e ’70 si sono concentrati molti di questi fenomeni, quasi ci fosse una ciclicità temporale. Le diminuzioni delle popolazioni colpisce specialmente negli USA, in UE e in Australia. Soprattutto l’emisfero nord è infatti interessato al fenomeno. Questo anche perché tra il 40° e il 70° parallelo si sono avuti gli innalzamenti più marcati di T° media. Soprattutto negli ultimi 10 anni. Si è evidenziato di concerto un anticipo della primavera, della fioritura, della migrazione degli uccelli e della deposizione di uova. Le modifiche climatiche hanno infine indotto uno spostamento verso il Polo di specie animali e vegetali.
 
La primavera e l’autunno, quindi, hanno di fatto eroso l’inverno. Il processo di innalzamento delle temperature si estremizza al Polo Nord proprio tra dicembre e febbraio. Menxel et al. (Global Change Biology) hanno inoltre dimostrato come il 78% di ben 542 specie vegetali e animali abbia mostrato alterazioni delle dinamiche di popolazione (spostamento verso nord, anticipi nei cicli etc.). Per le api, analogamente, sono ipotizzabili degli sfasamenti nei cicli, con anticipi marcati dei voli, a volte disassati rispetto la presenza di pollini e nettare. L’inverno 2006-2007 è stato quello in assoluto più caldo degli ultimi decenni. Basti ricordare come a fine gennaio in Finlandia ci fossero 6°C di temperature medie, contro i sottozero soliti. I fenomeni di riduzione delle popolazioni sono partiti in modo marcato proprio dopo quell’inverno. Inoltre, con le covate precoci, e addirittura con quelle invernali, si favoriscono più cicli di Varroa.
 
Anche le difese immunitarie giocano un ruolo fondamentale: un processo di stress inizia con una fase di adattamento, poi si passa alla compensazione, si arriva infine al collasso dei sistemi. L’ape, contro lo stress, ha una forma di automedicazione appena inizia i voli: il sambuco, con forte potere antinfiammatorio. Il disallineamento dei cicli potrebbe aver anche ridotto questa “cura” di inizio ciclo. Solimene e Condemi, in base agli studi effettuati, ritengono che il fattore clima abbia contribuito per almeno un 50% sulle morie delle api, sensibilizzando in modo profondo le popolazioni verso tutti gli altri fattori, incluso quello chimico. Non è un caso, quindi, che i ritorni di api segnalati in questa primavera siano dovuti in buona parte all’inverno finalmente tornato lungo e freddo, con una primavera giunta puntuale, dopo la tanto citata “mezza stagione” di cui ci si lamentava del fatto che non esistesse più.
 
Di certo, è meno facile (e utile per gli interessi di taluni) puntare il dito contro l’effetto serra e l’aumento di temperatura globale, i cui responsabili vanno cercati in ogni attività antropica legato al progresso. Come pure ben poco si può contro la diminuzione progressiva del campo magnetico terrestre. Tutti processi su scala mondiale, certamente non evitabili per decreto.

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