Indoor farming, dove sta andando il mercato?

Accanto alle grandi vertical farm che hanno ricevuto investimenti milionari c'è una miriade di piccole startup in cerca di un business model sostenibile. E se nella competizione vincessero le 'vecchie' serre?

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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La vertical farm Plenty ha raccolto 200 milioni di dollari
Fonte foto: Plenty

Durante Expo 2015 abbiamo visitato la vertical farm sviluppata dall'Enea in cui crescevano in un ambiente artificiale insalate di diverse varietà. A cinque anni di distanza l'Agenzia ha annunciato un progetto, denominato Ri-Genera, per riqualificare capannoni ed edifici abbandonati o inutilizzati installandovi all'interno delle 'fattorie verticali'.
 

Le vertical farm sono dei siti produttivi in cui si coltivano piante a taglia bassa e ciclo breve, come le insalate appunto, destinate al consumo umano. Il tutto in un ambiente chiuso e controllato costantemente. In queste strutture l'atmosfera viene monitorata e modificata automaticamente a seconda delle esigenze delle piante. Il nutrimento viene fornito sotto forma di soluzione fertirrigante con la tecnologia idroponica. Mentre la luce viene fornita da lampade a led.

Secondo l'Enea questa tecnologia, che permette di produrre cibo a chilometro zero e senza l'uso di agrofarmaci, potrebbe segnare la svolta per riqualificare quegli edifici oggi in degrado, riportandoli alla produttività. E così una scuola inutilizzata potrebbe fornire verdure fresche ai negozi di zona. Un capannone vuoto erbe aromatiche ai supermercati.

Il progetto promosso dall'Enea in Veneto vede tra i partner Coldiretti Padova, Parco scientifico e tecnologico Galileo, Advance Srl, Idromeccanica Lucchini e Gentilinidue. E sfrutta il sistema Arkeofarm creato proprio dall'Enea insieme ad Idromeccanica Lucchini in occasione di Expo 2015.

"Nella serra sono impiegate tecniche idroponiche avanzate in ambiente chiuso e climatizzato, con illuminazione artificiale integrale a led che può essere ad altissima automazione grazie a sistemi robotizzati per tutte le operazioni, dalla semina alla raccolta fino al confezionamento", spiega la ricercatrice dell'Enea Gabriella Funaro.
 

Gli investitori credono nelle vertical farm

A livello globale quello dell'indoor farming è un business su cui stanno puntando molti investitori. Basti pensare che negli ultimi mesi molte startup hanno chiuso round di investimento importanti. Bowery farming ha raccolto 140 milioni di dollari in due anni, Aerofarms invece di milioni ne ha ricevuti 100, Plenty è arrivata a quota 200. A chiudere deal importanti sono state tutte startup a stelle e strisce, tranne la tedesca Infarm (100 milioni di investimento) che si sta ramificando nel vecchio continente.

E l'Italia? L'unico progetto importante ad essere avviato è quello di Planet farms, di cui abbiamo scritto in questo articolo. Il nuovo impianto è in fase di costruzione alle porte di Milano, a Cavenago, e fornirà insalate ed erbe aromatiche a diverse insegne della grande distribuzione.
 

Se Planet farms può contare sul know-how del Gruppo Travaglini, esperto nella progettazione e costruzione di impianti di condizionamento per il settore agroalimentare, Ono exponential farming è un'altra startup italiana che invece sfrutta il sapere di Tormec Ambrosi, azienda veneta attiva nella meccanica di precisione. Una startup che ha progettato un sistema di gestione completamente automatizzato di tutti i processi produttivi nella farm.
 

Il volto nascosto del vertical farming

Dei pro e dei contro dell'indoor farming abbiamo scritto più volte, ma è interessante una ricerca condotta da Agritecture consulting e autogrow, proprio tra le startup che operano nel settore. Già, perché accanto alle società che hanno ottenuto investimenti milionari, c'è una miriade di piccoli imprenditori che hanno avviato sperimentazioni su piccola scala.

Dall'indagine Global cea census emerge ad esempio che la metà degli imprenditori è alla prima esperienza in agricoltura, mentre i paesi in cui c'è maggiore interesse nel settore sono gli Usa, l'India, il Belgio e il Sudafrica.

Il 65% coltiva insalate, mentre il 25% altre orticole, il 17% piccoli frutti e il 12% radici. Oltre a piante ornamentali e, ovviamente, anche la Cannabis. Delle aziende intervistate solo il 19% ha ottenuto fondi da investitori, mentre il restante ha fatto ricorso a fondi propri. È interessante poi notare come il 65% sia ad uno stage di sviluppo pre-revenue, significa cioè che non ha ancora venduto nulla, mentre il 16% vende ma è ancora in perdita.

Il sondaggio, disponibile in forma integrale in questa pagina, descrive insomma un mondo fatto soprattutto da piccolissime aziende, la maggior parte in fase sperimentale, che non ha ancora individuato un modello di business sostenibile, ma che sogna di sfondare come hanno fatto i big citati poc'anzi.
 

Indoor farming o serre tecnologiche?

Le coltivazioni verticali stanno dunque avanzando, anche se fino ad oggi ad avere avuto maggiore successo sono state quelle aziende che hanno applicato alcune tecnologie delle vertical farm nel settore delle colture protette.

L'Olanda in questo campo è sempre un passo avanti. Nelle serre dei Paesi Bassi l'illuminazione artificiale aiuta a produrre ortaggi tutto l'anno. Mentre il controllo dei parametri ambientali e delle soluzioni nutritive sono ormai rodati. E difatti i Paesi Bassi esportano pomodori anche in Italia. Anche d'estate.

Ma l'innovazione non si ferma mai. Alla fine del 2019 ad esempio Signify, la società di Philips dedicata all'illuminazione, ha siglato un accordo con Fragaria innova, una società di ricerca nata per volontà di otto aziende agricole olandesi attive nella produzione e selezione di nuove varietà di fragole.

L'obiettivo della partnership è quello di studiare i parametri di illuminazione artificiali ideali per avere produzioni di fragole tutto l'anno. Se infatti durante la primavera-estate è il sole (a costo zero) a rendere possibile la maturazione dei frutti, in autunno-inverno si deve intervenire con una illuminazione artificiale che tuttavia deve essere in grado di far crescere frutti rispettosi degli standard qualitativi richiesti dal mercato.

E' possibile dunque che se le vertical farm avranno successo in luoghi con condizioni ambientali estreme (deserti, paesi nordici, avamposti isolati, etc.) o nelle megalopoli alla ricerca del cibo a chilometro zero, il grosso della produzione sarà invece affidato a serre ipertecnologiche, come ad esempio l'italiana Sfera.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: agrofarmaci video sostenibilità serre startup vertical farm investimenti

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