Vertical farm, ad Expo la lattuga cresce in condominio

Firmato da Enea, è il primo esempio italiano di Vertical farm: una coltura indoor, idroponica e multistrato. Un progetto che potrebbe rivoluzionare il modo di fare agricoltura

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Questo articolo è stato pubblicato oltre 4 anni fa

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In una Vertical farm bastano 2 litri per produrre un chilo di lattuga. In campo ne servirebbero 45
Fonte foto: © Tommaso Cinquemani - AgroNotizie

Verdure pronte da mangiare, coltivate al chiuso, su più livelli e grazie alla luce artificiale.
E' questo il concetto di Vertical farm sperimentato dall'Enea, l'Ente nazionale per l'energia e l'ambiente, ad Expo 2015.

Chi passeggia per l'Esposizione universale, nella zona del Future food district, può imbattersi in un cubo di vetro al cui interno crescono, su scaffalature a sei ripiani, piante di basilico e di lattuga.

Niente terra, le piantine sono ancorate a cubi di torba che possono anche essere sostituiti da lana di roccia e argilla espansa. Ad Expo le pareti della "fattoria verticale" sono di vetro, ma solo per permettere ai visitatori di osservare l'interno. Nei progetti originali la luce del sole non deve colpire le foglie degli ortaggi che crescono grazie alla luce di led a risparmio energetico.

Se la torba fornisce il substrato, i nutrienti arrivano attraverso un sistema a flusso e deflusso.
"Ogni ora le vasche vengono riempite di acqua che poi, grazie alla gravità, defluisce nei contenitori di raccolta", spiega Gabriella Funaro, dell'Enea. "I nutrienti sono disciolti nell'acqua da un miscelatore comandato da un software che asseconda il fabbisogno delle piante".

A riprodurre il clima ideale invece ci pensano dei sensori che comandano dei condizionatori in grado di mantenere temperatura e umidità a livelli ottimali.

Ma per quale ragione si dovrebbe abbandonare la tradizionale agricoltura in campo aperto con quella "verticale"? Il pregio principale della Vertical farm è di ridurre quasi a zero l'uso di due fattori produttivi: il terreno e l'acqua. In queste colture non c'è bisogno della campagna, intesa come territorio, ma le strutture possono essere installate in centro città, nel deserto o in capannoni in disuso.

E poi l'acqua. Se per produrre un chilo di lattuga servono normalmente 45 litri d'acqua, con l'idroponia ne bastano due. In questo modo viene anche limitato l'uso dei fertilizzanti che non rischiano di essere dilavati e di finire nella falda, ma raggiungono direttamente le radici nella quantità necessaria al corretto sviluppo del vegetale.

Non bisogna poi sottovalutare i pregi di avere un sistema chiuso. Nella Vertical farm non c'è bisogno di agrofarmaci visto che i parassiti non possono arrivare alle colture. Un risparmio per l'agricoltore e un aiuto all'ambiente.

Fin qui i pregi, davvero molti, ma anche i punti deboli non sono da sottovalutare. Quello più grosso è l'energia: il ciclo della fotosintesi clorofilliana è infatti garantito da lampade a led che, seppure a risparmio energetico, devono rimanere accese per la maggior parte del giorno. E poi c'è l'aria condizionata: alla lattuga piacciono temperature tra i 10 e i 15 gradi. Condizione non sempre facile da assicurare, ad esempio durante le torride estati italiane.

Il sistema della Vertical farm ha delle potenzialità enormi, anche se risultano più evidenti in contesti agricoli e climatici diversi da quello italiano. Le coltivazioni verticali riducono a zero due fattori produttivi (acqua e terreno) di cui il nostro Paese non ha una particolare carenza (con le dovute distinzioni Regione per Regione), ma che invece sono elementi critici in luoghi aridi, come i Paesi del Golfo. In Arabia saudita o in Kwait i terreni coltivabili sono limitatissimi, mentre l'acqua è ottenuta mediante la desalinizzazione. Al contempo il costo dell'energia, in Paesi così ricchi di idrocarburi, è a buon mercato. Un connubio perfetto per decretare il successo delle colture verticali.
 

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