Essere connessi anche in campagna? Ecco come fare

Il piano strategico nazionale per la banda larga promette di portare la fibra anche nelle zone rurali dell'Italia. Ma non c'è solo il 'cavo' a mantenere gli agricoltori online

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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La connessione internet nelle aree rurali è spesso insoddisfacente
Fonte foto: © sasinparaksa - Adobe Stock

Il digitale potrebbe aiutare gli agricoltori a fare meglio il proprio lavoro. Ma un ostacolo alla digitalizzazione e modernizzazione dell'agricoltura è rappresentato dalla mancanza di connettività in campagna. Spesso basta spostarsi dai centri abitati per perdere il segnale del 4G e la connessione internet assicurata dal doppino di rame ha una velocità estenuante, certo non sufficiente a sostenere il traffico dati di una azienda moderna.

Per questo ci sono sempre più aziende che vogliono portare internet nelle zone isolate, d'Italia e del mondo, campagne comprese. La più ambiziosa è forse OneWeb, che sta lanciando circa 600 satelliti a bassa orbita per costruire una imponente costellazione privata. Una rete orbitale che possa garantire un servizio a bassa latenza (con una velocità di risposta del sistema di 50 millisecondi), portata elevata e copertura globale.

Rispetto ai competitor, i satelliti di OneWeb hanno il vantaggio di essere composti da un numero inferiore di componenti, sono quindi più leggeri e meno costosi. Ed è già prevista una seconda fase del progetto di espansione che prevede il lancio di quasi 2mila satelliti. L'obiettivo: abilitare l'accesso alla rete per tutti. Ovunque, anche e soprattutto nelle zone più rurali e sperdute, che non beneficiano della rete terrestre.

Durante il World Agri-Tech Innovation Summit (di cui AgroNotizie è partner) abbiamo conosciuto il team di Hiber, una startup olandese che sta lanciando in orbita dei satelliti per le telecomunicazioni che sfruttano onde radio a bassa frequenza per dare connessione ai sensori sparsi in campo. Sensori Iot che in assenza di una rete Gsm o 4G purtroppo rimangono offline, a meno di non costruire una Lan locale o di appoggiarsi a provider come Vodafone che mette a disposizioni reti Narrowband.
 

Bene l'intervento dello Stato, ma non solo

All'estero il paese più virtuoso resta il Regno Unito, che ha raggiunto una copertura totale grazie sì all'intervento dello Stato, ma anche grazie alle 'reti di comunità', dei veri e propri network (poco più di quaranta) costruiti grazie ai soldi degli stessi residenti delle aree più isolate.

In Italia la sfida al digital divide in campagna vede tra i protagonisti società come Sistel, Uno Communication e la lombarda Eolo, specializzate nell'offrire la connessione nei luoghi più inaccessibili.

Il volano per lo sbarco di internet nei luoghi più impervi dovrebbe essere però quel Piano strategico di banda ultra larga lanciato dal governo italiano nel 2015 e che prevede investimenti per ben 4 miliardi per coprire le aree bianche del paese: ovvero quei territori non serviti da provider privati perché ritenuti non redditizi.

Ma serve "una forte accelerazione degli interventi" come è stato sottolineato durante la Conferenza delle regioni del 26 settembre scorso. Secondo gli amministratori locali, infatti, si sono accumulati troppi ritardi nell'attuazione del Piano, rallentamento che potrebbe anche pregiudicare la rendicontazione dei fondi strutturali messi a disposizione dalle regioni stesse. Ecco perché è stato presentato un documento da sottoporre con urgenza al presidente del Consiglio Giuseppe Conte affinché possa esserci un confronto attraverso la convocazione del Comitato per la diffusione della banda ultra larga (Cobul).

Del resto secondo una ricerca commissionata da Eolo all'Università di Padova-Cmr, è emerso che anche in una terra fortemente produttiva come l'Emilia Romagna 158 comuni, oltre il 48% del totale, si trovano in aree bianche, con più del 90% della popolazione che non ha accesso a internet a banda ultra larga e dove di conseguenza le unità produttive sono calate proprio per la mancanza di connessione.
 

Il modello Open Fiber

Il modello di sviluppo che si sta cercando di portare avanti è misto: Open Fiber, società di Enel che ha vinto la gara d'appalto, cablerà in fibra ottica le aree rurali di tutte le regioni italiane, comprese le unità immobiliari. Poi, le società di comunicazioni come Tim, Vodafone e Wind si occuperanno di coprire l'ultimo metro e vendere l'abbonamento al singolo consumatore.

L'obiettivo entro il 2020 è quello di coprire il 100% della popolazione italiana con una rete ad almeno 30 megabit per secondo, e coprire l'85% con una rete ad almeno 100 Mbps. Un obiettivo piuttosto ambizioso, visto che al momento in Italia solo il 4% ha una connessione a 100 Mbps e solo il 42% a 30.

Anche in questo campo ci sono differenze tra regione e regione. In Piemonte ad esempio sono stati messi a disposizione 1 milione e 800mila euro per i servizi per l'agricoltura digitale attraverso il Siap, Sistema informativo agricolo piemontese. Anche la Sicilia si sta muovendo da tempo per migliorare le infrastrutture digitali con investimenti significativi e grazie anche al Piano di sviluppo rurale è riuscita a mettere in campo 161 milioni di euro.
 

Digital farming: un business da non farsi scappare

E dire che internet in campagna è un vero affare. Stando a una ricerca dell'Osservatorio Smart Agrifood (di cui Image Line è partner), le tecnologie agricole di ultima generazione (la cosiddetta agricoltura 4.0) hanno generato un giro d'affari pari a circa 400 milioni di euro.

Le soluzioni disponibili per aumentare la qualità, la tracciabilità dei prodotti, la sostenibilità delle coltivazioni e le condizioni di lavoro sono già oltre trecento e sono offerte da oltre cinquecento startup a livello mondiale (che hanno raccolto investimenti per quasi 3 miliardi di dollari). Quasi la metà offrono soluzioni avanzate come Internet of Things (IoT), robotica e droni; il 22% soluzioni di data analysis, il 16% di attrezzature per il campo.

Queste soluzioni sono adottate solo dal 55% delle aziende agricole italiane, sebbene quasi tutte sono consapevoli delle opportunità offerte dall'agricoltura 4.0. Tra i motivi di un'adesione così bassa, c'è proprio il digital divide, che preclude internet a molte realtà rurali italiane.

Al momento, un agricoltore che vive in un paese isolato e non raggiunto dalla fibra ottica, può accontentarsi dell'Adsl a pochi megabit per secondo (giusto per capirci, per guardare Netflix ne servono almeno 10). Oppure può provare la connessione satellitare di aziende come OpenSky che offrono connessioni a 50 Mbps a 70 euro al mese (40 per internet a 30 Mbps). Utilizzare Linkem, specializzata nella banda larga in modalità wireless (quattro mesi di navigazione a 99 euro, incluso il modem da interno) o Eolo, che offre internet veloce a banda larga con la connessione wireless via radio (da 26,99 euro al mese fino a 30 mega).

O infine, nel caso viva in una area coperta, l'agricoltore può affidarsi al caro 'vecchio' 4G e sfruttare tutti i giga offerti dalle varie compagnie telefoniche: i 30 di Vodafone (per 30 euro al mese), i 40 di Tim (stesso prezzo) o i 30 di Wind (20 euro). La strada per far arrivare internet in tutte le zone del paese con una potenza efficace e costante è ancora lunga, ma il percorso intrapreso sembra essere quello giusto.

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