Mais, una coltura più sostenibile di quanto si pensi

I risultati di due ricerche che puntano a migliorare la sostenibilità del cereale

Barbara Righini di Barbara Righini

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Il punto nella Giornata del mais 2021 organizzata dal Crea (Foto di archivio)
Fonte foto: © Željko Radojko - Adobe Stock

Fra i punti del Piano di settore per il mais (2019-2022) elaborato dal Tavolo tecnico di settore e approvato più o meno un anno fa per rilanciare il comparto e ristabilire un livello di autoapprovvigionamento accettabile per le necessità del paese, ce n'è uno, inserito all'interno della linea guida 'orientamento al mercato', che punta a 'migliorare l'immagine della coltura'. In effetti il mais è avvolto da un'aura negativa, una coltura fortemente fraintesa che ha bisogno di darsi un tono. È anche questo uno dei motivi per cui, alla Giornata del mais 2021, organizzata dal Crea, Centro di ricerca cerealicoltura e colture industriali di Bergamo, un'ampia sessione del convegno è stata dedicata al tema della sostenibilità.

Per prima cosa bisogna chiedersi perché il mais sia guardato con sospetto dalla maggior parte delle persone: "Sono molti gli elementi da prendere in considerazione - ha detto Amedeo Reyneri, Disafa, Università di Torino - il mais non è percepito come coltura necessaria per via dei suoi utilizzi, il suo impiego nettamente prevalente è indiretto, per usi agroindustriali, mentre il consumo diretto legato alla farina gialla è marginale. Viene poi percepito come una coltura lontana, è originaria degli Usa. Impiega molti fertilizzanti, lo si ritiene responsabile dell'eutrofizzazione dei corpi idrici. È poi una coltura irrigua ed è una coltura alta, che rovina il paesaggio".

Eppure in pochi si soffermano sull'efficienza del mais e sulle alte rese. Sebbene le rese non siano in crescita, sono comunque alte se paragonate ad altre colture. Le rese alte (mediamente intorno alle 10 tonnellate/ettaro Ndr) abbattono l'impatto ambientale, se lo si considera parametrato su una tonnellata di granella. "Gli elementi positivi non sono di facile lettura, ma è una coltura che ha un'efficienza fotosintetica e produttiva spettacolare" ha continuato Reyneri. "È in grado di fissare in una stagione una quantità di anidride carbonica, in misura doppia o tripla di altre colture. Nel momento in cui utilizziamo il mais restituiamo al suolo una quantità di sostanza organica molto rilevante, più che doppia rispetto a qualsiasi altra coltura in competizione. Il mais utilizza fitofarmaci, ma in misura molto ridotta. La percezione di coltura fortemente trattata è ingannevole. Il primo fattore di impatto ambientale, rispetto ai gas serra, è il cambio di destinazione d'uso dei suoli. Ciò significa che se noi riusciamo a concentrare la produzione agricola in superficie ridotta grazie all'alta produttività allora la superficie restante può essere destinata a usi ecologici più significativi. Per intendersi, se sostituisco il mais con grano, vuol dire che ho bisogno del doppio della superficie per avere la stessa quantità di prodotto, il grano infatti produce circa la metà del mais".
   
Durante la Giornata del mais 2021 sono state presentate due ricerche, cui ha contribuito l'Università di Milano, che puntano proprio a migliorare la sostenibilità della coltura. A raccontare i dati raccolti c'era Jacopo Bacenetti, ricercatore del dipartimento di Scienze e politiche ambientali. Da un lato è stato valutato l'impatto ambientale della produzione di una tonnellata di mais da granella seguendo diverse tecniche di fertilizzazione e paragonandole, dall'altro, con il progetto Life arimeda, sono state considerate diverse tecniche di irrigazione e fertirrigazione di mais da trinciato per valutare come sia possibile ridurre le emissioni di ammoniaca in atmosfera. L'approccio utilizzato per entrambi gli studi è l'Lca ovvero il Life cycle assessment che valuta il potenziale impatto ambientale considerando l'intero ciclo produttivo di un prodotto, tutti gli input e tutti gli output, cioè ciò che viene prodotto o emesso in aria, acqua e terreno.

Per quanto riguarda il mais da granella, sono stati analizzati nell'azienda sperimentale dell'università, in territorio irriguo, quattro diversi scenari di fertilizzazione: distribuzioni di fertilizzanti minerali (Urea), con interramento oltre i tre giorni; spandimento di liquame suino con piatto deviatore in presemina e interramento dopo più di tre giorni; stessa tecnica ma con interramento entro due ore; distribuzione tramite iniezione nel terreno contestuale alla distribuzione. L'impatto ambientale è stato calcolato per tonnellata di granella e i dati sono stati sia raccolti direttamente in azienda sia stimati tramite modelli matematici.

Il risultato è stato un abbattimento delle emissioni di ammoniaca dell'84% con fertilizzante interrato rapidamente e del 95% tramite iniezione nel terreno. Per lo scenario di base, ovvero l'interramento entro due ore dallo spandimento, è stato calcolato un impatto di una tonnellata di granella di mais sul cambiamento climatico di 236 chilogrammi di CO2 equivalenti (misura del Global warming potential, quanto un gas serra contribuisce al riscaldamento globale rispetto all'anidride carbonica). Se si pensa che è stato calcolato che il riso biologico, coltivato in zona Lomellina, ha un impatto di 3.300 CO2 equivalenti, quello del mais appare subito sotto un'altra luce.

L'impatto ambientale ha però diverse facce e non basta considerare quello relativo al cambiamento climatico. I ricercatori dell'Università di Milano hanno quindi analizzato altri aspetti relativi alle diverse tecniche come la formazione di smog, l'acidificazione, l'eutrofizzazione terreste, delle acque dolci e marina e l'ecotossicità per gli ambienti acquatici. Non sempre il miglioramento dal punto di vista dell'impatto sul cambiamento climatico corrisponde a un miglioramento su tutti i fronti, se da un lato iniettando il fertilizzante direttamente nel terreno viene ridotto considerevolmente il contributo alla formazione di polveri sottili, dall'altro ciò può provocare una crescita della lisciviazione e di conseguenza dell'eutrofizzazione marina.

Un risultato simile è stato ottenuto con il progetto Life arimeda, una ricerca che ha visto la collaborazione di enti di ricerca italiani e spagnoli. Sono stati analizzati diversi metodi di irrigazione e fertirrigazione di mais da trinciato, con più interventi irrigui e con più fertirrigazioni, utilizzando sempre digestato. L'impatto è stato calcolato sempre rispetto a una tonnellata di trinciato. Anche in questo caso è stato dimostrato che distribuendo il digesto in pre-semina, iniettandolo nel terreno, utilizzando irrigazione a goccia e fertirrigazione, le emissioni di ammoniaca vengono fortemente abbattute e di conseguenza tutti gli impatti relativi a questo inquinante (smog, polveri sottili), di contro il rischio di lisciviazione e quindi di impatto sull'eutrofizzazione marina resta.
 

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: cerealicoltura ricerca sostenibilità

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