Malvasia di Candia aromatica, il vino di Leonardo da Vinci

Agricoltura e dintorni: la storia del vigneto del genio fiorentino comincia con un regalo e arriva poi sulle tavole dei giorni nostri, tra ricerca, Dna e una vinificazione tradizionale

Ilenia Caleca di Ilenia Caleca

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La rinascita è poi avvenuta nel 2015 grazie all'enologo Luca Maroni e Attilio Scienza dell'Università di Scienze agrarie di Milano
Fonte foto: © Vigna di Leonard Da Vinci

Chi era quell'uomo geniale che fu pittore, scultore, scienziato, architetto e ingegnere allo stesso tempo?
La risposta sembra essere solo una: Leonardo da Vinci.

E se a sentire questo celebre nome veniamo pervasi da immagini dell'enigmatica Gioconda o dell'intricato Uomo Vitruviano, tra i molteplici aspetti dell'ingegno di da Vinci, spicca una passione particolare e insolita. Quella per la vigna.


Un dono speciale

La storia del vigneto di Leonardo comincia con un regalo.
Trasferitosi a Milano da Firenze, su volere del duca di Milano, sarà proprio quest'ultimo a regalare a da Vinci una vigna.
Questa sorgeva alle spalle della casa degli Atellani, una famiglia di cortigiani sforzeschi ai quali il Moro, anni prima, aveva donato due case.

"Al tramonto di una giornata di lavoro lasciava il cantiere del Cenacolo - affermano i proprietari attuali della vigna - attraversava il Borgo delle Grazie, l'attuale Corso Magenta, e passando per la Casa degli Atellani, andava a controllare lo stato della sua vigna".


Dal testamento agli anni della rinascita

Un legame veramente profondo quello che legava da Vinci alla vigna, tanto da citarla nel proprio testamento sul punto di morte.
Di quel vigneto non si sa più nulla fino al 1922, quando in fondo al giardino della Casa degli Atellani, lo storico dell'arte Luca Beltrami ne rintraccia i filari.

Una volta che la vigna sembrava essere tornata alla luce, prima un incendio e poi i bombardamenti del 1943 non ne lasciarono traccia.
Ma grazie alle precise indicazioni circa le dimensioni e la posizione fornite dallo storico, fu ritrovata e nel 2013, quando milanesi e turisti erano con il naso all'insù per guardare l'ultimazione del futuristico Bosco Verticale, i ricercatori, con un progetto ambizioso, guardarono il terreno sul quale un tempo si trovava la vigna. Terreno che conteneva la componente ipogea della vigna, ovvero le radici, che grazie all'apporto di uno strato di detriti sono state protette nel tempo.

La rinascita è poi avvenuta nel 2015, quando la città stava aprendo le sue porte all'estero con l'Expo, grazie all'enologo Luca Maroni e Attilio Scienza dell'Università di Scienze agrarie di Milano che, dopo aver effettuato i primi rilievi, hanno individuato i camminamenti che regolavano i filari.
 
Vigna di Leonardo
Fonte: © La vigna di Leonardo - via Facebook


Una Malvasia sul suolo milanese

Le indagini scientifiche, condotte dalla genetista Serena Imazio e da Scienza, esperto del Dna della vite, sono state riportate in un dettagliato report. I due studiosi hanno infine individuato quale fosse il vitigno coltivato da Leonardo: la Malvasia di Candia aromatica.
Una vite caratteristica dei colli Piacentini e caratterizzata da foglia media e quinquelobata, bacca bianca e buccia spessa.


L'individuazione del vitigno

L'approccio è stato multidisciplinare e ha coinvolto livelli culturali differenti: quello genetico-molecolare e quello storico. 
L'attività di selezione e raccolta del materiale e di analisi molecolare è infatti stata accoppiata a una attività di analisi di fonti storiche relative alla descrizione di vitigni coltivati in epoca medievale; essenziale per dare un nome al vitigno misterioso.
La prima caratterizzazione è stata condotta su ventitré campioni. La qualità degli estratti del Dna genomico, isolata grazie a un kit commerciale, è stata saggiata su gel d'agarosio; passaggio che ha permesso di verificare da quali e quanti campioni era stato possibile isolare l'acido nucleico, riducendo il numero dei campioni a diciassette.
In questo preciso caso, il materiale vegetale non presentava un'età particolarmente critica, ma l'incertezza sulle condizioni di conservazione, l'esiguità del numero di campioni che si è potuto prelevare e, non ultimo la presenza del fuoco, suggerivano la necessità di migliorarne la qualità. Il risultato ottenuto è stato più che soddisfacente per tutti i campioni sottoposti ad analisi e ha consentito di ottenere materiale sufficiente. Se infatti il Dna era stato infine purificato e portato a concentrazioni idonee alla prosecuzione delle analisi, la certezza che si trattasse di materiale proveniente dalle radici delle viti presenti un tempo nel giardino non c'era ancora. L'assoluta certezza è arrivata infatti una volta sottoposti ad analisi Barcoding. Tecnica che ha permesso di sequenziare tre geni: rbcL, matK, psbA-trnH. I risultati hanno confermato l'appartenenza di tutti i campioni selezionati al genere Vitis e alla specie Vitis vinifera. Conclusi questi passaggi preliminari si è proceduto all'identificazione del vitigno tramite l'utilizzo di marcatori molecolari.
 
acini di Uva
Fonte: @ La vigna di Leonardo

I marcatori molecolari

Sono tratti del Dna prelevati dalle cellule di un qualsiasi essere vivente. Nel caso della vite, i tessuti che vengono impiegati sono abitualmente quello fogliare o il legno dei tralci più giovani. I tessuti sono frantumati in azoto liquido, in modo da rompere lo strato protettivo costituito dalla parete cellulare. Successivamente la polvere tissutale così ottenuta è sottoposta a reazioni successive che permettono di eliminare, un poco alla volta, tutte le strutture presenti nella cellula vegetale quali proteine, zuccheri e frammenti di membrane, ad eccezione del Dna. Dopo l'estrazione, il Dna isolato viene ulteriormente purificato e utilizzato per indagini successive.
Nel caso dello studio i marcatori selezionati sono definiti marcatori microsatellite.
Il Dna è costituito da strutture di due tipi. I geni, o sequenze codificanti, sono definibili come le parti attive, ovvero quelle che forniscono agli organismi viventi tutte le informazioni necessarie per la loro sopravvivenza e per quella della specie. I geni sono collegati tra loro e inseriti nella struttura a doppia elica per mezzo di zone inerti, o sequenze non codificanti, che sembrano non avere alcuna funzione per la sopravvivenza degli organismi. Le zone non codificanti sono neutre e grazie a questa loro neutralità risultano estremamente utili nell'ambito di studi sull'evoluzione e sulla biodiversità. A questo secondo gruppo appartengono i microsatelliti, aree in cui viene scritta buona parte della storia evolutiva di ogni singolo individuo, consentendogli di differenziarsi da tutti gli altri rendendolo unico ed assolutamente distinguibile. Per questa ragione i marcatori microsatellite si prestano più di altri agli studi di caratterizzazione genotipica per definire e confermare l'identità di un vitigno.


Una vendemmia d'annata

E ora dal vitigno di Casa degli Atellani sono stati raccolti oltre due quintali e mezzo di acini, poi lasciati fermentare a buccia all'interno di antiche anfore. Un processo tradizionale di vinificazione curato dal Castello di Luzzano, un'azienda vinicola dell'Oltrepò.

"A cinque secoli dalla morte del genio vedranno così la luce le prime bottiglie del vino di Leonardo, coltivato nel luogo della vigna che Ludovico il Moro gli regalò" affermano i proprietari della vigna.
 
Bottiglia di vino di Leonardo Da Vinci
Fonte: © La vigna di Leonardo - via Facebook

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: vino biodiversità curiosità vitivinicoltura vigneto

Temi caldi: Agricoltura e dintorni

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